Archivi tag: diritti umani

Google, Hollywood e la nuova esportazione di democrazia

 

Google, lamentando l’incompatibilità del proprio marchio a sottostare alle leggi della censura online, minaccia di abbandonare il mercato cinese. Avatar, kolossal di James Cameron già campione d’incassi nella Repubblica Popolare, verrà tolto dalle sale in 2D dal 23 gennaio.
A distanza di pochi giorni, in questo gennaio 2010, il governo cinese sembra messo alle strette dall’onda dirompente della cultura made in USA; un impulso che sta cercando abbattere le mura censorie del Partito Comunista Cinese a tutti i costi.
Stufi di agire entro il recinto concesso dalla dittatura cinese alle corporation internazionali, Google ha provato a forzare la mano adottando la logica del ricatto. Il mercato cinese è una miniera d’oro controllata stabilmente dal Partito Comunista Cinese che, con la politica dell’apertura promulgata da Deng Xiaoping alla fine degli anni ’70, ha progressivamente permesso la penetrazione di aziende internazionali nella spartizione della torta. Unica clausola, il rispetto delle regole dello stato, anche in materia economica.
A differenza del libero mercato occidentale, dove è l’egemonia americana a dettare le regole del mercato globale, in Cina la mediazione è affidata direttamente alle autorità governative che, in virtù del metodo dittatoriale di gestione dello stato, si riservano il diritto di fissare le regole dei giochi;
giusto o sbagliato che sia, l’accettazione delle leggi cinesi è la condizione primaria per poter agire nel mercato più vasto del mondo. Google, quando nel 2006 ha aperto l’omonimo motore di ricerca in lingua cinese, ha accettato e sottoscritto le condizioni imposte dal governo, salvo disattenderle arbitrariamente proprio nel gennaio 2010, anteponendo una presunta redenzione morale alla ragione di essere di una corporation: il profitto. O forse, visto il trattamento di favore riservato dal governo al motore di ricerca cinese Baidu, il colosso di Mountain View ha preferito far leva sulla crociata dei diritti umani per tentare di abbattere il Great Firewall cinese, che oltre a bloccare il flusso di informazioni “sensibili” blocca anche una gran quantità di quattrini.
La Cina è l’unico Paese dove le grosse aziende americane non agiscono secondo uno status di oligopolio: entro i confini della Repubblica Popolare, Google, Microsoft, Yahoo, Cisco, Yahoo non sono le prime della classe, e non riescono a farsene una ragione.
Anche per la distribuzione di Avatar, affidata come il resto dei film occidentali importati in Cina (non più di 20 all’anno) alla China Film Group, vale lo stesso discorso.
La monumentale pellicola di James Cameron, che pregna di messaggi ambientalisti e pacifisti dovrebbe ispirare alla rivolta tutta la varietà di assoggettati cinesi (tibetani, uighuri, braccianti delle campagne e sfrattati delle metropoli), il 23 gennaio sarà tolta dalle 4500 sale in 2D sparse per tutto il territorio della Repubblica Popolare in concomitanza con l’uscita di Kongzi: una produzione nazionale che ripercorrerà la vita di uno dei massimi filosofi nella storia cinese, Confucio, recentemente riabilitato dopo le purghe culturali maoiste. In altre parole, la distribuzione cinese ha legittimamente preferito togliere dal cartellone una pellicola che trasuda americanità ad ogni fotogramma (dalle teste rasate dei marines, passando per la spettacolarizzazione del tribalismo fino all’ambientalismo new age) per non intralciare un prodotto cinese che parla ai cinesi della loro storia e delle loro radici, proprio a ridosso del capodanno cinese.
Il caso Google ed il caso Avatar, impacchettati e fagocitati dall’opinione pubblica come lotte per la libertà e per i diritti umani, sembrano in realtà molto meno nobili questioni di egemonia.
Da un lato, la cultura americana vuole espandersi oltre i picchetti cinesi, esportando la propria democrazia e permettendo ai cinesi di “armonizzarsi” alla popolazione mondiale e godere delle loro libertà: la libertà di vedere i loro film, di usare i loro motori di ricerca, di comprare i loro prodotti e di consumare come loro. Dall’altra, l’ala conservatrice del Partito Comunista si arrocca sulla censura per ritardare il più possibile un inevitabile processo di riforme sociali, la fase due della politica di apertura teorizzata dallo stesso Deng trent’anni fa. In mezzo, ingannati dalle corporation americane, censurati e controllati dal Partito Comunista, ci sono sempre loro: i cinesi.

Annunci

1 Commento

Archiviato in Cineserie

Parole grosse…

David Drummond, capo dei legali di Google, lo scorso 12 gennaio ha postato sul blog ufficiale del colosso di Mountain View una dichiarazione che, qualsiasi saranno i risvolti, rimarrà storica.
In sintesi, Google ha deciso di non spalleggiare più la censura del governo cinese e per la prima volta dal 2006, quando appariva online google.cn, le ricerche effettuate hanno aggirato il Great Firewall, offrendo agli internauti della Repubblica Popolare immagini fino a quel momento tabù: la fila di carri armati fermi davanti all’ormai mitico manifestante di piazza Tian’anmen, le foto delle migliaia di esecuzioni capitali (in Cina coperte dal segreto di stato), la figura del Dalai Lama.
Secondo Drummond, a metà dicembre si sono registrati attacchi di hacking provenienti dalla Cina alle infrastrutture di google e di altre grosse aziende americane attive nel campo delle telecomuncazioni, tecnologia, chimica e finanza; inoltre, gli account email di almeno due dissidenti cinesi sarebbero stati violati. Per questo, la dirigenza statunitense di Google, senza interpellare la filiale cinese, ha deciso unilateralmente di venire meno all’accordo che dal 2006 imponeva i filtri censori al motore di ricerca, minacciando di ritirarsi dal mercato del web cinese e di chiudere gli uffici di Pechino se non si troverà un nuovo accordo con le autorità governative.
Le reazioni entusiastiche delle organizzazioni umanitarie, della stampa occidentale e dei twitterer cinesi, che vedono nella presa di posizione di Google un primo spiraglio nel muro della libertà di informazione ed espressione, non sono ancora state controbattute da dichiarazioni ufficiali del governo cinese.
In seguito all’annuncio di Google, alcuni abitanti di Pechino si sono ritrovati davanti alla sede cinese del motore di ricerca per esprimere la loro solidarietà lasciando dei mazzi di fiori davanti al logo: immediatamente sono stati allontanati dalle guardie, rei di “deposito illegale di fiori”.
Gli esperti interpellati dai maggiori siti web cinesi, come sina.com, concordano sulla teoria del passo più lungo della gamba: “La decisione non rappresenta un grosso problema per gli utenti cinesi, ma sarebbe il provvedimento più stupido della storia di Google – ha commentato Tang Jun, ex presidente di Microsoft Cina – rinunciare alla Cina significa rinunciare a mezzo mondo.”
Cercando di interpretare tra le righe il senso profondo della dichiarazione di Drummond, ed accantonando la teoria del suicidio economico per mancanza di buon senso, l’uscita di Google ad un mese dagli attacchi suona abbastanza strana.
Perché aspettare così tanto? Perché citare altri importanti gruppi americani coinvolti nell’attacco da parte degli hacker senza farne i nomi? Perché, dopo 4 anni di pacifica convivenza col governo cinese e censura annessa, ora si minaccia una decisione così drastica apparentemente per il bene superiore dei diritti umani?
Secondo la Reuters, questa sortita potrebbe essere l’inizio di un piano più organico da parte degli Stati Uniti per una campagna a favore dei diritti umani: sembra infatti che Hillary Clinton, segretario di stato americano, abbia incontrato la scorsa settimana i dirigenti delle maggiori compagnie statunitensi, tra le quali spiccano Google, Microsoft e Twitter.
Inoltre, un’eventuale uscita dal mercato del web cinese da parte di Google, consegnerebbe il monopolio dei motori di ricerca cinesi a baidu.com, che attualmente detiene oltre il 60% del traffico totale, contro quasi il 30% di Google.
Da questa vicenda, seppur ancora fumosa e chissà per quanto ancora, si può assodare un fatto certo: in Cina, da 48 ore, uno spiffero di aria fresca penetra dai mattoni del Grande Firewall.

Copyright immagine: CBS

1 Commento

Archiviato in Cineserie

Le Olimpiadi del pregiudizio

“Salve a tutti amici ascoltatori, da oggi parleremo di sport ma anche di…”: è iniziata così la diretta da Pechino della Rai, pochi istanti prima dell’inizio della cerimonia di apertura delle molto discusse Olimpiadi cinesi.
Gli “anche” elencati dal cronista sportivo della rete nazionale erano ad ampio spettro tematico: diritti umani, ambiente, discriminazione sessuale, razziale, religiosa, libertà di stampa, politica del figlio unico, tibet, xinjiang, dittatura. Una descrizione degna dell’ultimo dei paesi civili al mondo, non certo l’aggancio introduttivo accattivante di una trasmissione sportiva. 

Ho vissuto tre mesi in Cina e sono il primo a poter denunciare le contraddizioni di un enorme paese e del suo miliardo e trecento milioni di abitanti, ma occorre farlo con cognizione di causa, documentandosi e trattando i problemi con la cura e l’obiettività storica delle quali sono degni.
Ad esempio, nessuno ha ricordato l’ovvio, ovvero che Pechino è stata designata come sede delle Olimpiadi dal Comitato Internazionale Olimpico, presieduto da ex atleti e personaggi politici di tutto il mondo, non certo da riservisti dell’Esercito del Popolo in pensione. E del tremendo apparato censorio cinese, messo a punto da tecnici americani col benestare, ad esempio, di Google, qualcuno ha parlato? 
Quando la Meloni e Gasparri chiedono agli atleti un gesto di dissenso durante la sfilata delle delegazioni, ricevendo oltre al rifiuto un bel tricolore con un “minchia, a Pechino sugnu” censurato dalla regia cinese (evidentemente poco preparata in dialettologia italica), l’acuta risposta del presidente del CONI Petrucci viene sempre semi-oscurata dalla censura nostrana: “Perchè non avete chiesto agli industriali di boicottare le Olimpiadi?”. Viva la sincerità! Lo sport può e deve veicolare messaggi umanitari, ma non deve essere il paravento per quei paraculo di politicanti seduti nel nostro parlamento, che mentre cercano di stringere contratti economici chiedono ad un gruppo di atleti di manifestare il dissenso di una nazione. Perchè non l’hanno chiesto alla Di Centa o al buon Frattini?

Seguono i commenti alla spettacolare cerimonia d’apertura: mio padre e mia madre, che non sono iscritti al PCC e di Olimpiadi ne hanno viste qualcuna più di me, hanno detto che a loro memoria è stata la cerimonia più impressionante e sfarzosa di sempre, la più emozionante. Il senso estetico dei miei familiari evidentemente non incontra il benestare di Bisteccone Galeazzi, che in un paio di frasi sbrigative ha liquidato la pratica cerimonia esaltando quella di Seoul e della stessa Atene, e nemmeno quelli di Leonardo Coen di Repubblica, che a discapito dello skywalking di Li Ning mentre la pergamena della storia cinese si srotolava dietro di lui, ha preferito l’uomo razzo di Los Angeles 84. Molto meglio una bella americanata stile “Il Cavaliere Oscuro” (pessimo, peraltro), che un viaggio nella millenaria cultura cinese diretto da Zhang Yimou.
Nel mio posto di lavoro qualcuno ha addirittura paragonato la coordinazione dei percussionisti ad un “video di epoca nazista”.
Il dubbio è che i cinesi avrebbero potuto organizzare qualsiasi spettacolo senza incontrare il favore dei giornalisti italiani, in netta controtendenza col resto del mondo editoriale.
Ma se fossero state in Italia le Olimpiadi, la stampa internazionale avrebbe fatto la morale al governo italiano sulla mafia, le morti bianche, le leggi ad personam, la violazione dei diritti umani nei confronti dei rom, i cpt, la Padania Libera (padani e tibetani si sentono molto vicini, secondo i padani), la discriminazione sessuale nel posto di lavoro, gli stupri…poveri giornalisti italiani (eccezion fatta per Fabio Cavalera del Corriere, che non si smentisce mai): ancora una volta hanno perso l’occasione per riscattare il proprio nome, a discapito dell’aggettivo.

2 commenti

Archiviato in Cineserie

Indignazione ad orologeria

copyright matteo miavaldi

In Cina la distanza tra il potere stabile del Partito Comunista e i confini turbolenti del Tibet la si potrebbe percorrere ogni giorno partendo dalla stazione di Beijing Ovest, destinazione Lasha: 48 ore e mezzo per tagliare da parte a parte tutta la nazione, dai grattacieli della capitale in fremito pre-olimpico alle vette più alte del mondo.
La macchina della censura si è attivata con precisione chirurgica; già da venerdì sera molte testate giornalistiche online non erano raggiungibili, Youtube è stata oscurata, i telegiornali nazionali hanno  dato all’argomento rilevanza minima e il Renmin Ribao di Domenica, primo quotidiano cartaceo cinese come tiratura, su dodici pagine non ha dedicato nemmeno un trafiletto alla sommossa tibetana, mentre un articolo a tutta pagina testimoniava la presenza di Hu Jintao ad una sorta di “giornata della natura”, immortalando lo stesso Presidente della Repubblica Popolare nell’atto di innaffiare un albero appena piantato assieme ad alcuni studenti sorridenti : da tre giorni per il resto della Cina, Lasha è ancora più distante.
Addirittura al Tempio dei Lama di Pechino, presunta sede pechinese della fede lamaista, domenica mattina la situazione era assolutamente normale: i monaci passeggiavano tranquilli vicino all’enorme statua di Buddha della sala principale, circondati da fiotte di turisti tedeschi ed americani sbarcati da decine di pullman dei tour organizzati: the show must go on.

La gravità della situazione è nota a tutti, molto più nota a chi legge dall’Italia dove, mi dicono, la notizia è stata riproposta in toni martellanti per giorni, tanto che si inizia a pensare seriamente ad un boicottaggio della delegazione Italiana alle prossime Olimpiadi.
Come giustamente ha scritto Venturini sul Corriere nel suo brillante commento, sarebbe l’ennesima vittoria dell’ipocrisia più schifosamente occidentale che, da decenni, il monolite democratico del quale ci fregiamo orgogliosamente parte integrante, attua nei confronti dei fuori casta del resto del mondo, di coloro che dovrebbero imparare da noi la democrazia e il rispetto dei diritti umani.
Se fino a 20 giorni fa potevo solo immaginare l’entità dell’ipocrisia, oggi passeggiando in città la posso vedere coi miei occhi.

A Wangfujin, la Via del Corso di Pechino, le guide indirizzano i turisti verso un paio di viuzze dove si vendono chincaglierie d’ogni genere, bettole molto poco igieniche dove si possono mangiare spiedini di shanzha caramellati, spiedini di scorpione ed insetti vari creati appositamente per noi waiguoren (come vengono chiamate in Cina gli stranieri): in una decina di minuti le hai visitate tutte e puoi tornare sul viale principale dove, davanti ad un MacDonald mastodontico, George Clooney ti guarda pubblicizzando un orologio di lusso che un cinese medio non si potrebbe permettere nemmeno con anni di lavoro, il primatista mondiale dei 100 metri piani è immortalato in posa plastica, sottotitolato da “impossible is nothing”, rigorosamente tradotto in cinese e decorato dal bollino ufficiale dei Giochi Olimpici.
Poco più avanti un gruppo di cinesi fa la fila per prendersi un gelato da Baskin-Robbins, arcinota quanto pessima catena di gelati statunitense: hanno tutti scarpe nike, jeans, capigliature post-punk, alcuni addirittura si cotonano i capelli.

Poi c’è l’onnipresente Yao Ming, cestista ambasciatore della Cina nell’NBA, che pubblicizza qualsiasi oggetto commercialmente rilevante, per la gioia di Mike Stern, Presidente della National Basketball Association, e di tutti i ragazzi di Pechino che indossano canotte da basket extralarge, atteggiandosi nelle discoteche come se fossero nati ad Harlem, non nel Sichuan, dove oggi i loro conterranei hanno assaltato una stazione di polizia e sono morti in 8.

Chi oggi urla allo scandalo tibetano, nel 2001 ha votato a favore dei Giochi Olimpici in Cina, ha chiuso gli occhi di fronte alle contraddizioni agghiaccianti di una nazione grande come un continente e ha fatto affari d’oro pubblicizzando il mondo delle favole del vecchio continente, dove “impossible is nothing”, mentre qui grazie anche a Microsoft e Google è davvero impossible avere un briciolo di informazione: la democrazia alla cinese è andata in onda tutto il giorno sulle reti nazionali, quando più di duemila delegati dell’Assemblea del Popolo si sono riuniti a Pechino per ratificare le scelte politiche già prese dal Comitato Permanente, con tanto di farsa di voto infilato nell’urna a suon di applausi, con sottofondo di musica classica stile concerto di capodanno viennese.
Se davvero alla comunità internazionale sta a cuore la sorte del popolo cinese, presenziare alle Olimpiadi è un obbligo morale: per ora abbiamo mostrato alla Cina la nostra facciata più bieca ed opportunista. Entro Agosto, riusciremo a mascherarci da Paesi Modello?

3 commenti

Archiviato in Cineserie