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Primo ottobre 2009: la Cina festeggia la Repubblica Popolare

Quando quasi sessant’anni fa Mao Zedong, dalla balconata della Porta della Pace Celeste (Tian’anmen) di Pechino, proclamava trionfalmente la nascita della Repubblica Popolare Cinese, la Cina era uno dei paesi più poveri ed arretrati al mondo.
Era il I° ottobre del 1949 ed il popolo cinese usciva da una serie di conflitti combattuti sul proprio territorio da oltre cent’anni: le due guerre dell’oppio contro gli inglesi, la guerra sino-francese, la caduta dell’Impero e la Prima Repubblica di Sun Yat-sen, invasioni giapponesi, scontri al confine con la Russia, guerre civili. Una scia di sangue e fame che si sarebbe protratta ben oltre gli anni ’50, vittima delle follie autoritarie di Mao Zedong e della rabbia cieca delle Guardie Rosse che avrebbero messo a ferro e fuoco gran parte dei resti di una cultura millenaria unica nella storia del mondo.
A vederla oggi la Cina, dopo sessant’anni, tra i grattacieli ultramoderni di Pechino e Shanghai, avvolta nelle nubi giallognole del progresso, si riesce ad avere una vaga idea del miracolo economico compiuto in così poco tempo.
Dal 1978, quando il reintegrato Deng Xiaoping promulgò la svolta delle riforme economiche, la Cina è passata da sovrappopolato paese del terzo mondo a prima potenza economica del pianeta; dalla fame e dalle carestie che falcidiavano il proletariato agricolo (ancora oggi la maggior parte del miliardo e trecento milioni di abitanti censiti), al seggio al WTO per guidare i grandi della terra attraverso le insidie dell’economia globale.
E’ un miracolo che ha il sapore del riscatto, e il Partito Comunista Cinese, che nell’ordinamento dittatoriale della Repubblica coincide perfettamente col governo, ha deciso di fare le cose in grande.
Da settimane Pechino è in stato di fibrillazione pre-cerimonia: le principali arterie stradali della capitale sono presidiate da 10.000 soldati dell’Esercito di Liberazione, ai quali si aggiungono altri 800.000 volontari civili col compito di salvaguardare la sicurezza dei festeggiamenti.
In Piazza Tian’anmen, dove si svolgerà la parata dei corpi militari cinesi “oramai all’avanguardia col resto dei paesi del mondo” secondo il ministro della Difesa, è in vigore il divieto di volo: vietato qualsiasi oggetto volante non previsto dalle autorità, dagli aquiloni ai pochi piccioni non ancora catturati e rinchiusi temporaneamente in apposite gabbie (se ne contano a decine di migliaia), tenuti alla larga dal centro della capitale da 14 falchi addestrati ad hoc dai corpi speciali dell’aviazione cinese.
La follia maniacale del cerimonialismo orientale imporrà anche ai 5000 soldati coinvolti nella sfilata delle regole al limite del disumano: suddivisi in gruppi rispetto alla loro altezza (la disparità non dovrà superare i 6 cm), oltre a muoversi in perfetta sincronia, dovranno stare attenti a sbattere le ciglia precisamente ogni 40 secondi. Dopo le innumerevoli ore di addestramento per le tre ore di parata, non sono ammessi errori. Tutto dovrà essere perfetto, come alle Olimpiadi dello scorso anno.
Nemmeno alla natura sarà permesso di fare il suo regolare corso . L’aviazione cinese, pratica già in uso prima di Pechino 2008, ha già provveduto a disinnescare nell’aria degli ordigni speciali per raddensare le nuvole, causando dei temporali che assicureranno matematicamente per la giornata del primo ottobre cielo terso e sole raggiante.
Onde evitare spiacevoli inconvenienti, ai turisti occidentali è stato interdetto l’ingresso nel Tibet, mentre i 187.000 spettatori che avranno l’onore di presenziare alle celebrazioni di Pechino sono stati selezionati dopo un’ispezione politico-ideologica.
Mancano poche ore all’inizio dei festeggiamenti, e il mondo ha puntato i riflettori sul Gigante Asiatico.
Il futuro dell’economia mondiale, della libertà di opinione, dei diritti civili e di tutti noi, volenti o nolenti, non può che decidersi proprio in Cina.

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Il culto di Silvio

Ieri, 23 settembre Anno Silvii XV, l’epopea del culto della personalità del premier si è impreziosita di un nuovo tassello.  E’ comparso infatti su Youtube il trailer de “La Pace Può”, inno ufficiale per la candidatura al prossimo Premio Nobel per la Pace del presidente del Milan.
Dopo “Meno male che Silvio c’è” e “Silvio Forever”, al canzoniere del Popolo delle Libertà si è aggiunta l’opera di Loriana Lana, già autrice di liriche per Iva Zanicchi, Tony Esposito e Mariano Apicella (con “Tempo di rumba”, scritta a quattro mani con Silvio Berlusconi).
Al coro di “Silvio grande è”, la canzone pone l’accento sulle gesta salvifiche dell’Unto del Signore in terra d’Abruzzo, sul “Presidente sempre presente che ci accompagnerà”, incastonando il tutto nell’ambientazione bucolica della campagna abruzzese, dove “la neve e il sole che si incontrano” anticipano l’apparizione del premier.
La nascita spontanea di queste esaltazioni del potere incarnato, di queste professioni di fede profonda verso la figura oramai mitizzata del leader, ha avuto nella storia precedenti illustri.

Anni ’60, Cina, Rivoluzione Culturale. Uno degli avvenimenti più tragici e sanguinosi della storia mondiale ha avuto come sottofondo sonoro, trasmesso all’alba ed al tramonto da ogni apparecchio radio della Repubblica Popolare, l’inno “Dongfang Hong”, L’Oriente è Rosso, elogio accorato al comunismo, al maoismo ed alla figura di Mao Zedong.

“Egli lavora per il bene del popolo,
Hurrà, lui è il grande salvatore del popolo!
Il Presidente Mao ama il popolo,
è la nostra guida,
per costruire una nuova Cina.
Hurrà, ci guida verso il futuro!”

Nel frattempo, in Corea del Nord, i soldati di Kim Il-sung componevano assieme agli alleati cinesi della Guerra di Corea un inno simile dedicato al loro condottiero, scomparso nel 1994. “La canzone del Generale Kim Il-sung”, molto nota anche in Cina, è sopravvissuta al conflitto tra Corea e Stati Uniti, rimanendo ancora oggi un tema molto in voga a Pyongyang.

Egli è il benefattore che ha liberato i lavoratori,
Egli è il grande Sole della nuova Corea democratica

Oh che dolce nome, Generale Kim Il Sung!
Oh che nome glorioso, Generale Kim Il Sung!”

Se la tradizione celebrativa dei grandi uomini è stata pratica comune durante le peggiori dittature asiatiche, in Europa abbiamo ragione di pensare che l’esempio degli inni dedicati a Silvio Berlusconi rappresentino un unicum nella storia del Vecchio continente.
Nonostante le ricerche effettuate, sembra che né Francisco Franco, né Benito Mussolini, né Adolf Hitler possano vantare degli omaggi canori del calibro di “Meno male che Silvio c’è” o “La Pace Può”.
Questo tipo di inni, come già aveva notato Roberto Cotroneo, mirano ad esaltare non un’idea o un principio, bensì la viva persona in carne ed ossa che, con le sue azioni eccezionali, trascende il gruppo di appartenenza (PdL) o la categoria di riferimento (politici? statisti?), trasferendosi su un piano di divinità, nuovo Messia.
Il fenomeno, che potremmo snobbare come espressione della deficienza più becera, racchiude invece una serie di particolari agghiaccianti: l’adulazione smodata per la persona di Silvio Berlusconi, o per il feticcio mitologico creato dai suoi media, nasconde in realtà il vuoto più totale di un ideale di vita, di un progetto per il proprio futuro condiviso con il leader che, temporaneamente, si impegna a promuovere nella società. E’ la prova dell’assuefazione che gli elettori provano per il loro leader.
Un leader che, gongolandosi nella veste di Dio Adorato, ha già previsto e realizzato da tempo un mausoleo nella propria tenuta di Arcore, imitando i compagni Mao e Kim: una fine eccezionale per un uomo eccezionale.


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