Archivi del mese: settembre 2008

La Cina alla conquista dello spazio

(scritto per www.agichina24.it)

 

La Cina è pronta per la sua prima passeggiata spaziale. La navetta spaziale Shenzhou VII è partita dalla stazione di lancio di Jiuquan, nella provincia occidentale del Gansu, candidando il colonnello Zhai Zhigang ad essere il primo cinese nella storia della Repubblica Popolare a camminare nello spazio.
Per il programma spaziale cinese questo è il terzo lancio di astronauti in orbita, dopo il sucesso delle missioni del 2003 e del 2005. Ora lo scopo è mettere alla prova le nuove tute spaziali ‘made in China’ è puntare presto all’obiettivo più ambizioso: realizzare la prima stazione spaziale permanente cinese.
A poco più di un mese dalla conclusione dei Giochi Olimpici, il Paese è nuovamente travolto da una ventata di orgoglio patriottico che, visto il recente scandalo del latte contaminato, non poteva essere più provvidenziale per l’establishment politico.
Il presidente Hu Jintao, che era alla base di Jiuquan per seguire da vicino le procedure di lancio, ha salutato i tre astronauti portando gli auguri di tutto il Paese: “Grazie al forte supporto di tutta la nazione, la preparazione di vari settori, il vostro allenamento e le vostre doti, sono sicuro porterete a termine con successo questa gloriosa missione. La madrepatria e il vostro popolo attendono il vostro ritorno trionfante”, ha dichiarato Hu durante la cerimonia trasmessa sulle reti nazionali.
Secondo Kevin Pollpeter, esperto del programma spaziale cinese per la Defense Group Inc. di Washington, “questa sarà una grande dimostrazione della potenza cinese. Il prossimo obiettivo, la costruzione di una base spaziale, per loro rappresenterebbe una sorta di incoronazione come superpotenza”.
Da quando Mao Zedong lamentava che “il Paese non è in grado di lanciare nemmeno una patata nello spazio”, l’industria spaziale cinese ha compiuto passi da gigante. Ma se da un lato destano stupore dentro i confini della Repubblica, dall’altro non vengono sempre visti di buon occhio dalla comunità internazionale: l’anno scorso il lancio test di missili anti-satellite ha provocato le accuse di ambizioni spaziali a livello militare, che però il Partito ha sempre respinto con forza. A questo proposito, il portavoce del ministero degli Esteri Liu Jianchao ha recentemente sottolineato che “la Cina da sempre  sostiene l’uso pacifico dello spazio. L’obiettivo delle missioni spaziali cinesi è solo di esplorare lo spazio, incoraggiare lo sviluppo economico nazionale e il benessere del proprio popolo”. La missione rientra nel programma spaziale denominato Shenzhou (vascello sacro), sviluppato interamente dal ministero della Difesa e da altre agenzie governative: nonostante il bilancio stanziato per il programma sia segreto, si stima che fino al 2003 sia costato 1,8 milioni di euro.
L’evento è stato ampiamente coperto dai media cinesi, senza risparmiare al pubblico i dettagli anche più futili della missione, dal menù dell’astronauta (comprensivo di kung-pao e nuove ricette a base di pollo) alla cassetta di medicine tradizionali cinesi, ricavate da 10 differenti tipi di piante, per contrastare il “mal di spazio”.
I tre astronauti scelti per intraprendere la missione sono già diventati eroi in patria. Il riscatto dalla povertà e il successo dovuto all’arruolamento sono i tratti distintivi delle vite di Zhai Zhigang, Liu Boming e Jing Haipeng, tutti classe ’66, immediatamente indicati dai media come modelli da seguire per tutti i giovani cinesi.
A fine missione, della durata di 68 ore, i tre astronauti dovrebbero atterrare nella provincia della Mongolia Interna: in Cina si può decollare da un paese sconvolto da uno scandalo e atterrare in una superpotenza in festa in poco meno di tre giorni.

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L’assedio cinese

 

(recensione pubblicata per www.agichina24.it)

 

Le comunità cinesi in Italia, spesso considerate schive e ghettizzate, sono argomento di discussione e congetture affrettate nel tentativo di spiegare l’apparentemente inspiegabile, come sarebbe inspiegabile la crescita esponenziale del polo manifatturiero cinese nei pressi di Prato senza ricorrere ad una paziente e meticolosa ricerca: questo è il pregio de L’Assedio Cinese di Silvia Pieraccini, un libro-inchiesta che fa luce, servendosi di dati ufficiali e della loro interpretazione, sul misterioso miracolo imprenditoriale ad opera cinese.
Attratti dal polo manifatturiero che aveva reso Prato il maggiore centro europeo dell’industria tessile, i primi immigrati cinesi arrivarono all’inizio degli anni ’90 nella cittadina toscana, principalmente provenienti dalla città di Wenzhou, regione dello Zhejiang. Forti della loro operosità e garantendo ritmi di lavoro estenuanti a basso costo, iniziarono a lavorare come terzisti per le aziende pratesi: turni notturni e diurni, pagamento a cottimo, nessuna garanzia, erano i confezionatori perfetti. Nessuno pensava che, a soli 18 anni di distanza, quegli stessi façonisti avrebbero lasciato le vecchie macchine da cucire negli scantinati per costruire le basi del più imponente e produttivo distretto cinese in Italia. Oggi a Prato un abitante su 8 è cinese e le loro 2.700 aziende muovono un giro di affari pari a 1,8 miliardi di euro all’anno. I direttori hanno cognomi come Zhang, Lu o Wang e girano per le vie della città in Porsche, mentre i loro connazionali confezionano un milione di capi al giorno “made in Italy” che finiranno direttamente nei negozi e nei mercati di mezza europa.
Silvia Pieraccini, giornalista del Sole 24 Ore, ripercorrendo questi 18 anni, delinea le modalità e le situazioni che hanno permesso questa inaspettata sinizzazione dell’industria toscana: un polo che affonda in larga parte (sebbene con lodevoli eccezioni) le proprie radici nel mercato nero, nello sfruttamento della forza lavoro rigorosamente cinese che, provando a ripercorrere le orme dei loro stessi datori di lavoro, si presta a  turni sfiancanti senza assicurazione. 
Le aziende formate da manodopera clandestina, che agiscono illegalmente nel mercato dell’impresa o evadono il fisco, chiudono e si volatilizzano ancor prima di essere sanzionate dalle forze dell’ordine che anzi, per ogni impresa che chiude i battenti se ne trovano altre due nuove di zecca, pronte a rilevare la fetta di mercato lasciata dalla precedente. 
E’ un paradiso fiscale che, pur avendo colonizzato fisicamente gran parte del territorio di Prato e dintorni, non si è integrato col settore industriale già stabilmente affermato: i cinesi non lavorano per i pratesi,  non comperano i tessuti dei pratesi e, soprattutto, non fanno concorrenza ai pratesi.  Mentre il settore dei filati e dei tessuti è ancora saldamente nelle mani italiane, quello della maglieria e del pronto moda è stato letteralmente assaltato dagli imprenditori orientali che, in pochi anni, hanno spodestato la leadership di San Giuseppe Vesuviano, provincia di Napoli, superando addirittura la produzione di magliette e borsette della comunità cinese di Parigi, ex leader in Europa. “L’Assedio Cinese”, tirando le somme di questo unico nella storia imprenditoriale italiana, aiuta a comprendere nel dettaglio l’entità di questa imponente Chinatown toscana, cercando di capire le prospettive di cambiamento di questo distretto culturalmente e legalmente “parallelo”. (Matteo Miavaldi)
L’assedio cinese, Il Sole 24ore Editore, 2008, Milano, pp.384, euro 14.

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