Indignazione ad orologeria


copyright matteo miavaldi

In Cina la distanza tra il potere stabile del Partito Comunista e i confini turbolenti del Tibet la si potrebbe percorrere ogni giorno partendo dalla stazione di Beijing Ovest, destinazione Lasha: 48 ore e mezzo per tagliare da parte a parte tutta la nazione, dai grattacieli della capitale in fremito pre-olimpico alle vette più alte del mondo.
La macchina della censura si è attivata con precisione chirurgica; già da venerdì sera molte testate giornalistiche online non erano raggiungibili, Youtube è stata oscurata, i telegiornali nazionali hanno  dato all’argomento rilevanza minima e il Renmin Ribao di Domenica, primo quotidiano cartaceo cinese come tiratura, su dodici pagine non ha dedicato nemmeno un trafiletto alla sommossa tibetana, mentre un articolo a tutta pagina testimoniava la presenza di Hu Jintao ad una sorta di “giornata della natura”, immortalando lo stesso Presidente della Repubblica Popolare nell’atto di innaffiare un albero appena piantato assieme ad alcuni studenti sorridenti : da tre giorni per il resto della Cina, Lasha è ancora più distante.
Addirittura al Tempio dei Lama di Pechino, presunta sede pechinese della fede lamaista, domenica mattina la situazione era assolutamente normale: i monaci passeggiavano tranquilli vicino all’enorme statua di Buddha della sala principale, circondati da fiotte di turisti tedeschi ed americani sbarcati da decine di pullman dei tour organizzati: the show must go on.

La gravità della situazione è nota a tutti, molto più nota a chi legge dall’Italia dove, mi dicono, la notizia è stata riproposta in toni martellanti per giorni, tanto che si inizia a pensare seriamente ad un boicottaggio della delegazione Italiana alle prossime Olimpiadi.
Come giustamente ha scritto Venturini sul Corriere nel suo brillante commento, sarebbe l’ennesima vittoria dell’ipocrisia più schifosamente occidentale che, da decenni, il monolite democratico del quale ci fregiamo orgogliosamente parte integrante, attua nei confronti dei fuori casta del resto del mondo, di coloro che dovrebbero imparare da noi la democrazia e il rispetto dei diritti umani.
Se fino a 20 giorni fa potevo solo immaginare l’entità dell’ipocrisia, oggi passeggiando in città la posso vedere coi miei occhi.

A Wangfujin, la Via del Corso di Pechino, le guide indirizzano i turisti verso un paio di viuzze dove si vendono chincaglierie d’ogni genere, bettole molto poco igieniche dove si possono mangiare spiedini di shanzha caramellati, spiedini di scorpione ed insetti vari creati appositamente per noi waiguoren (come vengono chiamate in Cina gli stranieri): in una decina di minuti le hai visitate tutte e puoi tornare sul viale principale dove, davanti ad un MacDonald mastodontico, George Clooney ti guarda pubblicizzando un orologio di lusso che un cinese medio non si potrebbe permettere nemmeno con anni di lavoro, il primatista mondiale dei 100 metri piani è immortalato in posa plastica, sottotitolato da “impossible is nothing”, rigorosamente tradotto in cinese e decorato dal bollino ufficiale dei Giochi Olimpici.
Poco più avanti un gruppo di cinesi fa la fila per prendersi un gelato da Baskin-Robbins, arcinota quanto pessima catena di gelati statunitense: hanno tutti scarpe nike, jeans, capigliature post-punk, alcuni addirittura si cotonano i capelli.

Poi c’è l’onnipresente Yao Ming, cestista ambasciatore della Cina nell’NBA, che pubblicizza qualsiasi oggetto commercialmente rilevante, per la gioia di Mike Stern, Presidente della National Basketball Association, e di tutti i ragazzi di Pechino che indossano canotte da basket extralarge, atteggiandosi nelle discoteche come se fossero nati ad Harlem, non nel Sichuan, dove oggi i loro conterranei hanno assaltato una stazione di polizia e sono morti in 8.

Chi oggi urla allo scandalo tibetano, nel 2001 ha votato a favore dei Giochi Olimpici in Cina, ha chiuso gli occhi di fronte alle contraddizioni agghiaccianti di una nazione grande come un continente e ha fatto affari d’oro pubblicizzando il mondo delle favole del vecchio continente, dove “impossible is nothing”, mentre qui grazie anche a Microsoft e Google è davvero impossible avere un briciolo di informazione: la democrazia alla cinese è andata in onda tutto il giorno sulle reti nazionali, quando più di duemila delegati dell’Assemblea del Popolo si sono riuniti a Pechino per ratificare le scelte politiche già prese dal Comitato Permanente, con tanto di farsa di voto infilato nell’urna a suon di applausi, con sottofondo di musica classica stile concerto di capodanno viennese.
Se davvero alla comunità internazionale sta a cuore la sorte del popolo cinese, presenziare alle Olimpiadi è un obbligo morale: per ora abbiamo mostrato alla Cina la nostra facciata più bieca ed opportunista. Entro Agosto, riusciremo a mascherarci da Paesi Modello?

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3 commenti

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3 risposte a “Indignazione ad orologeria

  1. Molto bello il tuo blog, anche se non parli delle graffette… e comuqnue ancora non mi hai aggiunto ai link e ci sono rimasto molto male… complimenti per quello che scrivi, ci piace.

  2. no, non ci riusciremo perché già lo stiamo facendo da anni e non ci crede nessuno, neppure noi.

  3. alessandro

    Ma tu sei proprio sicuro che quello che viene pubblicato e detto in Italia (e in Occidente in generale) sulla “questione” tibetana sia proprio proprio tutto vero…specialmente a riguardo degli ultimi episodi del 2008? Ne sei certo? Io, dopo essermi documentato, documentato e documentato (con tutti i canali che ho trovato), aver parlato e discusso con cinesi e tibetani (NON in esilio…con quelli è facile, TROPPO facile…come con i cubani in esilio…rifletti su questo), aver riflettuto sono abbastanza sicuro che molto, molto poco sia vero…
    Noi occidentali siamo maestri di propaganda e sopraffazione..come lo siamo di accusare altri dei nostri stessi “peccati” per mantenere i nostri privilegi (USA docet)…La storia del tibet dal 59′ (dalla ribellione dei monaci-nobili – mai dimenticarlo – finanziata e addestrata dalla CIA..come parte della politica di contenimento del “comunismo internazionale” adottata dai nostri amichetti USA) fino agli anni 80 è tragica, come lo è quello di TUTTO il resto della Cina. Ma dal 50 al 59, quindi prima di una rivolta dei monaci-nobili che, è bene sottolinearlo, ha avuto ben poco “supporto” dalla normale popolazione..chissà perché (forse perché il Tibet veniva da un regime teocratico durissimo, con uso dello schiavismo, del servaggio della gleba, delle torture e così via?!) il governo cinese ci è andato con i PIEDI DI PIOMBO per non intaccare l’autonomia tibetana, proponendo al Dalai Lama la carica di vicepresidente del Congresso del Popolo, non intervenendo (benché per i comunisti cinesi fosse quasi una bestemmia) contro lo schiavismo e il servaggio della gleba, non implementando le politiche attuate nel resto del paese anche in Tibet. Poi di errori ne sono stati compiuti molti (no, non conto il “supposto” genocidio..che molti studiosi seri (Goldstein, Grunfeld, Ball ecc), anche vicini alle posizioni del Dalai Lama, non possono far altro che bollare come “bugie mirate” e “immense esagerazioni” volte a suscitare la compassione e l’indignazione del mondo), tantissimi, e su questi si deve lavorare sicuramente. Il genocidio culturale, specialmente negli ultimi 30 anni, è un’altra bella fola propagandata ai quattro venti in occidente per interessi politici, per ignoranza o per semplice credulità popolare (come anche testimoniato da tanti turisti occidentali…purtroppo inascoltati perché “fuori dal coro”…e a noi piace il gregge).
    Di errori, problemi grossissimi la Cina è piena (ma l’Italia, la nostra libera e democratica Italia, non è certo messa meglio), negare questo sarebbe inutile, dannoso e stupido…Ma per risolverli o semplicemente affrontarli in modo positivo serve sicuramente OBIETTIVITA’, conoscenza, comprensione, abbandono degli stereotipi, del senso di superiorità e dei pregiudizi occidentali..cosa che quando si parla di Cina (questione tibetana in special modo..ma non solo) non viene quasi mai fatto.

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