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Se vogliamo aiutare il Tibet, smettiamo di parlare di diritti umani

Tenzin Gyatso, il XVI Dalai Lama, porta in giro per il mondo i suoi 74 anni con una dignità d’altri tempi; facile sarebbe il confronto col nostro settantatreenne pres. del cons., appena eletto dal Rolling Stone personalità rock dell’anno.
La sua esistenza è votata non solo alla spiritualità buddista, fisicamente devastante nella sua pratica ortodossa tibetana, ma anche alla causa del suo popolo, una minoranza etnica annessa al territorio cinese cinquant’anni fa nel corso di complesse trattative ,sfociate poi nell’invasione armata da parte dell’esercito della Repubblica Popolare.
Come oramai da molti anni, il Dalai Lama chiede l’autonomia dei tibetani, la libertà di professione di fede, la preservazione della cultura tradizionale in ogni sua forma, concetti ribaditi recentemente proprio qui a Roma, durante il Quinto Congresso Mondiale Parlamentare sul Tibet organizzato dal Partito Radicale.
Non riesco a capire se il Dalai Lama si renda conto del vergognoso marketing d’immagine che puntualmente, ad ogni sua uscita pubblica, viene inscenato dai suoi “amici”. Negli ultimi anni, ricordo a memoria, ha ricevuto la medaglia del congresso americano dalle mani di Bush, l’esportatore di democrazia, e la cittadinanza onoraria romana da Alemanno, presente al congresso ed autore di un mirabile discorso di oltre 10 minuti completamente incentrato sul nulla: una serie di buoni propositi mondiali, di chiamate alla responsabilità internazionale, addirittura promesse di aiuti economici per le comunità di tibetani in esilio in India. Uno spettacolo osceno (visionabile per intero qui, grazie a Radio Radicale) di autocelebrazione di massa senza il minimo riscontro sullo stato dei colloqui sino-tibetani, tanto che i giornali cinesi non si sono nemmeno degnati di bollarlo come un congresso anti-cinese; l’hanno semplicemente ignorato.
E’ stato detto che le autorità cinesi ciclicamente invitano le istituzioni mondiale a boicottare gli interventi del Dalai Lama: chi pensa che la Cina tema questo tipo di manifestazioni, si sbaglia.
Finchè si parlerà solo di diritti umani, la situazione dei tibetani non cambierà. Lo ha sostenuto, in modi molto affabili ma altrettanto chiari per chi voleva capire, l’inviato del Dalai Lama a Washington, Lodi Gyari: un signore sulla sessantina, di educazione monastica ma politico di professione, presidente del Board of International Campaign for Tibet.
Nel suo intervento, Gyari ha puntualizzato con forza che la questione tibetana non è solo un problema di diritti umani, ma è un problema politico e di riconoscimento territoriale. Ha inoltre lamentato la scarsa conoscenza della complessità dei rapporti sino-tibetani da parte dei politici occidentali, auspicando non tanto una maggiore comprensione del Tibet, ma perlomeno un’informazione basilare sugli argomenti dei quali si dibatte.
”Quando abbiamo presentato il nostro memorandum sulla proposta di autonomia del Tibet alle istituzioni cinesi – ha detto Lodi Gyari davanti alla platea di parlamentari – loro l’hanno rifiutato nella sua interezza”. Un memorandum che, sempre secondo Gyari, “molti di coloro che ci stanno aiutando per la nostra causa, non hanno nemmeno letto”.
Se qualcuno dei sostenitori della causa tibetana si fosse preso la briga di leggere il documento, avrebbe capito i veri motivi del rifiuto cinese ad una maggiore autonomia. Eccone un paio, citati dal testo prodotto dalle autorità tibetane (i grassetti sono miei):

6)  Utilisation of Natural Resources
With respect to the protection and management of the natural environment and the utilisation of natural resources the Constitution and the LRNA only acknowledge a limited role for the organs of self-government of the autonomous areas (see LRNA Articles 27, 28, 45, 66, and Article 118 of the Constitution, which pledges that the state “shall give due consideration to the interests of [the national autonomous areas]]”.  The LRNA recognises the importance for the autonomous areas to protect and develop forests and grasslands (Article 27) and to “give priority to the rational exploitation and utilization of the natural resources that the local authorities are entitled to develop”, but only within the limits of state plans and legal stipulations. In fact, the central role of the State in these matters is reflected in the Constitution (Article 9).

The principles of autonomy enunciated in the Constitution cannot, in our view, truly lead to Tibetans becoming masters of their own destiny if they are not sufficiently involved in decision-making on utilisation of natural resources such as mineral resources, waters, forests, mountains, grasslands, etc.

The ownership of land is the foundation on which the development of natural resources, taxes and revenues of an economy are based.  Therefore, it is essential that only the nationality of the autonomous region shall have the legal authority to transfer or lease land, except land owned by the state. In the same manner, the autonomous region must have the independent authority to formulate and implement developmental plans concurrent to the state plans.

7)  Economic Development and Trade
Economic Development in Tibet is welcome and much needed. The Tibetan people remain one of the most economically backward regions within the PRC.

The Constitution recognises the principle that the autonomous authorities have an important role to play in the economic development of their areas in view of local characteristics and needs (Article 118 of the Constitution, also reflected in LRNA Article 25). The Constitution also recognises the principle of autonomy in the administration and management of finances (Article 117, and LRNA Article 32). At the same time, the Constitution also recognises the importance of providing State funding and assistance to the autonomous areas to accelerate development (Article 122, LRNA Article 22).

Similarly, Article 31 of the LRNA recognises the competence of autonomous areas, especially those such as Tibet, adjoining foreign countries, to conduct border trade as well as trade with foreign countries. The recognition of these principles is important to the Tibetan nationality given the region’s proximity to foreign countries with which the people have cultural, religious, ethnic and economic affinities.

The assistance rendered by the Central Government and the provinces has temporary benefits, but in the long run if the Tibetan people are not self-reliant and become dependent on others it has greater harm. Therefore, an important objective of autonomy is to make the Tibetan people economically self-reliant.

Il timore dei cinesi è che si inizi finalmente a parlare dell’autonomia tibetana nel merito delle ripercussioni economiche e di risorse naturali che un provvedimento del genere potrebbe avere per la Repubblica Popolare Cinese. Per rendersi conto dell’entità del problema, non è necessario avere grandi conoscenze macroeconomiche. Basta aprire una cartina della Cina e vedere la grandezza del territorio tibetano.
In un’intervista all’Espresso, parlando di Mao Zedong e dell’invasione cinese del Tibet, il Dalai Lama ha dichiarato:”Non penso sia stata una decisione di Mao. Spesso i leader non decidono da soli. Penso sia andata come per Bush. Decidono i consiglieri e sbagliano”.

Un monito che spero il Dalai Lama abbia ben chiaro anche per sè.

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