Archivi del mese: febbraio 2008

Darfur, non suona l’altra campana.

Siccome la Cina non ha un regista come Spielberg da poter sfoggiare ai media internazionali, al massimo un Zhang Yimou di Lanterne Rosse, la risposta alle accuse di Spielberg da parte del Partito Comunista Cinese non ha avuto alcuna eco.

Eppure è interessante leggere, tra le altre cose, che “una forza internazionale di pacificatori (Unamid) su mandato Onu e guida dell’Unione africana, che dovrebbe essere sul campo per impedire altre violenze da gennaio, non ha ancora visto arrivare che duemila dei 26mila soldati previsti, per mancanza di fondi che dovrebbero arrivare dai maggiori donors all’interno del sistema Onu.”

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“Più in basso di così non si poteva andare, più in basso di così c’è solo da scavare”.

Quando Berlusconi dichiara che all’epoca dell’editto bulgaro non voleva Biagi lasciasse la Rai ma che il giornalista preferì abbandonare per ricevere un grosso compenso economico come liquidazione, giustificare il tutto con la mancanza di tatto, la predilezione alla falsità o le sparate folkloristiche del signorotto di Arcore non è abbastanza.

Berlusconi non è nuovo ad un certo tenore di uscite, ma se in passato le campagne elettorali erano imposte mediaticamente da lui, questa volta il Cavaliere è davvero in difficoltà; l’agenda politica dettata in anticipo da Veltroni ha scardinato completamente le possibilità di condurre un’ennesima campagna elettorale mandando a briglia sciolta i classici cavalli di battaglia del Silvio Nazionale: anti-comunismo, liberismo e libertà, toghe rosse…Veltroni ha spostato il dibattito sulla politica e sui problemi della gente, terreno scivoloso per l’imprenditore che si è fatto da solo (in tutte le accezioni del termine di “fatto”).

Quello che vediamo è un Berlusconi sbandato, senza punti di riferimento, che scoppia gli ultimi mortaretti facendo la voce grossa con gli ex CdL, perdendo la componente centro-religiosa di Casini, rimanendo ora senza Padri ma solo Padrini, affiancati da (ex?) fascisti e integralisti della polenta taragna, fondando una nuova corte pronta ad osannarlo.

I deliri di onnipotenza del Presidente, come lo chiamano i suoi eunuchi, sono il sintomo della sua verve perduta, piochè politicamente sostenere che Biagi abbia lasciato la Rai per soldi è un’operazione tanto inutile quanto suicida. Il motivo per dichiarare una falsità del genere è davvero difficilmente individuabile in un panorama ampio di campagna elettorale, ma nel capo del Capo è tutto lineare.
Per chi pensa solo al proprio capitale è normale ricondurre ogni tipo di questione al piano economico.
Per chi si gingilla nella sua vanità, per chi si autocelebra senza sosta, per chi pensa ad un inno di un partito dal titolo “Meno male che Silvio c’è”, per chi al pari dei comunisti peggiori della storia ha basato la sua vita politica sul culto della personalità, infangare la memoria di un morto non suscita nessuno slancio di dignità: in amore, in guerra e in politica tutto è lecito.
Abituato a misurarsi con morti politicamente come Prodi, il vecchio Silvio cerca disperatamente altri cadaveri coi quali interloquire, come a suo tempo fece parlando di Mao, Stalin ed altri spauracchi da favoletta del terrore.
Tirare in ballo Biagi in questo modo e in questo momento non è una caduta di stile, ma un’ennesima vangata nel terreno della decorosità e della dignità, cercando di toccare il baratro più profondo del tragico della nostra politica.

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Pechino 2008 e Darfur; come se prima del 2000 non esistesse Storia.

Steven Spielberg era stato invitato dal Partito Comunista Cinese (o Governo Cinese, che in Cina concidono) a prendere parte all’organizzazione delle cerimonie per le Olimpiadi del 2008; due giorni fa ha disdetto l’impegno, siccome la Cina non si sta impegnando per porre fine al conflitto che da anni sta dilaniando il Darfur…anzi, ci sono prove che assieme alla Russia stia foraggiando le truppe africane di armamenti, mentre compagnie cinesi stanno colonizzando il Sudan appoggiate dal governo locale, facendo grossi affari petroliferi.
Il quadro quindi, oggi, è di una Cina sfruttatrice, opportunista, ambigua e fomenta-genocidi, perciò l’opinione pubblica demonizza il colosso orientale che non si sta impegnando a fermare i conflitti.

Se la storia del mondo e la geopolitica fossero partite di rubamazzetto o puntate di cartoni animati, senza cause pregresse o movimenti politici alle loro spalle, sarei tra coloro che accolgono il rifiuto di Spielberg come una vittoria. Ma, purtroppo, le cose non credo stiano in questo modo.

La regione del Darfur è situata nella parte sudovest del Senegal; nel 1916 la Gran Bretagna ha invaso il Darfur con l’aiuto dei già colonizzati egiziani, annettendolo al Sudan e usandone ogni risorsa per sviluppare la capitale Karthoum, lasciando la regione vittima dell’emarginazione economica tipica del colonialismo europeo dell’epoca, proseguita anche dopo il 1956, quando il Sudan conquistò l’indipendenza dalla madrepatria inglese.
Esasperata la situazione da carestie e calamità naturali, nelle elezioni del 1968 il partito Umma, maggioritario nel Sudan, per conquistare l’elettorato stanziale indicò gli arabi come responsabili della condizione penosa del Sudan, fomentando una campagna anti-islamica, ma allo stesso tempo invocando in altre zone l’appoggio agli arabi da parte delle popolazioni africane seminomadi, cercando di accaparrarsi anche il loro favore.
Nel 1966 tale Gaafar Nimeiry, sudanese, si laureò al United States Army Command College di Leavenworth, Kansas e, guarda caso, tre anni dopo guidò un commando per rovesciare il governo sudanese, diventandone subito Primo Ministro e nel 1971 Presidente, mentre un giovanissimo Steven Spielberg faceva uscire Duel, storia di un “duello” tra un camionista ed un comune automobilista, presto film di culto.

Tra il 1974 e il 1984 casualmente vengono stipulati accordi con la Chevron, americana, che inizia a prelevare petrolio dal Sudan imponendosi come monopolio energetico, mentre la popolazione muore di fame e sete a causa delle carestie e della siccità a cavallo tra il 1983 e l’84, mentre Steven Spielberg ultimava le riprese di Indiana Jones ed il Tempio Maledetto. Imponendo l’applicazione della sharia islamica (ma continuando a fare affari con la Chevron), Nimeiry si tira contro parte dell’esercito situato a sud del Sudan: inizia la guerra civile.
Si susseguono governi a suon di colpi di stato, mentre la situazione sociale ed economica diventa via via peggiore, e giustamente la comunità internazionale si fa sentire: la nomenklatura sudanese aveva partecipato all’attentato a Mubarak nel 1995, così nel 1996 l’ONU impose l’embargo aereo al Sudan mentre gli Stati Uniti, autonomamente, imposero un embargo totale, come curare un diabetico con le meringate; nel frattempo Spielberg, godendosi gli l’Oscar per Schindler’s List di tre anni prima (miglior film e miglior regista), preparava il sequel di Jurassik Park ed Amistad, struggente storia della deportazione di africani negli Stati Uniti.

Mentre in Darfur si massacravano a colpi di machete, l’ONU ha provato con la diplomazia a fermare il conflitto, senza effettivi riscontri, inviando anche contingenti di pace, in linea col pensiero a stelle e strisce dell’esportazione coatta di valori e democrazia, chiaramente previo risucchiamento totale di risorse una trentina di anni prima.

Da alcuni anni la Cina sta colonizzando l’Africa centrale, il Sudan in particolare, fornendo fondi economici per infrastrutture, ingegneri per guidare la manodopera locale da un lato e probabilmente vendendo armi e disinteressandosi del conflitto in corso dall’altro.
Ora, la Cina sicuramente potrebbe fare di più, ma qualcuno ha boicottato le olimpiadi di Los Angeles 84, mentre in Darfur morivano di fame e la Chevron faceva affari d’oro? E Atlanta 96, quando gli Stati Uniti hanno escluso il Sudan dal resto del mondo col loro embargo totale?

Se dobbiamo accreditare alla Cina anche la responsabiltà della risoluzione della questione Darfur, quando gli Stati Uniti, l’Onu e tutto il mondo Occidentale hanno usato il giardino africano come orto per raccogliere petrolio e materie prime senza curarsi assolutamente delle popolazioni indigene (che, per la cronaca, se si scannano ancora oggi è grazie al nostro aver diviso a tavolino l’africa postcoloniale in quadratini geometricamente ineccepibili), diventa tutto lecito.
Come prendersi due Oscar dal carnefice più spietato della storia recente e poi fare i sensibilizzatori in casa d’altri.

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Menomale…

“A Silvio”
Testo e Musica: Andrea Vantini
Si è detto troppo
E anche di più
Si è usata pure la musica contro
Oggi canto anch’io
E dico che
Menomale che Silvio c’è
Non ho interessi politici
E non ho neanche immobili
Ho solo la musica
E penso che
Menomale che Silvio c’è
Ci hanno provato
scrittori e comici
Un gioco perverso
Di chi ha già perso
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
La musica suona senza colori
Ma i riferimenti sono reali
Viva l’Italia
L’Italia che ha scelto
Di crederci un po’ in questo sogno
Per questo dico che
Menomale che Silvio c’è
Per questo dico che
Menomale che Silvio c’è
Canto così
Con quella forza
Che ha solamente
Chi non conta niente
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
Viva l’Italia
L’Italia che ha scelto
Di crederci un po’ in questo sogno
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
Viva l’Italia
L’Italia che ha scelto
Di crederci un po’ in questo sogno
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
Viva l’Italia
L’Italia che ha scelto
Di crederci un po’ in questo sogno
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
Non è una presa in giro e non è una buffonata, o almeno non lo doveva essere. E’ il testo dell’inno del PdL, scaricabile all’indirizzo http://www.menomalechesilvioce.it
Sono a corto di parole e valutazioni…l’unica cosa che mi è venuta in mente è una frase di Milan Kundera letta qualche settimana fa ne “l’immortalità”. Credo rispecchi pienamente il mio pensiero.

“L’umorismo può esistere solo là dove la gente distingue ancora il confine tra ciò che è importante e ciò che non lo è. E questo confine oggi non si distingue più.”

E intanto sono a meno 14 dalla partenza. E Silvio c’è.

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Visto

La sede dell’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese a Roma è in via Bruxelles, quartiere Salario, uno dei più signorili della capitale, sede di avvocati (non i migliori, quelli stanno o ai Parioli o nel Partito delle Libertà), medici e dentisti.
Non ero mai stato di persona in un’ambasciata e chissà perchè me lo immaginavo un luogo sul serioso andante, con portineria ed uffici vari dove essere indirizzati da simpatiche cinesi in divisa da impiegata, magari con la bandierina della Cina cucita sul petto e riproduzioni di tele ed arazzi appesi ai muri; niente di tutto ciò.

L’ambasciata Cinese si trova in un palazzo meno bello degli altri, ad occhio e croce della triste architettura anni ’60 che all’epoca faceva “moderno” ma oggi, in mezzo a palazzi ben più antichi, fa solo “triste architettura anni ’60”, in cima ha un’enorme antenna e le mura che separano la strada dall’interno sono alte e senza aperture, il giardino dentro non si vede.
Si entra da una porticina in metallo integrata nel cancello (chiuso) e dopo un paio di metri di corridoio da percorrere in fila indiana si apre una stanza: la luce è debole, in parte per la pessima giornata, in parte per la scarsa illuminazione dovuta alle finestre situate nella parte alta della parete frontale.
Sul lato sinistro ci sono alcune seggioline di plastica, di quelle attaccate a gruppi di 4 o 5 alla base di metallo; di fronte ci sono due sportelli con vetro plastificato tra chi è in coda (alle 10 di mattina solo cinesi) e chi lavora: l’atmosfera ricorda molto la questura di Vigevano e, se ci fossero stati due schermi sfondo nero testo verde coi risultati di calcio e di ippica e una decina di vecchietti a fumare, l’effetto sarebbe stato identico a quello delle vecchie ricevitorie SNAI prima della legge Sirchia.

Un foglio stampato dal PC recita “Richiesta Visto” e una freccia indica un altro corridoio identico al primo a fianco degli sportelli che porta nell’altra stanza, speculare alla prima, dove fanno la coda solo non-cinesi: riconosco, origliando, un qualche tipo di diplomatico in avanscoperta per la delegazione olimpica, un trentenne beneventano copyrighter e un signore distinto sulla sessantina, ex impiegato al consolato cinese ed ora consulente, che per un urgenza deve andare a Shanghai quattro giorni; dice che a Shanghai causa neve sono saltate le comunicazioni telematiche, e noi studenti in quasi partenza ridacchiamo pensando al nostro soggiorno a Pechino, più vicina al parallelo di Vladivostok che a quello di Shanghai.

Consegnamo tutto il necessario alla giovane cinese oltre il vetro plastificato che, staccato un fogliettino da un blocchettino rosa, ci dice di tornare a riprendere tutto il 13 Febbraio.
Oggi sento davvero di aver iniziato i preparativi per il viaggio.
Rileggo la fotocopia della richiesta di visto che mi sono fatto prima di consegnarlo all’ambasciata (una di quelle cose che si fanno perchè “non si sa mai”):

3.1 La tua richiesta per il visto cinese è stata mai rifiutata? (No)
3.2 Hai avuto esperienza del rifiuto dell’entrata in Cina o dell’espulsione? (No)
3.3 Hai avuto qualche registrazione criminale in Cina o in altri paesi? (No)
3.4 Soffri una delle malattie seguenti? Malattia Mentale, Malattie Veneree, Lebbra, Open Tubercolosis, HIV Positive o AIDS, Altre Malattie infettive? (No)

La selezione “Si” sulle questioni dalla 3.1 alla 3.4 non significa che hai perso la eleggibilità della richiesta del visto. Si prega di offrire una spiegazione dettagliata

Penso che se mai avessi dovuto selezionare “Si” in una qualsiasi delle questioni, la Cina sarebbe stato l’ultimo paese sulla Terra dove avrei voluto trovarmi per dare “spiegazioni dettagliate”.

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Spiegazioni ed anticipazioni

La decisione di spostare il blog su un’altra piattaforma e conseguentemente di cambiarne il nome è legata ad altri cambiamenti imminenti che mi riguardano.
Come pochi di voi sanno, sto quasi per terminare (manca un annetto) la laurea triennale in Lingue Orientali alla Sapienza di Roma; parte integrante della laurea è l’opportunità di frequentare lezioni di cinese per tre mesi a Pechino presso la BeiWai University, a quanto ho capito una specie di università per stranieri in Cina.
Il 28 Febbraio partirò da Roma, via Helsinki, alla volta di Pechino e rimarrò in Cina, secondo i miei programmi, almeno 5 mesi: 3 mesi alla BeiWai tentando di passare gli esamini settimanali di lingua cinese che mi varranno gli ultimi 5 crediti pre-tesi e i seguenti 2 mesi (o tre, chissà…) con l’intenzione di viaggiare, lasciandomi alle spalle il sovraffollamento olimpico pechinese, cercando di vedere dal vivo un po’ di vera vita cinese.

Durante la mia permanenza mi impegno a mettere nero su bianco, spero settimanalmente, le mie idee e le mie impressioni sulla vita di pechino e su qualsiasi cosa stuzzichi il mio interesse.
Per questo, il blog come me prende il nome di Ma Jun, requisito imprescindibile degli occidentali che si recano per motivi di studio in Cina: siccome il sistema di ideogrammi non è alfabetico e la trascrizione fedele dei nostri nomi occidentali è impossibile, è necessario adottare un nome cinese formato solitamente da due ideogrammi.
Il mio, Ma Jun (leggi: machun), prende il primo ideogramma dalla prima sillaba del mio nome mentre il secondo significa , e un po’ me ne vergogno, “carino, bello, brillante, talentuoso”; non è una sdolcineria, sembra sia uso comune in Cina utilizzare ideogrammi con accezioni positive o promettenti per i nomi, come da noi è meglio chiamare una figlia Serena piuttosto che Crocifissa.

In ideogrammi dovrebbe essere così 马俊

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