Archivi del mese: novembre 2009

Se vogliamo aiutare il Tibet, smettiamo di parlare di diritti umani

Tenzin Gyatso, il XVI Dalai Lama, porta in giro per il mondo i suoi 74 anni con una dignità d’altri tempi; facile sarebbe il confronto col nostro settantatreenne pres. del cons., appena eletto dal Rolling Stone personalità rock dell’anno.
La sua esistenza è votata non solo alla spiritualità buddista, fisicamente devastante nella sua pratica ortodossa tibetana, ma anche alla causa del suo popolo, una minoranza etnica annessa al territorio cinese cinquant’anni fa nel corso di complesse trattative ,sfociate poi nell’invasione armata da parte dell’esercito della Repubblica Popolare.
Come oramai da molti anni, il Dalai Lama chiede l’autonomia dei tibetani, la libertà di professione di fede, la preservazione della cultura tradizionale in ogni sua forma, concetti ribaditi recentemente proprio qui a Roma, durante il Quinto Congresso Mondiale Parlamentare sul Tibet organizzato dal Partito Radicale.
Non riesco a capire se il Dalai Lama si renda conto del vergognoso marketing d’immagine che puntualmente, ad ogni sua uscita pubblica, viene inscenato dai suoi “amici”. Negli ultimi anni, ricordo a memoria, ha ricevuto la medaglia del congresso americano dalle mani di Bush, l’esportatore di democrazia, e la cittadinanza onoraria romana da Alemanno, presente al congresso ed autore di un mirabile discorso di oltre 10 minuti completamente incentrato sul nulla: una serie di buoni propositi mondiali, di chiamate alla responsabilità internazionale, addirittura promesse di aiuti economici per le comunità di tibetani in esilio in India. Uno spettacolo osceno (visionabile per intero qui, grazie a Radio Radicale) di autocelebrazione di massa senza il minimo riscontro sullo stato dei colloqui sino-tibetani, tanto che i giornali cinesi non si sono nemmeno degnati di bollarlo come un congresso anti-cinese; l’hanno semplicemente ignorato.
E’ stato detto che le autorità cinesi ciclicamente invitano le istituzioni mondiale a boicottare gli interventi del Dalai Lama: chi pensa che la Cina tema questo tipo di manifestazioni, si sbaglia.
Finchè si parlerà solo di diritti umani, la situazione dei tibetani non cambierà. Lo ha sostenuto, in modi molto affabili ma altrettanto chiari per chi voleva capire, l’inviato del Dalai Lama a Washington, Lodi Gyari: un signore sulla sessantina, di educazione monastica ma politico di professione, presidente del Board of International Campaign for Tibet.
Nel suo intervento, Gyari ha puntualizzato con forza che la questione tibetana non è solo un problema di diritti umani, ma è un problema politico e di riconoscimento territoriale. Ha inoltre lamentato la scarsa conoscenza della complessità dei rapporti sino-tibetani da parte dei politici occidentali, auspicando non tanto una maggiore comprensione del Tibet, ma perlomeno un’informazione basilare sugli argomenti dei quali si dibatte.
”Quando abbiamo presentato il nostro memorandum sulla proposta di autonomia del Tibet alle istituzioni cinesi – ha detto Lodi Gyari davanti alla platea di parlamentari – loro l’hanno rifiutato nella sua interezza”. Un memorandum che, sempre secondo Gyari, “molti di coloro che ci stanno aiutando per la nostra causa, non hanno nemmeno letto”.
Se qualcuno dei sostenitori della causa tibetana si fosse preso la briga di leggere il documento, avrebbe capito i veri motivi del rifiuto cinese ad una maggiore autonomia. Eccone un paio, citati dal testo prodotto dalle autorità tibetane (i grassetti sono miei):

6)  Utilisation of Natural Resources
With respect to the protection and management of the natural environment and the utilisation of natural resources the Constitution and the LRNA only acknowledge a limited role for the organs of self-government of the autonomous areas (see LRNA Articles 27, 28, 45, 66, and Article 118 of the Constitution, which pledges that the state “shall give due consideration to the interests of [the national autonomous areas]]”.  The LRNA recognises the importance for the autonomous areas to protect and develop forests and grasslands (Article 27) and to “give priority to the rational exploitation and utilization of the natural resources that the local authorities are entitled to develop”, but only within the limits of state plans and legal stipulations. In fact, the central role of the State in these matters is reflected in the Constitution (Article 9).

The principles of autonomy enunciated in the Constitution cannot, in our view, truly lead to Tibetans becoming masters of their own destiny if they are not sufficiently involved in decision-making on utilisation of natural resources such as mineral resources, waters, forests, mountains, grasslands, etc.

The ownership of land is the foundation on which the development of natural resources, taxes and revenues of an economy are based.  Therefore, it is essential that only the nationality of the autonomous region shall have the legal authority to transfer or lease land, except land owned by the state. In the same manner, the autonomous region must have the independent authority to formulate and implement developmental plans concurrent to the state plans.

7)  Economic Development and Trade
Economic Development in Tibet is welcome and much needed. The Tibetan people remain one of the most economically backward regions within the PRC.

The Constitution recognises the principle that the autonomous authorities have an important role to play in the economic development of their areas in view of local characteristics and needs (Article 118 of the Constitution, also reflected in LRNA Article 25). The Constitution also recognises the principle of autonomy in the administration and management of finances (Article 117, and LRNA Article 32). At the same time, the Constitution also recognises the importance of providing State funding and assistance to the autonomous areas to accelerate development (Article 122, LRNA Article 22).

Similarly, Article 31 of the LRNA recognises the competence of autonomous areas, especially those such as Tibet, adjoining foreign countries, to conduct border trade as well as trade with foreign countries. The recognition of these principles is important to the Tibetan nationality given the region’s proximity to foreign countries with which the people have cultural, religious, ethnic and economic affinities.

The assistance rendered by the Central Government and the provinces has temporary benefits, but in the long run if the Tibetan people are not self-reliant and become dependent on others it has greater harm. Therefore, an important objective of autonomy is to make the Tibetan people economically self-reliant.

Il timore dei cinesi è che si inizi finalmente a parlare dell’autonomia tibetana nel merito delle ripercussioni economiche e di risorse naturali che un provvedimento del genere potrebbe avere per la Repubblica Popolare Cinese. Per rendersi conto dell’entità del problema, non è necessario avere grandi conoscenze macroeconomiche. Basta aprire una cartina della Cina e vedere la grandezza del territorio tibetano.
In un’intervista all’Espresso, parlando di Mao Zedong e dell’invasione cinese del Tibet, il Dalai Lama ha dichiarato:”Non penso sia stata una decisione di Mao. Spesso i leader non decidono da soli. Penso sia andata come per Bush. Decidono i consiglieri e sbagliano”.

Un monito che spero il Dalai Lama abbia ben chiaro anche per sè.

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Obama parla di libertà ai giovani cinesi: tecniche e stratagemmi per un dibattito velenoso

Molti speravano in un exploit storico come all’Università del Cairo, una prova oratoria trascinante, una di quelle che oramai da Obama non ci si aspettano più, ma si pretendono. Ma alla Fudan University di Shanghai, durante l’incontro del presidente americano coi giovani studenti cinesi, si è giocata una partita d’astuzia di una sottigliezza rara. Per capirlo, occorre leggere la trascrizione del discorso di Obama e del botta e risposta con gli studenti degli atenei di Shanghai, selezionati accuratamente tra i componenti della China Youth League, associazione studentesca (l’unica) emanazione diretta del PCC presente in ogni università cinese.
Qui trovate il testo in inglese, mentre questa è una delle moltissime pagine in cinese che riportano fedelmente il contenuto dell’incontro.
In concomitanza col “town hall meeting” all’americana, esperienza inedita per la popolazione cinese, solo alcuni canali locali hanno mandato in onda lo scambio di battute; nessun canale nazionale ha trasmesso la diretta dell’evento, mentre su internet solamente il sito della Casa Bianca dava la possibilità di seguire l’incontro all’università di Shanghai, disponibile addirittura su Facebook (che però, in Cina, è costantemente oscurato).
Dopo il discorso di apertura di Obama, alternanza di lodi al progresso ed alla storia millenaria cinese e riferimenti poco velati all’universalità dei diritti di libertà d’espressione e d’informazione, è iniziato il giro di domande: alcune fatte dagli studenti presenti, altre arrivate da internet e selezionate dalle autorità cinesi, una sola selezionata dal sito dell’ambasciata americana in Cina, che per l’occasione ha raccolto le domande degli internauti cinesi.
Le domande degli studenti, come prevedibile, spaziavano tra argomenti poco scottanti: i rapporti tra Chicago e Shanghai, le impressioni sulla Cina ed il Nobel per la pace. Ben diverse dalla domanda proveniente da “qualcuno da Taiwan”, selezionata dalle autorità cinesi:

“Vengo da Taiwan e faccio affari con l’entroterra (ndr, la Repubblica Popolare Cinese). Grazie al miglioramento dei rapporti tra le due parti dello stretto di Taiwan degli ultimi anni, i miei affari stanno andando molto bene. Ma quando sento che alcuni, in America, vorrebbero continuare a vendere armamenti a Taiwan, non posso non preoccuparmi. Ne risentirebbero molto le buone relazioni con l’entroterra. Lei supporta lo sforzo di migliorare i rapporti tra l’isola di Taiwan e l’entroterra? “(Applausi in sala)

Vicenda spinosa che però non ha sorpreso Obama, rifugiatosi sapientemente nell’appoggiare la politica di un’unica Cina fortemente voluta dalla Repubblica Popolare, che ancora considera lo stato di Taiwan come una regione integrante della Repubblica, temporaneamente ribelle.
Pochi minuti dopo, il presidente americano chiede all’ambasciatore Jon Huntsman, presente in sala, di leggere una delle domande dal sito dell’ambasciata: la famosa domanda sul firewall e sulla libertà di utilizzare twitter (che nel sondaggio sul sito dell’ambasciata ha raccolto oltre il 75% delle preferenze).
Obama si fa la domanda e si da la risposta, trovando lo stratagemma per parlare di libertà di informazione, di critica e di internet utilizzando la stessa tecnica adottata dall’establishment politico cinese: domanda anonima su argomento controverso.
Un piccolo gesto che non è passato inosservato. Così commenta infatti un twitterer cinese:
“I will not forget this morning, I heard, on my shaky Internet connection, a question about our own freedom which only a foreign leader can discuss.”

Forse, i giovani cinesi non allineati al partito da oggi si sentono un po’ meno soli. Sarà la luce alla fine del tunnel?

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L’importanza di chiamarsi…Oubama

La traduzione in ideogrammi del nome di Barak Obama ha sollevato un piccolo fraintendimento tra le autorità cinesi e l’ambasciata americana: sembrerà questione secondaria, ma la trascrizione dei nostri nomi occidentali è una pratica da non sottovalutare.
Il sistema di scrittura cinese, detto molto sinteticamente, è composto da ideogrammi che immediatamente esprimono due valori: suono e significato. E fin qui, nulla di terribile.
L’aspetto diabolico, incubo di ogni studente di cinese durante i primi mesi di apprendimento, consiste nel fatto che suono e significato sono completamente slegati. Mi spiego: se volessimo scrivere un ideogramma che corrisponde al nostro suono “ma”, la lingua cinese ci offre più di 30 possibilità, ognuna delle quali con un significato completamente diverso: da cavallo a madre, per capirsi.
La politica di trascrizione adottata dalle istituzioni cinesi per i nomi propri e i nomi di brand commerciali premia il suono a discapito del significato: si cercherà quindi di trovare la combinazione di ideogrammi che, letta in sequenza, possa avvicinarsi di più al suono del nome nella lingua di partenza.  Per questo, Clinton e Kissinger sono conosciuti in Cina, rispettivamente, come Kelindun (克林顿) e Jixinge (基辛格), mentre noi italiani viviamo, secondo i cinesi, nel paese dell’ingegno e dei grandi benefici, cioè in Yidali (意大利).
La scelta di un nome accattivante e positivo ha significato in passato il successo o il disastro delle multinazionali occidentali sbarcate sul mercato cinese. Non è un caso quindi che la Coca Cola in Cina sia la Kekoukele  (可口可乐 ovvero molto piacevole al gusto), o che la catena di supermercati più diffusa, la francese Carrefour, in realtà sia la casa della ricchezza e della felicità (traduzione di Jialefu, 家乐福).
L’agenzia di stampa Xinhua archivia ogni traslitterazione ufficiale in uso nella Repubblica Popolare, e Obama è sempre stato tradotto con Aobama (奥巴马), dove la prima sillaba Ao  significa misterioso, astruso, difficile da comprendere; non proprio il biglietto da visita che un grande comunicatore vorrebbe utilizzare.
L’ambasciata americana in Cina ha iniziato invece ad adottare, proprio a ridosso della visita cinese del presidente, la traslitterazione Oubama (欧巴马), sostituendo al senso di mistero e confusione espresso da Ao, il primo ideogramma di Ouzhou (欧洲), ovvero Europa: ufficialmente, il cambio di ideogramma è stato giustificato dalla maggiore somiglianza con la pronuncia americana di Obama, ma è certo che affibiare al cognome del presidente l’esotismo e il desiderio di libertà che ancora oggi il nostro continente suscita nei cinesi abbia comunque avuto nella piccola evoluzione linguistica il suo discreto peso.
Non sappiamo se la nuova dicitura sarà ufficializzata dalle istituzioni di Pechino, ma certamente Obama, già dal suo nuovo nome, vorrà parlare ai cinesi nel modo più chiaro possibile.

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Il compagno Oba-Mao

“Queste magliette non si devono vendere”. Il diktat da Pechino è arrivato forte e chiaro a tutte le miriadi di bancarelle sparse per il territorio cinese, e così le magliette culto di Oba-Mao sono temporaneamente finite in magazzino, evitando al presidente americano l’imbarazzo di essere additato tra le schiere dei comunisti dai soliti nostalgici del maccartismo repubblicano.
Barak Obama atterrerà a Shanghai il prossimo 15 novembre, iniziando la sua prima visita diplomatica nella Repubblica Popolare; una serie di incontri istituzionali da intraprendere con la massima prudenza. Si parlerà di crisi economica e ripresa, politica monetaria (dollaro troppo instabile per i cinesi, yuan troppo svalutato per gli americani), emissioni di Co2 e cambiamenti climatici, forse addirittura di un coinvolgimento maggiore dell’esercito cinese in Afghanistan; militarizzato dai marines ma economicamente colonizzato dalla lunga mano del CIC (China Investment Corporation, fondo di investimento statale controllato dal PCC), che si sta lentamente appropriando dei maggiori giacimenti di ferro e gas naturale della zona.
Con queste premesse, la scelta di non ricevere il Dalai Lama durante il suo recente viaggio negli USA assume dei tratti molto più responsabili di quelli che i detrattori di Obama dell’ultima ora hanno voluto sottolineare.
Lasciare alla porta Sua Santità  e strizzare l’occhiolino ai governanti cinesi ha trasformato l’attesa del presidente americano in un entusiastico countdown carico di speranza: mentre gli apparati delle due potenze cercheranno di risolvere le diatribe economiche e di carattere internazionale, l’opinione pubblica cinese vede in Obama la possibilità di un interlocutore che possa portare la Cina verso un’apertura democratica.
Una sorta di nuovo rivoluzionario, anche per questo declinato nella sua versione maoista sulle magliette: perchè ancora oggi la figura di Mao Zedong, per molti cinesi, rappresenta non il dittatore sanguinario della Rivoluzione Culturale o l’utopistico visionario del Grande Balzo in Avanti, ma il liberatore delle masse contadine della guerra civile, il leader della ciotola di riso per tutti.
A noi europei tutto ciò sembrerà strano, ma il riciclaggio storico attuato da Deng Xiaoping nei primi anni ottanta, quello del Mao al 70% buono ed al 30% cattivo per intendersi, ancora gode di parecchi consensi tra la popolazione. Il ritratto di Mao in piazza Tian an men, a 20 anni dalla strage, ne è la prova.
Non è da escludere infatti che Obama, cavalcando il consenso e l’entusiasmo popolare del quale gode in Cina, possa sollevare degli argomenti non previsti da Hu Jintao o Wen Jiabao: “Ci sono stati alcuni casi lampanti di violazione dei diritti umani – ha dichiarato Wen Yunchao dopo aver vinto il premio di Twitterer dell’anno assegnato durante la quinta conferenza dei blogger cinesi – e spero che Obama a questo riguardo dimostri le sue preoccupazioni. Inoltre, si ricordi di chiedere ad Hu Jintao di abbattere il Grande Firewall che ostacola la nostra libertà di opinione”.
Come i loro genitori riponevano le speranze in Gorbaciov, i giovani cinesi di oggi sperano in un nuovo rivoluzionario straniero che li possa aiutare.
Questa volta a stelle strisce. E nero.

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Africa: stelle gialle su campo rosso

Domenica 8 novembre, durante il quarto forum per la cooperazione tra Cina ed Africa (FOCAC) organizzato in Egitto, il premier cinese Wen Jiabao ha svelato nel suo discorso di benvenuto i nuovi provvedimenti che la Cina adotterà nei confronti del continente africano. Da anni ormai la Repubblica Popolare Cinese ha stretto accordi con gran parte dei paesi africani in via di sviluppo, in un’operazione di marketing internazionale spesso malvista dalla comunità dei paesi occidentali. A più riprese la Cina è stata accusata di  neo-colonialismo selvaggio.
In un’era di repentini cambiamenti globali come quella che stiamo vivendo, l’Africa rappresenta una sterminata riserva di materie prime, principale preoccupazione dei grandi della Terra; un El Dorado di metalli, oro, petrolio e nichel ciclicamente depredato da governi e multinazionali senza scrupoli. Oggi, con una crisi economica galoppante, il crollo dei mercati finanziari e lo spettro del protezionismo come salvagente per un capitalismo mai così moribondo, la Cina ha deciso di cambiare marcia: saranno infatti stanziati come aiuto economico per l’Africa ben 10 miliardi di dollari, erogati tramite mutui agevolati ai paesi in via di sviluppo, di cui cinque per incentivare gli investimenti di aziende cinesi nel continente nero.
Inoltre, ha proseguito il premier Wen Jiabao, saranno abbattuti i dazi commerciali sul 95% delle merci provenienti dai paesi più poveri, oltre all’annullamento dei debiti maturati da 33 paesi africani.
La storia recente ha dimostrato come il sodalizio sino-africano sia stato davvero, parafrasando una formula cara alla lingua cinese, una vincente mutua cooperazione: lo scorso anno, ad esempio, gli scambi tra Cina ed Africa hanno superato i 100 miliardi di dollari, con ben 53 paesi africani coinvolti in rapporti commerciali con la Repubblica Popolare; quasi 1600 aziende cinesi hanno iniziato ad investire in Africa, immettendo oltre 7,8 miliardi di dollari nel mercato africano; sono stati costruiti 30 ospedali e 30 centri specializzati per la cura della malaria in tutto il continente, completi di strumentazioni, medicinali e personale specializzato provenienti dalla Cina. A questo proposito, Wen Jiabao ha aggiunto che saranno addestrati in loco 3000 tra medici ed infermiere, oltre ai 2000 tecnici agricoli che, assieme alle 50 squadre speciali inviate da Pechino, cercheranno di affrancare la popolazione dalla cronica mancanza di cibo. Infine, per fronteggiare il cambiamento climatico, saranno realizzate 100 centrali energetiche di nuova generazione, sfruttando le tecnologie fotovoltaiche, eoliche ed idroelettriche.

La salute del sistema economico cinese, intaccato in minima parte dalla crisi finanziaria, permette alla Cina di mantenere gli impegni laddove erano state siglate promesse e firmati contratti, in larga parte stralciati dal resto dei paesi investitori non appena le ripercussioni della recessione hanno cominciato a farsi sentire nella madrepatria. “La Cina ha dimostrato di essere un vero amico dello Zambia – ha spiegato Rupiah Banda, presidente dello Zambia, all’agenzia cinese Xinhua – poichè proprio all’apice della recessione economica, mentre molti investitori ritiravano i loro capitali, le aziende cinesi hanno continuato a lavorare come se nulla fosse”.

I rapporti tra Cina ed Africa hanno radici più vecchie di quanto si creda. Era il 1955 e Zhou Enlai, allora primo ministro della neonata Repubblica Popolare, rappresentò la Cina alla Conferenza di Bandung, un vertice che raccoglieva le rappresentanze di gran parte dei paesi del terzo mondo, uniti nella volontà di sottrarsi alla politica dei due blocchi imposta dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica. Nasceva così il movimento dei paesi non allineati, con la Cina a guidare questo nuovo schieramento che vanta, oggi come allora, le maggiori ricchezze naturali e la maggioranza della popolazione mondiale.
L’antico timore di un’inaspettata ascesa degli ultimi, osteggiata da un attentato alla vita di Zhou Enlai proprio tre giorni prima della conferenza (dal quale il primo ministro, forse informato a tempo debito, uscì indenne), sta ora mostrando nuovamente il suo spettro: mentre la Russia sperimenta le nuove forme di capitalismo dispotico e gli Stati Uniti mantengono a fatica il primato di potenza mondiale, la Cina del 2009 ha dimostrato di avere le carte in regola per guidare i paesi del terzo mondo nelle nuove sfide dell’economia di mercato.
“C’è un antico detto africano – ha concluso Wen Jiabao – che dice: se vuoi andare veloce, vai da solo. Ma se vuoi andare lontano, vai con un amico. Anche in Cina abbiamo un detto simile: se la distanza può provare l’affidabilità di un cavallo, sarà il tempo a provare quella di un amico.”
E se entrambe avessero trovato il proprio cavallo vincente?

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