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Alunni stranieri? Per la Gelmini non oltre il 30% per classe

scritto per Rivist@

Il ministro Gelmini ha proposto di istituire un tetto massimo del 30% per gli alunni stranieri nelle classi degli istituti scolastici italiani. Cosa ne pensano gli stranieri? Lo abbiamo chiesto a Marco Wong, presidente onorario di Associna, che giovedì 28 gennaio parteciperà ad un’audizione parlamentare dedicata all’istruzione ed all’integrazione, due concetti che il signor Wong incarna perfettamente: nato a Bologna da genitori cinesi nel 1963, ha completato il suo percorso di studi con una laurea in Telecomunazioni al Politecnico di Milano; ha lavorato per Pirelli, TIM, Huawei Technolgies Italia. Oggi vive a Roma e ricopre la carica di presidente di Associna, l’associazione dei cinesi delle seconde generazioni.

R@: Cosa ne pensa della proposta del ministro Gelmini, che assegna alle presenze di alunni immigrati nelle classi un tetto massimo del 30%?
MW: La difficoltà nel realizzare un obiettivo come quello della Gelmini sta nel fatto che la maggioranza degli stranieri si concentrano in alcune aree della città, non sono omogeneamente distribuiti nel territorio. Ci sono quindi alcune scuole dove in effetti questo obiettivo del 30% è più facilmente raggiungibile, ma ci sono altre aree in cui c’è una forte concentrazione non per una particolare volontà, ma anche solo per motivi economici o sociali, in presenza di un centro consistente di immigrati oppure di prezzi più bassi. In queste aree, il rispetto delle percentuali suggerite dal ministro Gelmini sarebbe decisamente più problematico.

R@: Sempre secondo il ministro Gelmini, coloro che dimostreranno una competenza linguistica sufficiente non rientreranno nel conteggio. Ma questo livello, da chi è determinato? Chi decide se un immigrato raggiunge o meno la sufficienza linguistica?
MW: Infatti questo è uno dei punti deboli della proposta. Diciamo che l’obiettivo generale potrebbe essere condivisibile, essendo più facile per una classe più varia raggiungere l’obiettivo dell’integrazione. Purtroppo, la bontà di una legge si valuta in base al modo in cui si applica, ai mezzi che ci sono per poterla applicare. Altrimenti, si tratta solamente di un sogno, o di un proclama. Come poter realizzare questo obiettivo? E’ un interrogativo al quale ancora non è stata data una risposta. Nel contempo però, si verificano continui tagli su quei capitoli di spesa che dovrebbero proprio concorrere alla realizzazione di queste quote. E’ tutto molto contraddittorio: da un lato si pone un obiettivo, e dall’altro si tagliano i mezzi per raggiungerlo.

R@: Quali sarebbero secondo lei gli strumenti per facilitare il processo di integrazione?
MW: Sicuramente andrebbero supportate tutte quelle iniziative che tendono a superare il gap linguistico, che è l’ostacolo principale all’integrazione. E attualmente gli istituti scolastici non sono nelle condizioni per affrontare questo genere di problematica. All’interno della comunità cinese, ad esempio, è molto frequente il caso di ragazzi nati in Italia che, non potendo essere seguiti adeguatamente dai genitori per motivi di lavoro e non riuscendo a superare le difficoltà linguistiche nella scuola italiana, vengono mandati a crescere in Cina: lontani dai genitori e viziati dai nonni, abituati ad uno stile di vita medio-alto grazie ai soldi che ricevono dai propri genitori in Italia. Poi, quando i genitori in Italia raggiungono un certo grado di stabilità, magari in età adolescenziale, vengono fatti tornare in Italia, soffrendo di un gap linguistico-culturale ancora maggiore, in aggiunta alla differenza nello stile di vita: qui in Italia non appartengono più al ceto medio-alto cinese, ma al ceto attualmente più basso nella scala sociale italiana: l’immigrato. Inoltre le cosiddette seconde generazioni, in questo contesto legislativo, nonostante siano nate in Italia oggi si ritrovano ad essere stranieri nel loro paese natale.

R@: Secondo lei, per quale motivo il diritto alla cittadinanza è così difficile da far valere per un immigrato in Italia?
MW: Per certe fasce della popolazione, verso le quali addirittura si cerca di creare un clima di ostilità nei loro confronti, la burocrazia italiana, generalmente inefficiente, per alcuni lo è ancora di più. Ad esempio, io dico sempre che il primo contravventore della legge Bossi-Fini è lo Stato stesso. La legge prescrive che il permesso di soggiorno deve essere rilasciato in venti giorni: secondo le ultime statistiche, risulta che il documento arrivi a destinazione dopo 200 giorni, con picchi di 280 giorni. C’è gente che si vede arrivare il permesso di soggiorno già scaduto. Questo indica la scarsa volontà di applicare la legge stessa. Con la criminalizzazione della clandestinità poi, l’applicazione attuale della legge Bossi-Fini finisce per alimentare se stessa. I criteri stessi per ottenere la cittadinanza esistono, ma non sono assolutamente trasparenti. Per questo il diritto alla cittadinanza non è più un diritto, sembra oramai una sorta di concessione.

R@: Tornando alla scuola, secondo lei gli insegnanti sono preparati adeguatamente dallo Stato ad affrontare la sfida dell’immigrazione? Esistono corsi di aggiornamento o, specie nelle grandi città, reti comunali che mettano gli istituti scolastici in contatto con gli studenti universitari di lingue orientali o mediatori di altro tipo per aiutarli nelle classi?
MW: Come spesso succede, molto è lasciato alla buona volontà degli insegnanti. Ci sono lodevoli esempi che, grazie alla volontà del singolo, riescono ad ovviare ai deficit del sistema. Come al solito è un problema di fondi, e quel poco che viene dato viene usato maggiormente per far fronte a situazioni di emergenza, piuttosto che investirlo in programmi di integrazione. Nel quadro generale direi che manca un po’ questa volontà di cercare di dare una vera risposta a queste tematiche.

R@: Nel processo decisionale dei provvedimenti diretti a regolare la vita delle comunità migranti, come questo dell’istruzione, le comunità stesse si sentono coinvolte? Chi porta la voce degli immigrati nelle sedi istituzionali? I partiti si sono aperti alle minoranze del nostro paese?
MW: La migrazione, si dice, è un problema recente. Non è vero: nell’Italia del boom economico, la migrazione dal sud al nord del paese aveva le stesse caratteristiche dell’immigrazione odierna. All’epoca, si potevano trovare per le città gli stessi cartelli che oggi insultano le minoranze, c’era chi non voleva affittare la casa ai terùn…la differenza principale è che nella migrazione interna, i migranti erano anche elettori, ciò che i migranti di oggi non sono. Per cui, un calabrese che negli anni ’50 si trasferiva al nord, pur affrontando un gap linguistico-culturale simile ad un migrante di oggi, rappresentava per le istituzioni un potenziale elettore, e come tale doveva essere tutelato e coinvolto. Questo non si verifica con gli stranieri. Dal punto di vista politico è molto più vantaggioso escludere dagli aventi diritto di voto gli stranieri e anzi usarli come un argomento di campagna elettorale. Finché non ci sarà la possibilità di esprimere il voto per i cittadini stranieri, il problema dell’integrazione resterà irrisolto. La rappresentatività dei cittadini è uno dei fondamenti della democrazia: “no taxation without representation” dicevano i coloni americani prima della rivoluzione americana. La maggior parte degli ex-stranieri eletti in parlamento vengono eletti perché giustificano determinate politiche nei confronti degli stranieri stessi. Chi viene eletto? L’ex musulmano, ad esempio, che maggiormente da contro alla propria comunità di origine, con relativa eco mediatica ed appeal politico. Si tende a considerare l’immigrato come un problema, non come un cittadino con esigenze da risolvere. Quello che io vedo è che, purtroppo, molti degli sforzi fatti oggi in Italia non sono incanalati verso il cambiamento, ma nel tentativo di fermare il cambiamento. Molti dei ragazzi che sono oggi nelle scuole, saranno i cittadini del domani, ed è nell’interesse dello Stato che diventino dei buoni cittadini. L’investimento che si fa nell’educazione è sicuramente qualcosa che ritorna amplificato tantissime volte, quindi bisogna cercare di fare questo investimento nella società del domani.

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La nuova guerra fredda

 

 

Ora è tutto più chiaro. La redenzione di Google, la minaccia di abbandonare il mercato cinese e la voce grossa sulla libertà d’ informazione e la privacy degli utenti erano tutti elementi di un solo grande piano, architettato agli inizi di quest’anno.
Smistando le migliaia di reazioni al post dell’11 gennaio di David Drummond, A new approach to China, accolto a ragion veduta come una ferma condanna alla censura ed allo spionaggio industriale cinese, la Reuters segnalava che, solo una settimana prima, il Segretario di stato Hillary Clinton aveva incontrato i top manager delle corporation americane, tra le quali spiccavano i nomi di Google, Twitter, Cisco e Microsoft.
Degli esperti di marketing come i dirigenti di Google non si sarebbero mai esposti così nettamente, ed apparentemente senza un ritorno economico consistente, se non avessero incassato delle garanzie dalle istituzioni. Noi ci mettiamo la faccia, ma voi ci dovete appoggiare. Detto, fatto.
Il 22 gennaio Hillary Clinton pronuncia al Newseum journalism museum di Washington un discorso sulla libertà di internet che in molti hanno definito epocale. Wen Yunchao, un blogger di Guangzhou, l’ha paragonato al discorso della Cortina di Ferro di Churchill.
Invitando a più riprese i Paesi che attuano un controllo del flusso di informazioni online a rinunciare alla censura e preannunciando una nuova campagna per la libertà di internet ne mondo,  la Clinton ha fatto espressamente riferimento al caso Google-Cina, auspicando una maggiore efficacia di Pechino nell’arginare l’azione illegale degli hacker cinesi.
Accuse rispedite immediatamente al mittente: Ma Zhaoxu, portavoce del ministero degli Esteri, ha bollato le accuse del segretario di stato americano come “molto distanti dalla realtà dei fatti”. “La costituzione cinese – ha dichiarato Ma – protegge il diritto di espressione dei suoi cittadini, ed è intenzione del governo promuovere lo sviluppo di internet nella nazione”. Sono dichiarazioni assurde per chi conosce lo stato dell’informazione all’interno dei confini della Repubblica Popolare, ma tanto basta per ribadire un concetto particolarmente caro alle autorità cinesi: la non interferenza negli affari interni.
Quello degli americani è un attacco retorico pianificato ed accurato, frutto di un’amministrazione Obama che conosce bene i cinesi, e sa dove e come attaccarli: oltre all’interferenza nella politica interna, i cinesi malsopportano anche perdere pubblicamente la faccia. La politica, come le relazioni umane, in Cina è fortemente regolata da un codice comportamentale mite e moderato, inteso interamente a preservare l’immagine che diamo agli altri, a non perdere la faccia (diu mianzi, in cinese). Più che l’essere, il politico cinese punta all’apparire sempre calmo, riflessivo, paziente, umile e rispettoso.
L’accusa lanciata sul web da David Drummond, e rimbalzata nel giro di pochi minuti sui giornali di tutto il mondo, aveva precisamente quell’obiettivo: innervosire Pechino facendogli perdere la faccia davanti all’opinione pubblica mondiale.
Non a caso Eric Schmidt, direttore generale di Google, si è affrettato a chiarire al Financial Times che Google non vuole ritirarsi dal mercato cinese.
Google ha solo avuto ruolo di  preparare il campo per la nuova guerra fredda: la Cina, che ha saputo registrare un incremento dell’8,7% del PIL in un 2009 catastrofico per l’economia mondiale, è una potenza mondiale immune alle moderne armi del mercato globale.
La speranza degli Stati Uniti è che, sbriciolando dall’interno il Great Firewall cinese, si riesca ad aprire un potenziale mercato interno alla Repubblica Popolare dove poter registrare profitti non più frenati dalle leggi dittatoriali cinesi, e magari fomentare un dissenso organizzato per far incespicare il gigante.
Un gigante che esce quasi indenne dalla crisi economica, continua ad assicurarsi il controllo delle risorse energetiche (la scorsa settimana si è aggiudicato il controllo di un bacino petrolifero in Nigeria) e naviga nelle dolci acque territoriali garantite dalla censura e dal regime.
Per questo sarebbe opportuno frenare facili euforie: gli Stati Uniti non stanno combattendo una guerra contro la censura, non vogliono salvare i cinesi.
Vogliono, semplicemente, salvare loro stessi.

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Google, Hollywood e la nuova esportazione di democrazia

 

Google, lamentando l’incompatibilità del proprio marchio a sottostare alle leggi della censura online, minaccia di abbandonare il mercato cinese. Avatar, kolossal di James Cameron già campione d’incassi nella Repubblica Popolare, verrà tolto dalle sale in 2D dal 23 gennaio.
A distanza di pochi giorni, in questo gennaio 2010, il governo cinese sembra messo alle strette dall’onda dirompente della cultura made in USA; un impulso che sta cercando abbattere le mura censorie del Partito Comunista Cinese a tutti i costi.
Stufi di agire entro il recinto concesso dalla dittatura cinese alle corporation internazionali, Google ha provato a forzare la mano adottando la logica del ricatto. Il mercato cinese è una miniera d’oro controllata stabilmente dal Partito Comunista Cinese che, con la politica dell’apertura promulgata da Deng Xiaoping alla fine degli anni ’70, ha progressivamente permesso la penetrazione di aziende internazionali nella spartizione della torta. Unica clausola, il rispetto delle regole dello stato, anche in materia economica.
A differenza del libero mercato occidentale, dove è l’egemonia americana a dettare le regole del mercato globale, in Cina la mediazione è affidata direttamente alle autorità governative che, in virtù del metodo dittatoriale di gestione dello stato, si riservano il diritto di fissare le regole dei giochi;
giusto o sbagliato che sia, l’accettazione delle leggi cinesi è la condizione primaria per poter agire nel mercato più vasto del mondo. Google, quando nel 2006 ha aperto l’omonimo motore di ricerca in lingua cinese, ha accettato e sottoscritto le condizioni imposte dal governo, salvo disattenderle arbitrariamente proprio nel gennaio 2010, anteponendo una presunta redenzione morale alla ragione di essere di una corporation: il profitto. O forse, visto il trattamento di favore riservato dal governo al motore di ricerca cinese Baidu, il colosso di Mountain View ha preferito far leva sulla crociata dei diritti umani per tentare di abbattere il Great Firewall cinese, che oltre a bloccare il flusso di informazioni “sensibili” blocca anche una gran quantità di quattrini.
La Cina è l’unico Paese dove le grosse aziende americane non agiscono secondo uno status di oligopolio: entro i confini della Repubblica Popolare, Google, Microsoft, Yahoo, Cisco, Yahoo non sono le prime della classe, e non riescono a farsene una ragione.
Anche per la distribuzione di Avatar, affidata come il resto dei film occidentali importati in Cina (non più di 20 all’anno) alla China Film Group, vale lo stesso discorso.
La monumentale pellicola di James Cameron, che pregna di messaggi ambientalisti e pacifisti dovrebbe ispirare alla rivolta tutta la varietà di assoggettati cinesi (tibetani, uighuri, braccianti delle campagne e sfrattati delle metropoli), il 23 gennaio sarà tolta dalle 4500 sale in 2D sparse per tutto il territorio della Repubblica Popolare in concomitanza con l’uscita di Kongzi: una produzione nazionale che ripercorrerà la vita di uno dei massimi filosofi nella storia cinese, Confucio, recentemente riabilitato dopo le purghe culturali maoiste. In altre parole, la distribuzione cinese ha legittimamente preferito togliere dal cartellone una pellicola che trasuda americanità ad ogni fotogramma (dalle teste rasate dei marines, passando per la spettacolarizzazione del tribalismo fino all’ambientalismo new age) per non intralciare un prodotto cinese che parla ai cinesi della loro storia e delle loro radici, proprio a ridosso del capodanno cinese.
Il caso Google ed il caso Avatar, impacchettati e fagocitati dall’opinione pubblica come lotte per la libertà e per i diritti umani, sembrano in realtà molto meno nobili questioni di egemonia.
Da un lato, la cultura americana vuole espandersi oltre i picchetti cinesi, esportando la propria democrazia e permettendo ai cinesi di “armonizzarsi” alla popolazione mondiale e godere delle loro libertà: la libertà di vedere i loro film, di usare i loro motori di ricerca, di comprare i loro prodotti e di consumare come loro. Dall’altra, l’ala conservatrice del Partito Comunista si arrocca sulla censura per ritardare il più possibile un inevitabile processo di riforme sociali, la fase due della politica di apertura teorizzata dallo stesso Deng trent’anni fa. In mezzo, ingannati dalle corporation americane, censurati e controllati dal Partito Comunista, ci sono sempre loro: i cinesi.

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Parole grosse…

David Drummond, capo dei legali di Google, lo scorso 12 gennaio ha postato sul blog ufficiale del colosso di Mountain View una dichiarazione che, qualsiasi saranno i risvolti, rimarrà storica.
In sintesi, Google ha deciso di non spalleggiare più la censura del governo cinese e per la prima volta dal 2006, quando appariva online google.cn, le ricerche effettuate hanno aggirato il Great Firewall, offrendo agli internauti della Repubblica Popolare immagini fino a quel momento tabù: la fila di carri armati fermi davanti all’ormai mitico manifestante di piazza Tian’anmen, le foto delle migliaia di esecuzioni capitali (in Cina coperte dal segreto di stato), la figura del Dalai Lama.
Secondo Drummond, a metà dicembre si sono registrati attacchi di hacking provenienti dalla Cina alle infrastrutture di google e di altre grosse aziende americane attive nel campo delle telecomuncazioni, tecnologia, chimica e finanza; inoltre, gli account email di almeno due dissidenti cinesi sarebbero stati violati. Per questo, la dirigenza statunitense di Google, senza interpellare la filiale cinese, ha deciso unilateralmente di venire meno all’accordo che dal 2006 imponeva i filtri censori al motore di ricerca, minacciando di ritirarsi dal mercato del web cinese e di chiudere gli uffici di Pechino se non si troverà un nuovo accordo con le autorità governative.
Le reazioni entusiastiche delle organizzazioni umanitarie, della stampa occidentale e dei twitterer cinesi, che vedono nella presa di posizione di Google un primo spiraglio nel muro della libertà di informazione ed espressione, non sono ancora state controbattute da dichiarazioni ufficiali del governo cinese.
In seguito all’annuncio di Google, alcuni abitanti di Pechino si sono ritrovati davanti alla sede cinese del motore di ricerca per esprimere la loro solidarietà lasciando dei mazzi di fiori davanti al logo: immediatamente sono stati allontanati dalle guardie, rei di “deposito illegale di fiori”.
Gli esperti interpellati dai maggiori siti web cinesi, come sina.com, concordano sulla teoria del passo più lungo della gamba: “La decisione non rappresenta un grosso problema per gli utenti cinesi, ma sarebbe il provvedimento più stupido della storia di Google – ha commentato Tang Jun, ex presidente di Microsoft Cina – rinunciare alla Cina significa rinunciare a mezzo mondo.”
Cercando di interpretare tra le righe il senso profondo della dichiarazione di Drummond, ed accantonando la teoria del suicidio economico per mancanza di buon senso, l’uscita di Google ad un mese dagli attacchi suona abbastanza strana.
Perché aspettare così tanto? Perché citare altri importanti gruppi americani coinvolti nell’attacco da parte degli hacker senza farne i nomi? Perché, dopo 4 anni di pacifica convivenza col governo cinese e censura annessa, ora si minaccia una decisione così drastica apparentemente per il bene superiore dei diritti umani?
Secondo la Reuters, questa sortita potrebbe essere l’inizio di un piano più organico da parte degli Stati Uniti per una campagna a favore dei diritti umani: sembra infatti che Hillary Clinton, segretario di stato americano, abbia incontrato la scorsa settimana i dirigenti delle maggiori compagnie statunitensi, tra le quali spiccano Google, Microsoft e Twitter.
Inoltre, un’eventuale uscita dal mercato del web cinese da parte di Google, consegnerebbe il monopolio dei motori di ricerca cinesi a baidu.com, che attualmente detiene oltre il 60% del traffico totale, contro quasi il 30% di Google.
Da questa vicenda, seppur ancora fumosa e chissà per quanto ancora, si può assodare un fatto certo: in Cina, da 48 ore, uno spiffero di aria fresca penetra dai mattoni del Grande Firewall.

Copyright immagine: CBS

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Italiani, siete pronti alla svolta cinese di internet?

Nel preciso istante della collisione tra il souvenir meneghino e le labbra del nostro presidente del Consiglio, è iniziato in Italia un processo di modernizzazione. Se qualche anno fa qualcuno avesse ipotizzato una virata delle istituzioni italiane verso la politica cinese del controllo mediatico, sarebbe stato additato come un pazzo o un vecchio catorcio stalinista, portatore di povertà terrore e morte, citando fonti autorevoli del nostro ordinamento statale attuale.
Invece sta succedendo ora, e noi non siamo pronti.
La stretta che il ministro Maroni ha annunciato per “le manifestazioni ed i siti internet” sembrano le dichiarazioni di un funzionario qualsiasi della Repubblica Popolare Cinese.
Suo Huijin, una studentessa di giornalismo della Tsinghua University di Pechino, ha analizzato lo sviluppo di Wikipedia in Cina, intervistando un funzionario delle agenzie di controllo istituite dal governo cinese per monitorare il traffico di dati nel web.
In Cina, Wikipedia subisce un oscuramento a fasi alterne: certe volte l’accesso all’enciclopedia libera è negato direttamente dal server (il famoso messaggio “Pagina non trovata”), mentre altre volte la censura argina solamente alcune voci giudicate dal governo pericolose o eversive.
“Da un lato, Wikipedia è molto importante in termini di diffusione della cultura e della conoscenza tra la popolazione – ha dichiarato a Suo Huijin il funzionario, che ha preferito restare anonimo – d’altro canto questo significa che il mezzo di comunicazione può anche essere usato da piccoli gruppi di elementi anti-cinesi, pubblicando informazioni che potrebbero mettere a repentaglio la sicurezza nazionale, la stabilità sociale e l’unità etnica del Paese”.
Alla domanda “Ma come può Wikipedia mettere in pericolo la sicurezza dello stato?”, l’intervistato ha spiegato:
“Un piccolo gruppo di malintenzionati è più forte di un grande gruppo di benintenzionati. La forza del piccolo gruppo di malintenzionati renderà Wikipedia una piattaforma per la divulgazione di informazioni cattive, capace di mettere a repentaglio lo stato e la stabilità sociale”.
Il paradigma che in Cina giustifica l’oscuramento di Wikipedia, Facebook, Twitter e la censura di migliaia di siti internet sta per essere importato in Italia, un paese vecchio e arretrato nell’alfabetizzazione informatica, un paese che non capisce di cosa si sta parlando, ma ha paura.
Quando Maroni parla di Facebook e di libertà del web, quando Vespa racconta a Porta a Porta che Tartaglia è un soggetto “vicino ai social network”, si stanno usando delle parole vuote. Chi li ascolta, nella maggior parte dei casi, non ha la minima idea di cosa sia un social network, ma è spaventato sentendolo accostare alla sicurezza dello stato in pericolo e al nome dello psicopatico (così ieri descrivevano Tartaglia da Vespa) che ha attentato alla vita di Berlusconi.
In un clima di paura indotta, di ignoranza del mezzo di internet e di confusione, potrebbe succedere di tutto: demonizzare in toto i social network e gli internauti attivi, far nascere la necessità di un controllo del web più serrato, assecondare quella necessità.
“La conoscenza e la cultura hanno molti modi per progredire – ha chiosato il funzionario cinese – non si fermeranno di certo perchè Wikipedia è bloccata”.
Facciamo molta attenzione a questo tipo di argomentazioni; potremmo rischiare, una mattina, di svegliarci circondati da un grande firewall, non solo telematico.

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Cina: prove generali di soft control

L’onda viola che il 5 dicembre ha invaso le strade di Roma per il No Berlusconi Day ha fatto notizia anche in Cina. L’agenzia di stampa Xinhua, due giorni dopo, ha pubblicato un articolo citando le centinaia di migliaia di persone scese in piazza contro Berlusconi. Segue un elenco dettagliato delle ultime vicende del premier, dagli scandali sessuali al lodo Alfano, dal caso Mills alle recenti accuse del pentito Spatuzza.
In Cina la piaga della corruzione e della concussione con le mafie orientali ha coinvolto e continua a coinvolgere le istituzioni ad ogni livello. Nei casi più eclatanti diventati di dominio pubblico, l’epilogo, diversamente dalle nostre abitudini italiane, spesso coincide con delle punizioni esemplari: dall’estromissione dalle cariche pubbliche si può passare facilmente, come per lo scandalo Sanlu del latte in polvere avvelenato, alla pena di morte. In Cina, un Berlusconi qualsiasi sarebbe stato silurato anni fa. Per questo, la cronaca del 5 dicembre si presta a paragoni tra politici cinesi ed italiani arricchita di molti dettagli.
Tranne uno.
Il ruolo di internet nell’organizzazione della manifestazione è stato completamente censurato. L’elemento di novità principale, la prima mobilitazione popolare imponente organizzata interamente in rete, non ha trovato spazio in nessun resoconto sulla stampa cinese.
L’esempio italiano, il trasferimento del dissenso dalla virtualità di Facebook alla dimostrazione di piazza, è l’incubo del Partito Comunista Cinese. Oggi, con oltre 350 milioni di utenti online, una nuova Tiananmen invocata da Twitter significherebbe per il governo una crisi senza precedenti.
Meno di un mese fa, Obama auspicava una maggiore libertà dei nuovi media cinesi. La risposta non si è fatta attendere.
L’8 dicembre, le autorità governative hanno chiuso BTchina, il principale portale BitTorrent per scambio file della Repubblica Popolare, giustificando il procedimento come l’inizio di una nuova politica a difesa dei copyright (concetto molto vago per l’economia cinese).
Solo una settimana prima, Yeyaan.com, sito partner del quotidiano The Guardian che traduceva in cinese le principali notizie provenienti da giornali anglofoni, è stato oscurato, mentre è stata istituita una linea telefonica dedicata, ufficialmente, alle segnalazioni da parte degli utenti di siti contenenti materiale pornografico. I buoni cittadini che collaboreranno col governo potranno guadagnare fino a diecimila yuan, poco meno di 1500 dollari.
Il nuovo corso del controllo della rete in Cina si può ben comprendere dalle parole di Tuo Zuhai, funzionario del ministero della Cultura: “La comunità della rete è diventata una parte importante della società – ha dichiarato Tuo –  ed è necessario garantire l’ordine anche in rete. Per questo il governo sta preparando alcune leggi”.
Ufficialmente dichiarando guerra al mercato del porno ed all’eccessiva violenza nei giochi online, popolarissimi tra i giovani cinesi, il governo sta pensando di obbligare gli utenti ad utilizzare il proprio nome e cognome anche nelle attività in rete: abolendo i nickname, gli internauti cinesi potranno dire addio definitivamente alla loro privacy.
Inoltre, sembra che i legislatori cinesi stiano approntando un pacchetto di nuove norme inerenti la proprietà virtuale in internet, la difesa del copyright intellettuale sui dati presenti in rete, la valutazione dei contenuti dei siti internet e la prevenzione alla dipendenza da giochi online.
La nuova campagna culturale è iniziata: la demonizzazione di internet come luogo di perdizione ed impuro, un far west digitale lontano dal controllo del governo dove la troppa libertà dà adito ad attività illegali di ogni sorta, dalla pornografia al mercato parallelo dei crediti virtuali per i giochi online, giustificherà la mano pesante delle istituzioni che si apprestano all’ennesima sospensione delle libertà.
La Cina è una costante palestra di censura 2.0 e soft-control. Tecniche, ricordiamolo, facilmente esportabili ed adattabili.
Per qualcuno in occidente, la tentazione potrebbe essere grande.

11 dicembre 2009, aggiornamento:
La censura non è totale, Arinna mi ha segnalato che in un giornale in lingua cinese si è parlato anche del ruolo di internet nella manifestazione. Si tratta di un sito internet con sede negli Stati Uniti, 6park.com, dove è possibile trovare il testo (in cinese) della cronaca fedele: http://www.6park.com/news/messages/50793.html
Grazie ad Arinna per la segnalazione.

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Se vogliamo aiutare il Tibet, smettiamo di parlare di diritti umani

Tenzin Gyatso, il XVI Dalai Lama, porta in giro per il mondo i suoi 74 anni con una dignità d’altri tempi; facile sarebbe il confronto col nostro settantatreenne pres. del cons., appena eletto dal Rolling Stone personalità rock dell’anno.
La sua esistenza è votata non solo alla spiritualità buddista, fisicamente devastante nella sua pratica ortodossa tibetana, ma anche alla causa del suo popolo, una minoranza etnica annessa al territorio cinese cinquant’anni fa nel corso di complesse trattative ,sfociate poi nell’invasione armata da parte dell’esercito della Repubblica Popolare.
Come oramai da molti anni, il Dalai Lama chiede l’autonomia dei tibetani, la libertà di professione di fede, la preservazione della cultura tradizionale in ogni sua forma, concetti ribaditi recentemente proprio qui a Roma, durante il Quinto Congresso Mondiale Parlamentare sul Tibet organizzato dal Partito Radicale.
Non riesco a capire se il Dalai Lama si renda conto del vergognoso marketing d’immagine che puntualmente, ad ogni sua uscita pubblica, viene inscenato dai suoi “amici”. Negli ultimi anni, ricordo a memoria, ha ricevuto la medaglia del congresso americano dalle mani di Bush, l’esportatore di democrazia, e la cittadinanza onoraria romana da Alemanno, presente al congresso ed autore di un mirabile discorso di oltre 10 minuti completamente incentrato sul nulla: una serie di buoni propositi mondiali, di chiamate alla responsabilità internazionale, addirittura promesse di aiuti economici per le comunità di tibetani in esilio in India. Uno spettacolo osceno (visionabile per intero qui, grazie a Radio Radicale) di autocelebrazione di massa senza il minimo riscontro sullo stato dei colloqui sino-tibetani, tanto che i giornali cinesi non si sono nemmeno degnati di bollarlo come un congresso anti-cinese; l’hanno semplicemente ignorato.
E’ stato detto che le autorità cinesi ciclicamente invitano le istituzioni mondiale a boicottare gli interventi del Dalai Lama: chi pensa che la Cina tema questo tipo di manifestazioni, si sbaglia.
Finchè si parlerà solo di diritti umani, la situazione dei tibetani non cambierà. Lo ha sostenuto, in modi molto affabili ma altrettanto chiari per chi voleva capire, l’inviato del Dalai Lama a Washington, Lodi Gyari: un signore sulla sessantina, di educazione monastica ma politico di professione, presidente del Board of International Campaign for Tibet.
Nel suo intervento, Gyari ha puntualizzato con forza che la questione tibetana non è solo un problema di diritti umani, ma è un problema politico e di riconoscimento territoriale. Ha inoltre lamentato la scarsa conoscenza della complessità dei rapporti sino-tibetani da parte dei politici occidentali, auspicando non tanto una maggiore comprensione del Tibet, ma perlomeno un’informazione basilare sugli argomenti dei quali si dibatte.
”Quando abbiamo presentato il nostro memorandum sulla proposta di autonomia del Tibet alle istituzioni cinesi – ha detto Lodi Gyari davanti alla platea di parlamentari – loro l’hanno rifiutato nella sua interezza”. Un memorandum che, sempre secondo Gyari, “molti di coloro che ci stanno aiutando per la nostra causa, non hanno nemmeno letto”.
Se qualcuno dei sostenitori della causa tibetana si fosse preso la briga di leggere il documento, avrebbe capito i veri motivi del rifiuto cinese ad una maggiore autonomia. Eccone un paio, citati dal testo prodotto dalle autorità tibetane (i grassetti sono miei):

6)  Utilisation of Natural Resources
With respect to the protection and management of the natural environment and the utilisation of natural resources the Constitution and the LRNA only acknowledge a limited role for the organs of self-government of the autonomous areas (see LRNA Articles 27, 28, 45, 66, and Article 118 of the Constitution, which pledges that the state “shall give due consideration to the interests of [the national autonomous areas]]”.  The LRNA recognises the importance for the autonomous areas to protect and develop forests and grasslands (Article 27) and to “give priority to the rational exploitation and utilization of the natural resources that the local authorities are entitled to develop”, but only within the limits of state plans and legal stipulations. In fact, the central role of the State in these matters is reflected in the Constitution (Article 9).

The principles of autonomy enunciated in the Constitution cannot, in our view, truly lead to Tibetans becoming masters of their own destiny if they are not sufficiently involved in decision-making on utilisation of natural resources such as mineral resources, waters, forests, mountains, grasslands, etc.

The ownership of land is the foundation on which the development of natural resources, taxes and revenues of an economy are based.  Therefore, it is essential that only the nationality of the autonomous region shall have the legal authority to transfer or lease land, except land owned by the state. In the same manner, the autonomous region must have the independent authority to formulate and implement developmental plans concurrent to the state plans.

7)  Economic Development and Trade
Economic Development in Tibet is welcome and much needed. The Tibetan people remain one of the most economically backward regions within the PRC.

The Constitution recognises the principle that the autonomous authorities have an important role to play in the economic development of their areas in view of local characteristics and needs (Article 118 of the Constitution, also reflected in LRNA Article 25). The Constitution also recognises the principle of autonomy in the administration and management of finances (Article 117, and LRNA Article 32). At the same time, the Constitution also recognises the importance of providing State funding and assistance to the autonomous areas to accelerate development (Article 122, LRNA Article 22).

Similarly, Article 31 of the LRNA recognises the competence of autonomous areas, especially those such as Tibet, adjoining foreign countries, to conduct border trade as well as trade with foreign countries. The recognition of these principles is important to the Tibetan nationality given the region’s proximity to foreign countries with which the people have cultural, religious, ethnic and economic affinities.

The assistance rendered by the Central Government and the provinces has temporary benefits, but in the long run if the Tibetan people are not self-reliant and become dependent on others it has greater harm. Therefore, an important objective of autonomy is to make the Tibetan people economically self-reliant.

Il timore dei cinesi è che si inizi finalmente a parlare dell’autonomia tibetana nel merito delle ripercussioni economiche e di risorse naturali che un provvedimento del genere potrebbe avere per la Repubblica Popolare Cinese. Per rendersi conto dell’entità del problema, non è necessario avere grandi conoscenze macroeconomiche. Basta aprire una cartina della Cina e vedere la grandezza del territorio tibetano.
In un’intervista all’Espresso, parlando di Mao Zedong e dell’invasione cinese del Tibet, il Dalai Lama ha dichiarato:”Non penso sia stata una decisione di Mao. Spesso i leader non decidono da soli. Penso sia andata come per Bush. Decidono i consiglieri e sbagliano”.

Un monito che spero il Dalai Lama abbia ben chiaro anche per sè.

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