Archivi del mese: settembre 2009

Primo ottobre 2009: la Cina festeggia la Repubblica Popolare

Quando quasi sessant’anni fa Mao Zedong, dalla balconata della Porta della Pace Celeste (Tian’anmen) di Pechino, proclamava trionfalmente la nascita della Repubblica Popolare Cinese, la Cina era uno dei paesi più poveri ed arretrati al mondo.
Era il I° ottobre del 1949 ed il popolo cinese usciva da una serie di conflitti combattuti sul proprio territorio da oltre cent’anni: le due guerre dell’oppio contro gli inglesi, la guerra sino-francese, la caduta dell’Impero e la Prima Repubblica di Sun Yat-sen, invasioni giapponesi, scontri al confine con la Russia, guerre civili. Una scia di sangue e fame che si sarebbe protratta ben oltre gli anni ’50, vittima delle follie autoritarie di Mao Zedong e della rabbia cieca delle Guardie Rosse che avrebbero messo a ferro e fuoco gran parte dei resti di una cultura millenaria unica nella storia del mondo.
A vederla oggi la Cina, dopo sessant’anni, tra i grattacieli ultramoderni di Pechino e Shanghai, avvolta nelle nubi giallognole del progresso, si riesce ad avere una vaga idea del miracolo economico compiuto in così poco tempo.
Dal 1978, quando il reintegrato Deng Xiaoping promulgò la svolta delle riforme economiche, la Cina è passata da sovrappopolato paese del terzo mondo a prima potenza economica del pianeta; dalla fame e dalle carestie che falcidiavano il proletariato agricolo (ancora oggi la maggior parte del miliardo e trecento milioni di abitanti censiti), al seggio al WTO per guidare i grandi della terra attraverso le insidie dell’economia globale.
E’ un miracolo che ha il sapore del riscatto, e il Partito Comunista Cinese, che nell’ordinamento dittatoriale della Repubblica coincide perfettamente col governo, ha deciso di fare le cose in grande.
Da settimane Pechino è in stato di fibrillazione pre-cerimonia: le principali arterie stradali della capitale sono presidiate da 10.000 soldati dell’Esercito di Liberazione, ai quali si aggiungono altri 800.000 volontari civili col compito di salvaguardare la sicurezza dei festeggiamenti.
In Piazza Tian’anmen, dove si svolgerà la parata dei corpi militari cinesi “oramai all’avanguardia col resto dei paesi del mondo” secondo il ministro della Difesa, è in vigore il divieto di volo: vietato qualsiasi oggetto volante non previsto dalle autorità, dagli aquiloni ai pochi piccioni non ancora catturati e rinchiusi temporaneamente in apposite gabbie (se ne contano a decine di migliaia), tenuti alla larga dal centro della capitale da 14 falchi addestrati ad hoc dai corpi speciali dell’aviazione cinese.
La follia maniacale del cerimonialismo orientale imporrà anche ai 5000 soldati coinvolti nella sfilata delle regole al limite del disumano: suddivisi in gruppi rispetto alla loro altezza (la disparità non dovrà superare i 6 cm), oltre a muoversi in perfetta sincronia, dovranno stare attenti a sbattere le ciglia precisamente ogni 40 secondi. Dopo le innumerevoli ore di addestramento per le tre ore di parata, non sono ammessi errori. Tutto dovrà essere perfetto, come alle Olimpiadi dello scorso anno.
Nemmeno alla natura sarà permesso di fare il suo regolare corso . L’aviazione cinese, pratica già in uso prima di Pechino 2008, ha già provveduto a disinnescare nell’aria degli ordigni speciali per raddensare le nuvole, causando dei temporali che assicureranno matematicamente per la giornata del primo ottobre cielo terso e sole raggiante.
Onde evitare spiacevoli inconvenienti, ai turisti occidentali è stato interdetto l’ingresso nel Tibet, mentre i 187.000 spettatori che avranno l’onore di presenziare alle celebrazioni di Pechino sono stati selezionati dopo un’ispezione politico-ideologica.
Mancano poche ore all’inizio dei festeggiamenti, e il mondo ha puntato i riflettori sul Gigante Asiatico.
Il futuro dell’economia mondiale, della libertà di opinione, dei diritti civili e di tutti noi, volenti o nolenti, non può che decidersi proprio in Cina.

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Il culto di Silvio

Ieri, 23 settembre Anno Silvii XV, l’epopea del culto della personalità del premier si è impreziosita di un nuovo tassello.  E’ comparso infatti su Youtube il trailer de “La Pace Può”, inno ufficiale per la candidatura al prossimo Premio Nobel per la Pace del presidente del Milan.
Dopo “Meno male che Silvio c’è” e “Silvio Forever”, al canzoniere del Popolo delle Libertà si è aggiunta l’opera di Loriana Lana, già autrice di liriche per Iva Zanicchi, Tony Esposito e Mariano Apicella (con “Tempo di rumba”, scritta a quattro mani con Silvio Berlusconi).
Al coro di “Silvio grande è”, la canzone pone l’accento sulle gesta salvifiche dell’Unto del Signore in terra d’Abruzzo, sul “Presidente sempre presente che ci accompagnerà”, incastonando il tutto nell’ambientazione bucolica della campagna abruzzese, dove “la neve e il sole che si incontrano” anticipano l’apparizione del premier.
La nascita spontanea di queste esaltazioni del potere incarnato, di queste professioni di fede profonda verso la figura oramai mitizzata del leader, ha avuto nella storia precedenti illustri.

Anni ’60, Cina, Rivoluzione Culturale. Uno degli avvenimenti più tragici e sanguinosi della storia mondiale ha avuto come sottofondo sonoro, trasmesso all’alba ed al tramonto da ogni apparecchio radio della Repubblica Popolare, l’inno “Dongfang Hong”, L’Oriente è Rosso, elogio accorato al comunismo, al maoismo ed alla figura di Mao Zedong.

“Egli lavora per il bene del popolo,
Hurrà, lui è il grande salvatore del popolo!
Il Presidente Mao ama il popolo,
è la nostra guida,
per costruire una nuova Cina.
Hurrà, ci guida verso il futuro!”

Nel frattempo, in Corea del Nord, i soldati di Kim Il-sung componevano assieme agli alleati cinesi della Guerra di Corea un inno simile dedicato al loro condottiero, scomparso nel 1994. “La canzone del Generale Kim Il-sung”, molto nota anche in Cina, è sopravvissuta al conflitto tra Corea e Stati Uniti, rimanendo ancora oggi un tema molto in voga a Pyongyang.

Egli è il benefattore che ha liberato i lavoratori,
Egli è il grande Sole della nuova Corea democratica

Oh che dolce nome, Generale Kim Il Sung!
Oh che nome glorioso, Generale Kim Il Sung!”

Se la tradizione celebrativa dei grandi uomini è stata pratica comune durante le peggiori dittature asiatiche, in Europa abbiamo ragione di pensare che l’esempio degli inni dedicati a Silvio Berlusconi rappresentino un unicum nella storia del Vecchio continente.
Nonostante le ricerche effettuate, sembra che né Francisco Franco, né Benito Mussolini, né Adolf Hitler possano vantare degli omaggi canori del calibro di “Meno male che Silvio c’è” o “La Pace Può”.
Questo tipo di inni, come già aveva notato Roberto Cotroneo, mirano ad esaltare non un’idea o un principio, bensì la viva persona in carne ed ossa che, con le sue azioni eccezionali, trascende il gruppo di appartenenza (PdL) o la categoria di riferimento (politici? statisti?), trasferendosi su un piano di divinità, nuovo Messia.
Il fenomeno, che potremmo snobbare come espressione della deficienza più becera, racchiude invece una serie di particolari agghiaccianti: l’adulazione smodata per la persona di Silvio Berlusconi, o per il feticcio mitologico creato dai suoi media, nasconde in realtà il vuoto più totale di un ideale di vita, di un progetto per il proprio futuro condiviso con il leader che, temporaneamente, si impegna a promuovere nella società. E’ la prova dell’assuefazione che gli elettori provano per il loro leader.
Un leader che, gongolandosi nella veste di Dio Adorato, ha già previsto e realizzato da tempo un mausoleo nella propria tenuta di Arcore, imitando i compagni Mao e Kim: una fine eccezionale per un uomo eccezionale.


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Martiri della democrazia

Sul sito web di Daniela Garnero in Santanchè, il post del 16 settembre recita: “Per onorare la memoria di Sanaa impediamo che le donne musulmane entrino con il burqa, uno degli strumenti piu’ vergognosi del fondamentalismo islamico, al Vigorelli e in altri luoghi domenica prossima in occasione dei festeggiamenti per la fine del ‘Ramadan’”.
In difesa della dignità femminile e con i pacifici presupposti di quattro giorni prima, la leader di Movimento per l’Italia ha mantenuto ieri la promessa, mobilitandosi assieme ad un manipolo di crociati dei diritti del gentil sesso. Scarpetta da ginnastica rosa e jeans attillati, ha raggiunto viale Jenner a Milano nell’ultimo giorno del Ramadan per far valere, in quanto socia Billionaire, i suoi diritti sugli usi e costumi della comunità musulmana, raccolta a festa davanti al luogo di preghiera.
Inspiegabilmente, l’accoglienza riservata non è stata calorosa come prospettato: nel tentativo di togliere il burka ad alcune partecipanti, la Santanchè è stata colpita da un non meglio identificato “maschiointegralistaislamicoingessato”, procurandosi contusioni al petto e risentimenti al nervo sciatico: 20 giorni di prognosi.
A Daniela, strenua combattente per la dignità femminile, indomita paladina del diritto al velinismo ed al calendario sexy per tutte, ennesima vittima dell’import-export di democrazia, va tutta la nostra solidarietà.

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18 settembre 2009: prima Ronda Nera a Roma

“I hate Illinois nazis…”

Jake Blues

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Morire di dignità

Morire in Afghanistan è evidentemente un’impresa eroica. Le salme dei sei militari italiani uccisi ieri a Kabul sono già cumuli di ossa sacre, eroiche spoglie di martiri della democrazia: così le descriveranno i politicanti in questi giorni.
Le descriverà così Silvio Berlusconi, che sul Corriere della Sera ha ricordato che “come gli altri alleati siamo impegnati per difendere la democrazia che si sta affermando in questo paese e che, comunque, è ancora molto lontano dall’essere civile e moderno”, una modernità e civiltà da misurarsi, secondo il demiurgo di Milano 2 e Milano 3, in chilometri di asfalto: “Io ho detto per esempio che un’idea potrebbe essere quella di asfaltare le strade perché lì ci sono discariche continue e questo dà proprio un senso dell’abbandono e del Medio Evo”.

Le descriverà così Ignazio La Russa, ministro della Difesa, quello del “Vili, non ci fermeranno”, lui sì di una violenza verbale e di una barbarie davvero medievale.
Mentre ogni giorno qui in Italia muoiono 4 operai sul posto di lavoro e in Afghanistan muoiono decine, centinaia di ci-Vili, noi dobbiamo piangere i nostri eroi di Kabul. Morti lontano da casa, in uno stato così lontano dalla Sardegna o dalla Campania che è difficile addirittura pronunciarne il nome per le loro famiglie.
Diranno ai parenti che sono morti con onore, per difendere la democrazia, senza avere rispetto per quei militari tornati in un sacco di plastica, né per quelli in Afghanistan, né tantomeno per le loro famiglie.
Le nostre truppe, come ha ricordato su PeaceReporter Fabio Mini, ex comandante del contingente Nato in Kosovo, sono in guerra per salvare l’immagine internazionale della Nato, per un’operazione di marketing pagata col sangue.
Muoiono in Afghanistan per la dignità del loro Paese.
Quella dignità che, come i nostri soldati, qui in Italia muore ogni giorno di più.

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Il bello dello schifo

A fatica, non lo nascondo, ho appena finito di vedere online lo speciale di Porta a Porta sulla ricostruzione in Abruzzo di ieri sera.
Ho faticato per la noia di due ore e mezzo di programma di piattume, di propaganda e mercificazione di disperati, non per lo schifo: vedere lo schifo valorizza il bello.
Non sono d’accordo con chi ieri sul web incitava al boicottaggio di Porta a Porta, battuta nello share dalla fiction di Gabriel Garko in onda su Mediaset. Basta con questa puzza sotto il naso da intellettualoidi “contro”, come il caro Sansonetti che nel pomeriggio non vuole fare l’ospite di Vespa, ma la sera è lì “anche se non volevo, ma siccome non sono d’accordo con le ritirate sull’Aventino” alla fine c’è andato, facendo la misera figura dell’uomo-contro-tutti: contro Berlusconi, contro Mediaset, contro RCS, contro Vespa, contro il PD, contro Ballarò, contro De Benedetti, contro gli allarmisti per la libertà di stampa…avversione totale sfociata nel nulla. Nessuna domanda scomoda e polemica con Floris e con Vespa fine a se stessa fortemente cercata, nel tentativo di dare almeno una parvenza di senso alla sua presenza, differenziandosi dagli altri giornalisti zombi evocati da Vespa per la gran cerimonia. Tentativo comunque fallito.
Vespa dal canto suo si è comportato come suo solito: scabroso manipolatore del dolore altrui, pessimo interprete di una velato e fasullo contradditorio, spalla bonaria nelle gag del nostro Premier, che in un paio di passaggi finge addirittura di rimproverarlo.
Senza entrare nel merito delle menzogne spiattellate da Berlusconi (nessun problema con Fini, nessun problema coi cattolici, nessun problema di dibattito nel PdL, televisioni contro di lui, comunisti e cattocomunisti farabutti, paragone con De Gasperi, paragone con la ricostruzione dell’Irpinia senza citare una cifra) e degli scivoloni matematici e linguistici nei quali è incappato, il presidente del Milan ha utilizzato per tutta la puntata un linguaggio sempre accentratore e comprensivo (ben diverso da comprensibile). E’ stato un fiorire di “noi abbiamo, noi siamo, il nostro record…”, una sequela di inclusioni perverse: il valore delle azioni, secondo il premier, non dipende dalla bontà oggettiva di queste, ma dalla sua partecipazione. E’ lui il dispensatore di merito, la fonte d’orgoglio per la Protezione Civile, la Croce Rossa, gli operai e tutti i volontari, non il contrario.
La convinzione, o meglio arroganza, con la quale accentra nella sua persona tutti i meriti, semplifica in maniera eccezionale il processo di gratitudine del suo elettorato, o meglio pubblico. Instaura un legame personale talmente vincolante da non accettare la critica, ma solo cieca professione di fede.
Se l’obiettivo è combattere il berlusconismo, è necessario capire di cosa il berlusconismo si nutre. Liquidare sempre Berlusconi come un pagliaccio, un mafioso, un bastardo (usando l’appellativo più in voga negli ambienti di dissenso studentesco), Vespa come uno schiavo, un viscido servo del potere, è il miglior metodo per mantenere la tendenza al peggio della nostra informazione e del nostro Paese. Berlusconi e Vespa sono due cecchini della comunicazione di massa. Porta a Porta è la bomba intelligente diretta all’elettorato medio che non ha il tempo e la voglia di leggere certi giornali, fare ricerche su internet o informarsi a dovere.
Se l’obiettivo è il cambiamento, è importante avere ben presente quale sia la situazione attuale, in tutta la sua gravità e la sua maniacale precisione. Al contrario, possiamo continuare a schifare tutti e continuare ad essere “contro”.
A testa alta sul nostro piedistallo in mezzo ad un mare di merda.

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La brutalità delle prime impressioni

Bacia sua figlia di otto anni e finisce in carcere con l’accusa di pedofilia. Nella brutta storia dell’imprenditore di Guidonia, sposato con una brasiliana di Fortaleza, che in vacanza con la famiglia in Brasile si è visto arrestare grazie ad una coppia di arzilli ex impiegati statali di Brasilia, c’è tutta la superficialità e l’avventatezza del popolo giudice di oggi: che sia brasiliano o brianzolo, a conti fatti, fa poca differenza.
La denuncia dei due ultrasettantenni, indignati dai comportamenti secondo loro ambigui dell’italiano nei confronti della figlioletta, che ha negato qualsiasi tipo di atteggiamento sconveniente da parte del padre, ha sbattuto l’imprenditore sulle prime pagine dei giornali e sui tg nazionali, con tanto di video ed interviste ai presenti.
Lo conoscevano tutti allo stabilimento di Fortaleza, località dove da 12 anni si recava ogni estate a passare le vacanze con la famiglia, e tutti lo hanno difeso e scagionato.
Qui in Italia, come una meteora, è apparsa la notizia del malinteso e nulla più.
Assodato che il tutto si esaurirà in un grave abbaglio da parte delle autorità brasiliane, è lecito ragionare sulla fama che noi italiani ci siamo costruiti negli anni.
Non è difficile immaginare le frotte di bavosi ed impomatati signorotti delle nostre province regalarsi di tanto in tanto una bella scampagnata sesso-gastronomica nelle spiagge bianche dello stato di Ceara, uno dei più poveri del Brasile. Immaginarseli sprofondare nelle poltrone della businness class, martini in mano ed occhi sul culo della hostess, a discorrere che là, in Brasile, il confine tra bambina e donna è sfumato dai morsi della fame e che, in fondo, sono un po’ dei benefattori a portare denaro in questo posto baciato dal Signore ma troppo presto dimenticato.
E per lo sventurato imprenditore di Guidonia, stavolta, è stato troppo tardi per fare una buona prima impressione.
“Vengono qui a fare i loro porci comodi” avranno pensato i due anziani impiegati di Brasilia prima di chiamare la polizia. “Vengono qui a molestare le nostre donne e le nostre bambine”; fossero stati due pensionati in un bar di Monza, li avremmo visti sentenziare al telegiornale come contorno al servizio sul rumeno o albanese di turno. Da Fortaleza alla Brianza, le prime impressioni sono diventate letali.

Aggiornamento dell’11 settembre: Alla fine l’hanno liberato.

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