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Il compagno Oba-Mao

“Queste magliette non si devono vendere”. Il diktat da Pechino è arrivato forte e chiaro a tutte le miriadi di bancarelle sparse per il territorio cinese, e così le magliette culto di Oba-Mao sono temporaneamente finite in magazzino, evitando al presidente americano l’imbarazzo di essere additato tra le schiere dei comunisti dai soliti nostalgici del maccartismo repubblicano.
Barak Obama atterrerà a Shanghai il prossimo 15 novembre, iniziando la sua prima visita diplomatica nella Repubblica Popolare; una serie di incontri istituzionali da intraprendere con la massima prudenza. Si parlerà di crisi economica e ripresa, politica monetaria (dollaro troppo instabile per i cinesi, yuan troppo svalutato per gli americani), emissioni di Co2 e cambiamenti climatici, forse addirittura di un coinvolgimento maggiore dell’esercito cinese in Afghanistan; militarizzato dai marines ma economicamente colonizzato dalla lunga mano del CIC (China Investment Corporation, fondo di investimento statale controllato dal PCC), che si sta lentamente appropriando dei maggiori giacimenti di ferro e gas naturale della zona.
Con queste premesse, la scelta di non ricevere il Dalai Lama durante il suo recente viaggio negli USA assume dei tratti molto più responsabili di quelli che i detrattori di Obama dell’ultima ora hanno voluto sottolineare.
Lasciare alla porta Sua Santità  e strizzare l’occhiolino ai governanti cinesi ha trasformato l’attesa del presidente americano in un entusiastico countdown carico di speranza: mentre gli apparati delle due potenze cercheranno di risolvere le diatribe economiche e di carattere internazionale, l’opinione pubblica cinese vede in Obama la possibilità di un interlocutore che possa portare la Cina verso un’apertura democratica.
Una sorta di nuovo rivoluzionario, anche per questo declinato nella sua versione maoista sulle magliette: perchè ancora oggi la figura di Mao Zedong, per molti cinesi, rappresenta non il dittatore sanguinario della Rivoluzione Culturale o l’utopistico visionario del Grande Balzo in Avanti, ma il liberatore delle masse contadine della guerra civile, il leader della ciotola di riso per tutti.
A noi europei tutto ciò sembrerà strano, ma il riciclaggio storico attuato da Deng Xiaoping nei primi anni ottanta, quello del Mao al 70% buono ed al 30% cattivo per intendersi, ancora gode di parecchi consensi tra la popolazione. Il ritratto di Mao in piazza Tian an men, a 20 anni dalla strage, ne è la prova.
Non è da escludere infatti che Obama, cavalcando il consenso e l’entusiasmo popolare del quale gode in Cina, possa sollevare degli argomenti non previsti da Hu Jintao o Wen Jiabao: “Ci sono stati alcuni casi lampanti di violazione dei diritti umani – ha dichiarato Wen Yunchao dopo aver vinto il premio di Twitterer dell’anno assegnato durante la quinta conferenza dei blogger cinesi – e spero che Obama a questo riguardo dimostri le sue preoccupazioni. Inoltre, si ricordi di chiedere ad Hu Jintao di abbattere il Grande Firewall che ostacola la nostra libertà di opinione”.
Come i loro genitori riponevano le speranze in Gorbaciov, i giovani cinesi di oggi sperano in un nuovo rivoluzionario straniero che li possa aiutare.
Questa volta a stelle strisce. E nero.

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La Cina alla conquista dello spazio

(scritto per www.agichina24.it)

 

La Cina è pronta per la sua prima passeggiata spaziale. La navetta spaziale Shenzhou VII è partita dalla stazione di lancio di Jiuquan, nella provincia occidentale del Gansu, candidando il colonnello Zhai Zhigang ad essere il primo cinese nella storia della Repubblica Popolare a camminare nello spazio.
Per il programma spaziale cinese questo è il terzo lancio di astronauti in orbita, dopo il sucesso delle missioni del 2003 e del 2005. Ora lo scopo è mettere alla prova le nuove tute spaziali ‘made in China’ è puntare presto all’obiettivo più ambizioso: realizzare la prima stazione spaziale permanente cinese.
A poco più di un mese dalla conclusione dei Giochi Olimpici, il Paese è nuovamente travolto da una ventata di orgoglio patriottico che, visto il recente scandalo del latte contaminato, non poteva essere più provvidenziale per l’establishment politico.
Il presidente Hu Jintao, che era alla base di Jiuquan per seguire da vicino le procedure di lancio, ha salutato i tre astronauti portando gli auguri di tutto il Paese: “Grazie al forte supporto di tutta la nazione, la preparazione di vari settori, il vostro allenamento e le vostre doti, sono sicuro porterete a termine con successo questa gloriosa missione. La madrepatria e il vostro popolo attendono il vostro ritorno trionfante”, ha dichiarato Hu durante la cerimonia trasmessa sulle reti nazionali.
Secondo Kevin Pollpeter, esperto del programma spaziale cinese per la Defense Group Inc. di Washington, “questa sarà una grande dimostrazione della potenza cinese. Il prossimo obiettivo, la costruzione di una base spaziale, per loro rappresenterebbe una sorta di incoronazione come superpotenza”.
Da quando Mao Zedong lamentava che “il Paese non è in grado di lanciare nemmeno una patata nello spazio”, l’industria spaziale cinese ha compiuto passi da gigante. Ma se da un lato destano stupore dentro i confini della Repubblica, dall’altro non vengono sempre visti di buon occhio dalla comunità internazionale: l’anno scorso il lancio test di missili anti-satellite ha provocato le accuse di ambizioni spaziali a livello militare, che però il Partito ha sempre respinto con forza. A questo proposito, il portavoce del ministero degli Esteri Liu Jianchao ha recentemente sottolineato che “la Cina da sempre  sostiene l’uso pacifico dello spazio. L’obiettivo delle missioni spaziali cinesi è solo di esplorare lo spazio, incoraggiare lo sviluppo economico nazionale e il benessere del proprio popolo”. La missione rientra nel programma spaziale denominato Shenzhou (vascello sacro), sviluppato interamente dal ministero della Difesa e da altre agenzie governative: nonostante il bilancio stanziato per il programma sia segreto, si stima che fino al 2003 sia costato 1,8 milioni di euro.
L’evento è stato ampiamente coperto dai media cinesi, senza risparmiare al pubblico i dettagli anche più futili della missione, dal menù dell’astronauta (comprensivo di kung-pao e nuove ricette a base di pollo) alla cassetta di medicine tradizionali cinesi, ricavate da 10 differenti tipi di piante, per contrastare il “mal di spazio”.
I tre astronauti scelti per intraprendere la missione sono già diventati eroi in patria. Il riscatto dalla povertà e il successo dovuto all’arruolamento sono i tratti distintivi delle vite di Zhai Zhigang, Liu Boming e Jing Haipeng, tutti classe ’66, immediatamente indicati dai media come modelli da seguire per tutti i giovani cinesi.
A fine missione, della durata di 68 ore, i tre astronauti dovrebbero atterrare nella provincia della Mongolia Interna: in Cina si può decollare da un paese sconvolto da uno scandalo e atterrare in una superpotenza in festa in poco meno di tre giorni.

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Cina: un solo pugno chiuso

Alla mensa della Beijing Waiguoyu Daxue, pochi metri sopra la testa della fiumana di studenti curvi su ciotole di spaghetti in brodo o riso bianco variamente assortito, sono appesi una serie di schermi televisivi che trasmettono, ad ore pasti cinesi (pranzo dalle 11 a mezzogiorno e mezza, cena dall 5 fino alle 7 e mezza) il Campus Channel, rigorosamente in cinese: solitamente il pranzo era allietato dalle 10 migliori azioni a campo aperto dell’NBA, da una monografia con foto di repertorio di Beppe Signori alla scuola calcio, programmi musicali coreani e rari sprazzi di telegiornali internazionali, ma dal 13 Maggio, un giorno dopo il cataclisma nel Sichuan, il palinsesto è cambiato.

Seguendo lo stile nostrano, e con nostrano intendo occidentale, di portare la tragedia dal luogo dell’avvenimento al luogo del compimento, vengono trasmesse a rotazione una serie di immagini agghiaccianti di distruzione, mani che spuntano dalle macerie, urla e pianti alternate dal presidente  Hu Jintao alla testa di un gruppo di militari intento a dare direttive di soccorso, oppure col premier Wen Jiabao in mezzo ai sopravvissuti, tra strette di mano e sorrisi.

Già, perché se la tragedia si è consumata nel Sichuan, che con i suoi 90 milioni di abitanti è una delle regioni più povere della repubblica popolare, il canale CCTV, nelle veci del Governo Cinese, la sta portando a compimento nelle case di ogni cinese possessore di apparecchio televisivo; le decine di migliaia di morti diventano così lo sfondo per esaltare l’unità del popolo cinese, personificato nell’imponente mobilitazione militare organizzata a tempo di record per aiutare i terremotati.

Hanno appena trasmesso un’intervista di una donna poliziotto che, trattenendo a stento le lacrime, diceva di aver perso tutta la famiglia compresa sua figlia di due anni, ma che imperterrita stava continuando a scavare tra le macerie perché “anche chi sta ancora là sotto è parte della mia famiglia”, ovvero il popolo: questa scena, così lontana dalla Cina pudica dove le emozioni, positive o negative che esse siano, vengono mascherate con misurata compostezza, è la manifestazione del cambiamento in corso.

Il dolore non è più privato ed intimo, ma viene collettivizzato per educare la popolazione e calcificarne il senso di appartenenza: ogni cinese commosso davanti allo schermo, da Pechino a Shanghai, dalle gelide regioni del nord alle tropicali del sud, sente in cuor suo di far parte di un unico grande popolo, protetto e seguito dal Partito Comunista, unito di fronte alla tragedia del Sichuan come nella gioia delle Olimpiadi; non esistono più separatisti Xingjianesi o Tibetani (ironia della sorte, etnia di maggioranza proprio nel Sichuan devastato dal terremoto), non esistono più minoranze e diversità economiche o sociali. Esistono un miliardo e trecento milioni di persone che unite sono più forti della povertà, più forti dei separatismi, più forti dei boicottaggi e più forti dei cataclismi: davanti ad un sentimento come questo, giusto o sbagliato che sia, possiamo solo esserne spettatori ammirati, proprio come davanti ad una calamità naturale.

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