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Visto

La sede dell’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese a Roma è in via Bruxelles, quartiere Salario, uno dei più signorili della capitale, sede di avvocati (non i migliori, quelli stanno o ai Parioli o nel Partito delle Libertà), medici e dentisti.
Non ero mai stato di persona in un’ambasciata e chissà perchè me lo immaginavo un luogo sul serioso andante, con portineria ed uffici vari dove essere indirizzati da simpatiche cinesi in divisa da impiegata, magari con la bandierina della Cina cucita sul petto e riproduzioni di tele ed arazzi appesi ai muri; niente di tutto ciò.

L’ambasciata Cinese si trova in un palazzo meno bello degli altri, ad occhio e croce della triste architettura anni ’60 che all’epoca faceva “moderno” ma oggi, in mezzo a palazzi ben più antichi, fa solo “triste architettura anni ’60”, in cima ha un’enorme antenna e le mura che separano la strada dall’interno sono alte e senza aperture, il giardino dentro non si vede.
Si entra da una porticina in metallo integrata nel cancello (chiuso) e dopo un paio di metri di corridoio da percorrere in fila indiana si apre una stanza: la luce è debole, in parte per la pessima giornata, in parte per la scarsa illuminazione dovuta alle finestre situate nella parte alta della parete frontale.
Sul lato sinistro ci sono alcune seggioline di plastica, di quelle attaccate a gruppi di 4 o 5 alla base di metallo; di fronte ci sono due sportelli con vetro plastificato tra chi è in coda (alle 10 di mattina solo cinesi) e chi lavora: l’atmosfera ricorda molto la questura di Vigevano e, se ci fossero stati due schermi sfondo nero testo verde coi risultati di calcio e di ippica e una decina di vecchietti a fumare, l’effetto sarebbe stato identico a quello delle vecchie ricevitorie SNAI prima della legge Sirchia.

Un foglio stampato dal PC recita “Richiesta Visto” e una freccia indica un altro corridoio identico al primo a fianco degli sportelli che porta nell’altra stanza, speculare alla prima, dove fanno la coda solo non-cinesi: riconosco, origliando, un qualche tipo di diplomatico in avanscoperta per la delegazione olimpica, un trentenne beneventano copyrighter e un signore distinto sulla sessantina, ex impiegato al consolato cinese ed ora consulente, che per un urgenza deve andare a Shanghai quattro giorni; dice che a Shanghai causa neve sono saltate le comunicazioni telematiche, e noi studenti in quasi partenza ridacchiamo pensando al nostro soggiorno a Pechino, più vicina al parallelo di Vladivostok che a quello di Shanghai.

Consegnamo tutto il necessario alla giovane cinese oltre il vetro plastificato che, staccato un fogliettino da un blocchettino rosa, ci dice di tornare a riprendere tutto il 13 Febbraio.
Oggi sento davvero di aver iniziato i preparativi per il viaggio.
Rileggo la fotocopia della richiesta di visto che mi sono fatto prima di consegnarlo all’ambasciata (una di quelle cose che si fanno perchè “non si sa mai”):

3.1 La tua richiesta per il visto cinese è stata mai rifiutata? (No)
3.2 Hai avuto esperienza del rifiuto dell’entrata in Cina o dell’espulsione? (No)
3.3 Hai avuto qualche registrazione criminale in Cina o in altri paesi? (No)
3.4 Soffri una delle malattie seguenti? Malattia Mentale, Malattie Veneree, Lebbra, Open Tubercolosis, HIV Positive o AIDS, Altre Malattie infettive? (No)

La selezione “Si” sulle questioni dalla 3.1 alla 3.4 non significa che hai perso la eleggibilità della richiesta del visto. Si prega di offrire una spiegazione dettagliata

Penso che se mai avessi dovuto selezionare “Si” in una qualsiasi delle questioni, la Cina sarebbe stato l’ultimo paese sulla Terra dove avrei voluto trovarmi per dare “spiegazioni dettagliate”.

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