In viaggio in India e Bangladesh

Dicembre 1, 2008

Dal 22 Novembre io e Carola siamo in viaggio per India e Bangladesh…dovrei tornare il 5 Febbraio. nel frattempo scriveremo e pubblicheremo foto sul blog http://bandemataram.wordpress.com

Seguiteci e scrivete commenti, alcuni articoli saranno poi pubblicati (si spera) anche in altri siti o giornali cartacei. Fateci pubblicita’.

Matteo e Carola


La Cina alla conquista dello spazio

Settembre 26, 2008

(scritto per www.agichina24.it)

 

La Cina è pronta per la sua prima passeggiata spaziale. La navetta spaziale Shenzhou VII è partita dalla stazione di lancio di Jiuquan, nella provincia occidentale del Gansu, candidando il colonnello Zhai Zhigang ad essere il primo cinese nella storia della Repubblica Popolare a camminare nello spazio.
Per il programma spaziale cinese questo è il terzo lancio di astronauti in orbita, dopo il sucesso delle missioni del 2003 e del 2005. Ora lo scopo è mettere alla prova le nuove tute spaziali ‘made in China’ è puntare presto all’obiettivo più ambizioso: realizzare la prima stazione spaziale permanente cinese.
A poco più di un mese dalla conclusione dei Giochi Olimpici, il Paese è nuovamente travolto da una ventata di orgoglio patriottico che, visto il recente scandalo del latte contaminato, non poteva essere più provvidenziale per l’establishment politico.
Il presidente Hu Jintao, che era alla base di Jiuquan per seguire da vicino le procedure di lancio, ha salutato i tre astronauti portando gli auguri di tutto il Paese: “Grazie al forte supporto di tutta la nazione, la preparazione di vari settori, il vostro allenamento e le vostre doti, sono sicuro porterete a termine con successo questa gloriosa missione. La madrepatria e il vostro popolo attendono il vostro ritorno trionfante”, ha dichiarato Hu durante la cerimonia trasmessa sulle reti nazionali.
Secondo Kevin Pollpeter, esperto del programma spaziale cinese per la Defense Group Inc. di Washington, “questa sarà una grande dimostrazione della potenza cinese. Il prossimo obiettivo, la costruzione di una base spaziale, per loro rappresenterebbe una sorta di incoronazione come superpotenza”.
Da quando Mao Zedong lamentava che “il Paese non è in grado di lanciare nemmeno una patata nello spazio”, l’industria spaziale cinese ha compiuto passi da gigante. Ma se da un lato destano stupore dentro i confini della Repubblica, dall’altro non vengono sempre visti di buon occhio dalla comunità internazionale: l’anno scorso il lancio test di missili anti-satellite ha provocato le accuse di ambizioni spaziali a livello militare, che però il Partito ha sempre respinto con forza. A questo proposito, il portavoce del ministero degli Esteri Liu Jianchao ha recentemente sottolineato che “la Cina da sempre  sostiene l’uso pacifico dello spazio. L’obiettivo delle missioni spaziali cinesi è solo di esplorare lo spazio, incoraggiare lo sviluppo economico nazionale e il benessere del proprio popolo”. La missione rientra nel programma spaziale denominato Shenzhou (vascello sacro), sviluppato interamente dal ministero della Difesa e da altre agenzie governative: nonostante il bilancio stanziato per il programma sia segreto, si stima che fino al 2003 sia costato 1,8 milioni di euro.
L’evento è stato ampiamente coperto dai media cinesi, senza risparmiare al pubblico i dettagli anche più futili della missione, dal menù dell’astronauta (comprensivo di kung-pao e nuove ricette a base di pollo) alla cassetta di medicine tradizionali cinesi, ricavate da 10 differenti tipi di piante, per contrastare il “mal di spazio”.
I tre astronauti scelti per intraprendere la missione sono già diventati eroi in patria. Il riscatto dalla povertà e il successo dovuto all’arruolamento sono i tratti distintivi delle vite di Zhai Zhigang, Liu Boming e Jing Haipeng, tutti classe ’66, immediatamente indicati dai media come modelli da seguire per tutti i giovani cinesi.
A fine missione, della durata di 68 ore, i tre astronauti dovrebbero atterrare nella provincia della Mongolia Interna: in Cina si può decollare da un paese sconvolto da uno scandalo e atterrare in una superpotenza in festa in poco meno di tre giorni.


L’assedio cinese

Settembre 13, 2008

 

(recensione pubblicata per www.agichina24.it)

 

Le comunità cinesi in Italia, spesso considerate schive e ghettizzate, sono argomento di discussione e congetture affrettate nel tentativo di spiegare l’apparentemente inspiegabile, come sarebbe inspiegabile la crescita esponenziale del polo manifatturiero cinese nei pressi di Prato senza ricorrere ad una paziente e meticolosa ricerca: questo è il pregio de L’Assedio Cinese di Silvia Pieraccini, un libro-inchiesta che fa luce, servendosi di dati ufficiali e della loro interpretazione, sul misterioso miracolo imprenditoriale ad opera cinese.
Attratti dal polo manifatturiero che aveva reso Prato il maggiore centro europeo dell’industria tessile, i primi immigrati cinesi arrivarono all’inizio degli anni ‘90 nella cittadina toscana, principalmente provenienti dalla città di Wenzhou, regione dello Zhejiang. Forti della loro operosità e garantendo ritmi di lavoro estenuanti a basso costo, iniziarono a lavorare come terzisti per le aziende pratesi: turni notturni e diurni, pagamento a cottimo, nessuna garanzia, erano i confezionatori perfetti. Nessuno pensava che, a soli 18 anni di distanza, quegli stessi façonisti avrebbero lasciato le vecchie macchine da cucire negli scantinati per costruire le basi del più imponente e produttivo distretto cinese in Italia. Oggi a Prato un abitante su 8 è cinese e le loro 2.700 aziende muovono un giro di affari pari a 1,8 miliardi di euro all’anno. I direttori hanno cognomi come Zhang, Lu o Wang e girano per le vie della città in Porsche, mentre i loro connazionali confezionano un milione di capi al giorno “made in Italy” che finiranno direttamente nei negozi e nei mercati di mezza europa.
Silvia Pieraccini, giornalista del Sole 24 Ore, ripercorrendo questi 18 anni, delinea le modalità e le situazioni che hanno permesso questa inaspettata sinizzazione dell’industria toscana: un polo che affonda in larga parte (sebbene con lodevoli eccezioni) le proprie radici nel mercato nero, nello sfruttamento della forza lavoro rigorosamente cinese che, provando a ripercorrere le orme dei loro stessi datori di lavoro, si presta a  turni sfiancanti senza assicurazione. 
Le aziende formate da manodopera clandestina, che agiscono illegalmente nel mercato dell’impresa o evadono il fisco, chiudono e si volatilizzano ancor prima di essere sanzionate dalle forze dell’ordine che anzi, per ogni impresa che chiude i battenti se ne trovano altre due nuove di zecca, pronte a rilevare la fetta di mercato lasciata dalla precedente. 
E’ un paradiso fiscale che, pur avendo colonizzato fisicamente gran parte del territorio di Prato e dintorni, non si è integrato col settore industriale già stabilmente affermato: i cinesi non lavorano per i pratesi,  non comperano i tessuti dei pratesi e, soprattutto, non fanno concorrenza ai pratesi.  Mentre il settore dei filati e dei tessuti è ancora saldamente nelle mani italiane, quello della maglieria e del pronto moda è stato letteralmente assaltato dagli imprenditori orientali che, in pochi anni, hanno spodestato la leadership di San Giuseppe Vesuviano, provincia di Napoli, superando addirittura la produzione di magliette e borsette della comunità cinese di Parigi, ex leader in Europa. “L’Assedio Cinese”, tirando le somme di questo unico nella storia imprenditoriale italiana, aiuta a comprendere nel dettaglio l’entità di questa imponente Chinatown toscana, cercando di capire le prospettive di cambiamento di questo distretto culturalmente e legalmente “parallelo”. (Matteo Miavaldi)
L’assedio cinese, Il Sole 24ore Editore, 2008, Milano, pp.384, euro 14.


Le Olimpiadi del pregiudizio

Agosto 12, 2008

“Salve a tutti amici ascoltatori, da oggi parleremo di sport ma anche di…”: è iniziata così la diretta da Pechino della Rai, pochi istanti prima dell’inizio della cerimonia di apertura delle molto discusse Olimpiadi cinesi.
Gli “anche” elencati dal cronista sportivo della rete nazionale erano ad ampio spettro tematico: diritti umani, ambiente, discriminazione sessuale, razziale, religiosa, libertà di stampa, politica del figlio unico, tibet, xinjiang, dittatura. Una descrizione degna dell’ultimo dei paesi civili al mondo, non certo l’aggancio introduttivo accattivante di una trasmissione sportiva. 

Ho vissuto tre mesi in Cina e sono il primo a poter denunciare le contraddizioni di un enorme paese e del suo miliardo e trecento milioni di abitanti, ma occorre farlo con cognizione di causa, documentandosi e trattando i problemi con la cura e l’obiettività storica delle quali sono degni.
Ad esempio, nessuno ha ricordato l’ovvio, ovvero che Pechino è stata designata come sede delle Olimpiadi dal Comitato Internazionale Olimpico, presieduto da ex atleti e personaggi politici di tutto il mondo, non certo da riservisti dell’Esercito del Popolo in pensione. E del tremendo apparato censorio cinese, messo a punto da tecnici americani col benestare, ad esempio, di Google, qualcuno ha parlato? 
Quando la Meloni e Gasparri chiedono agli atleti un gesto di dissenso durante la sfilata delle delegazioni, ricevendo oltre al rifiuto un bel tricolore con un “minchia, a Pechino sugnu” censurato dalla regia cinese (evidentemente poco preparata in dialettologia italica), l’acuta risposta del presidente del CONI Petrucci viene sempre semi-oscurata dalla censura nostrana: “Perchè non avete chiesto agli industriali di boicottare le Olimpiadi?”. Viva la sincerità! Lo sport può e deve veicolare messaggi umanitari, ma non deve essere il paravento per quei paraculo di politicanti seduti nel nostro parlamento, che mentre cercano di stringere contratti economici chiedono ad un gruppo di atleti di manifestare il dissenso di una nazione. Perchè non l’hanno chiesto alla Di Centa o al buon Frattini?

Seguono i commenti alla spettacolare cerimonia d’apertura: mio padre e mia madre, che non sono iscritti al PCC e di Olimpiadi ne hanno viste qualcuna più di me, hanno detto che a loro memoria è stata la cerimonia più impressionante e sfarzosa di sempre, la più emozionante. Il senso estetico dei miei familiari evidentemente non incontra il benestare di Bisteccone Galeazzi, che in un paio di frasi sbrigative ha liquidato la pratica cerimonia esaltando quella di Seoul e della stessa Atene, e nemmeno quelli di Leonardo Coen di Repubblica, che a discapito dello skywalking di Li Ning mentre la pergamena della storia cinese si srotolava dietro di lui, ha preferito l’uomo razzo di Los Angeles 84. Molto meglio una bella americanata stile “Il Cavaliere Oscuro” (pessimo, peraltro), che un viaggio nella millenaria cultura cinese diretto da Zhang Yimou.
Nel mio posto di lavoro qualcuno ha addirittura paragonato la coordinazione dei percussionisti ad un “video di epoca nazista”.
Il dubbio è che i cinesi avrebbero potuto organizzare qualsiasi spettacolo senza incontrare il favore dei giornalisti italiani, in netta controtendenza col resto del mondo editoriale.
Ma se fossero state in Italia le Olimpiadi, la stampa internazionale avrebbe fatto la morale al governo italiano sulla mafia, le morti bianche, le leggi ad personam, la violazione dei diritti umani nei confronti dei rom, i cpt, la Padania Libera (padani e tibetani si sentono molto vicini, secondo i padani), la discriminazione sessuale nel posto di lavoro, gli stupri…poveri giornalisti italiani (eccezion fatta per Fabio Cavalera del Corriere, che non si smentisce mai): ancora una volta hanno perso l’occasione per riscattare il proprio nome, a discapito dell’aggettivo.


Aggiornamento

Luglio 2, 2008

Causa ritorno in Italia e conseguente ricerca di una casa stabile a Roma, l’aggiornamento di questo blog sarà saltuario quanto la probabilità di svegliarmi in queste settimane due giorni consecutivi nella stessa stanza.

 

Scusate.


Cina: un solo pugno chiuso

Maggio 17, 2008

Alla mensa della Beijing Waiguoyu Daxue, pochi metri sopra la testa della fiumana di studenti curvi su ciotole di spaghetti in brodo o riso bianco variamente assortito, sono appesi una serie di schermi televisivi che trasmettono, ad ore pasti cinesi (pranzo dalle 11 a mezzogiorno e mezza, cena dall 5 fino alle 7 e mezza) il Campus Channel, rigorosamente in cinese: solitamente il pranzo era allietato dalle 10 migliori azioni a campo aperto dell’NBA, da una monografia con foto di repertorio di Beppe Signori alla scuola calcio, programmi musicali coreani e rari sprazzi di telegiornali internazionali, ma dal 13 Maggio, un giorno dopo il cataclisma nel Sichuan, il palinsesto è cambiato.

Seguendo lo stile nostrano, e con nostrano intendo occidentale, di portare la tragedia dal luogo dell’avvenimento al luogo del compimento, vengono trasmesse a rotazione una serie di immagini agghiaccianti di distruzione, mani che spuntano dalle macerie, urla e pianti alternate dal presidente  Hu Jintao alla testa di un gruppo di militari intento a dare direttive di soccorso, oppure col premier Wen Jiabao in mezzo ai sopravvissuti, tra strette di mano e sorrisi.

Già, perché se la tragedia si è consumata nel Sichuan, che con i suoi 90 milioni di abitanti è una delle regioni più povere della repubblica popolare, il canale CCTV, nelle veci del Governo Cinese, la sta portando a compimento nelle case di ogni cinese possessore di apparecchio televisivo; le decine di migliaia di morti diventano così lo sfondo per esaltare l’unità del popolo cinese, personificato nell’imponente mobilitazione militare organizzata a tempo di record per aiutare i terremotati.

Hanno appena trasmesso un’intervista di una donna poliziotto che, trattenendo a stento le lacrime, diceva di aver perso tutta la famiglia compresa sua figlia di due anni, ma che imperterrita stava continuando a scavare tra le macerie perché “anche chi sta ancora là sotto è parte della mia famiglia”, ovvero il popolo: questa scena, così lontana dalla Cina pudica dove le emozioni, positive o negative che esse siano, vengono mascherate con misurata compostezza, è la manifestazione del cambiamento in corso.

Il dolore non è più privato ed intimo, ma viene collettivizzato per educare la popolazione e calcificarne il senso di appartenenza: ogni cinese commosso davanti allo schermo, da Pechino a Shanghai, dalle gelide regioni del nord alle tropicali del sud, sente in cuor suo di far parte di un unico grande popolo, protetto e seguito dal Partito Comunista, unito di fronte alla tragedia del Sichuan come nella gioia delle Olimpiadi; non esistono più separatisti Xingjianesi o Tibetani (ironia della sorte, etnia di maggioranza proprio nel Sichuan devastato dal terremoto), non esistono più minoranze e diversità economiche o sociali. Esistono un miliardo e trecento milioni di persone che unite sono più forti della povertà, più forti dei separatismi, più forti dei boicottaggi e più forti dei cataclismi: davanti ad un sentimento come questo, giusto o sbagliato che sia, possiamo solo esserne spettatori ammirati, proprio come davanti ad una calamità naturale.


Ancora Vivo

Aprile 18, 2008

Un aggiornamento veloce: dopo il primo e unico pezzo finora sono sparito, causa preparazione esami (passati tutti più che dignitosamente). Mentre Berlusconi e la Lega vincono le elezioni, io sono vivo, sto bene, mi sono fatto un tatuaggio e son anche ingrassato. Alla faccia del PdL.


Indignazione ad orologeria

Marzo 17, 2008

copyright matteo miavaldi 

In Cina la distanza tra il potere stabile del Partito Comunista e i confini turbolenti del Tibet la si potrebbe percorrere ogni giorno partendo dalla stazione di Beijing Ovest, destinazione Lasha: 48 ore e mezzo per tagliare da parte a parte tutta la nazione, dai grattacieli della capitale in fremito pre-olimpico alle vette più alte del mondo.
La macchina della censura si è attivata con precisione chirurgica; già da venerdì sera molte testate giornalistiche online non erano raggiungibili, Youtube è stata oscurata, i telegiornali nazionali hanno  dato all’argomento rilevanza minima e il Renmin Ribao di Domenica, primo quotidiano cartaceo cinese come tiratura, su dodici pagine non ha dedicato nemmeno un trafiletto alla sommossa tibetana, mentre un articolo a tutta pagina testimoniava la presenza di Hu Jintao ad una sorta di “giornata della natura”, immortalando lo stesso Presidente della Repubblica Popolare nell’atto di innaffiare un albero appena piantato assieme ad alcuni studenti sorridenti : da tre giorni per il resto della Cina, Lasha è ancora più distante.
Addirittura al Tempio dei Lama di Pechino, presunta sede pechinese della fede lamaista, domenica mattina la situazione era assolutamente normale: i monaci passeggiavano tranquilli vicino all’enorme statua di Buddha della sala principale, circondati da fiotte di turisti tedeschi ed americani sbarcati da decine di pullman dei tour organizzati: the show must go on.

La gravità della situazione è nota a tutti, molto più nota a chi legge dall’Italia dove, mi dicono, la notizia è stata riproposta in toni martellanti per giorni, tanto che si inizia a pensare seriamente ad un boicottaggio della delegazione Italiana alle prossime Olimpiadi.
Come giustamente ha scritto Venturini sul Corriere nel suo brillante commento, sarebbe l’ennesima vittoria dell’ipocrisia più schifosamente occidentale che, da decenni, il monolite democratico del quale ci fregiamo orgogliosamente parte integrante, attua nei confronti dei fuori casta del resto del mondo, di coloro che dovrebbero imparare da noi la democrazia e il rispetto dei diritti umani.
Se fino a 20 giorni fa potevo solo immaginare l’entità dell’ipocrisia, oggi passeggiando in città la posso vedere coi miei occhi.

A Wangfujin, la Via del Corso di Pechino, le guide indirizzano i turisti verso un paio di viuzze dove si vendono chincaglierie d’ogni genere, bettole molto poco igieniche dove si possono mangiare spiedini di shanzha caramellati, spiedini di scorpione ed insetti vari creati appositamente per noi waiguoren (come vengono chiamate in Cina gli stranieri): in una decina di minuti le hai visitate tutte e puoi tornare sul viale principale dove, davanti ad un MacDonald mastodontico, George Clooney ti guarda pubblicizzando un orologio di lusso che un cinese medio non si potrebbe permettere nemmeno con anni di lavoro, il primatista mondiale dei 100 metri piani è immortalato in posa plastica, sottotitolato da “impossible is nothing”, rigorosamente tradotto in cinese e decorato dal bollino ufficiale dei Giochi Olimpici.
Poco più avanti un gruppo di cinesi fa la fila per prendersi un gelato da Baskin-Robbins, arcinota quanto pessima catena di gelati statunitense: hanno tutti scarpe nike, jeans, capigliature post-punk, alcuni addirittura si cotonano i capelli.

Poi c’è l’onnipresente Yao Ming, cestista ambasciatore della Cina nell’NBA, che pubblicizza qualsiasi oggetto commercialmente rilevante, per la gioia di Mike Stern, Presidente della National Basketball Association, e di tutti i ragazzi di Pechino che indossano canotte da basket extralarge, atteggiandosi nelle discoteche come se fossero nati ad Harlem, non nel Sichuan, dove oggi i loro conterranei hanno assaltato una stazione di polizia e sono morti in 8.

Chi oggi urla allo scandalo tibetano, nel 2001 ha votato a favore dei Giochi Olimpici in Cina, ha chiuso gli occhi di fronte alle contraddizioni agghiaccianti di una nazione grande come un continente e ha fatto affari d’oro pubblicizzando il mondo delle favole del vecchio continente, dove “impossible is nothing”, mentre qui grazie anche a Microsoft e Google è davvero impossible avere un briciolo di informazione: la democrazia alla cinese è andata in onda tutto il giorno sulle reti nazionali, quando più di duemila delegati dell’Assemblea del Popolo si sono riuniti a Pechino per ratificare le scelte politiche già prese dal Comitato Permanente, con tanto di farsa di voto infilato nell’urna a suon di applausi, con sottofondo di musica classica stile concerto di capodanno viennese.
Se davvero alla comunità internazionale sta a cuore la sorte del popolo cinese, presenziare alle Olimpiadi è un obbligo morale: per ora abbiamo mostrato alla Cina la nostra facciata più bieca ed opportunista. Entro Agosto, riusciremo a mascherarci da Paesi Modello?
 


Terra di mezzo

Marzo 10, 2008

La difficoltà dello scrivere di un paese come la Cina dopo soli dieci giorni non sta tanto nella mancanza di tempo e di esperienza, quanto nel bombardamento continuo di particolarità e contraddizioni che una popolazione così numerosa è in grado di sbatterti in viso.
Lo sgomento dei primi giorni, quando volenti o nolenti si prende coscienza che in Cina noi stranieri siamo una minoranza schiacciante (con tutti i nostri usi e lasciti culturali al seguito), è stato presto sostituito da una voglia smodata di osservare e cercare di capire quello che ci circonda: sembra di essere tornati bambini in un certo senso, quando ci si regge in piedi per la prima volta e si capisce che “si può fare”.

La filosofia del “si può fare” è probabilmente l’unica via sicura per vivere bene, in particolare in Cina, dove è importante togliersi da davanti gli occhi lo spettro europeo col quale filtriamo tutto ciò che viviamo e immedesimarsi il più possibile.
Quando camminando per gli Hutong (originariamente quartieri adiacenti alle residenze imperiali destinati ai funzionari di corte, oggi fatiscenti casupole abitate dagli strati sociali più bassi) si vede una signora sulla settantina togliersi pantaloni e mutande e pisciare in mezzo al marciapede, mentre tu passi a pochi metri di distanza, non è facile, ma la Cina è questo: una donna piscia per strada e cento metri più avanti si visita la Residenza del Principe Gong; un gruppo di vecchietti sdentati con un vago odore di alcol gioca a carte in mezzo al marciapiede, ma parlandoci citano a memoria le massime di Mao Tse Tung; al ristorante si spendono in media il corrispettivo di due euro, ma i cocktail nei locali costano fino a 40 yuan…un’occidentale ci mangia fuori almeno due volte con quella cifra, un cinese probabilmente darebbe da mangiare alla sua famiglia per due o tre giorni.

I ritmi unversitari sono molto cinesi, quindi il tempo per scrivere non è molto, in più ho problemi di connessione quindi ogni mio intervento sarà pubblicato dall’Italia con l’ausilio di uno dei miei fratelli, abbiate pazienza.
Sto comunque prendendo appunti giornalieri e spero, una volta abituato alle giornate scandite dal nescafè annacquato e nuovi ideogrammi, di poter scrivere con costanza.
Sarà importante dividere tutto per argomenti, quindi si accettano richieste specifiche.


Darfur, non suona l’altra campana.

Febbraio 24, 2008

Siccome la Cina non ha un regista come Spielberg da poter sfoggiare ai media internazionali, al massimo un Zhang Yimou di Lanterne Rosse, la risposta alle accuse di Spielberg da parte del Partito Comunista Cinese non ha avuto alcuna eco.

Eppure è interessante leggere, tra le altre cose, che “una forza internazionale di pacificatori (Unamid) su mandato Onu e guida dell’Unione africana, che dovrebbe essere sul campo per impedire altre violenze da gennaio, non ha ancora visto arrivare che duemila dei 26mila soldati previsti, per mancanza di fondi che dovrebbero arrivare dai maggiori donors all’interno del sistema Onu.”