Ottobre 31, 2009

Carabinieri, la fiction continua

Carabinieri, la fiction, è arrivata alla settima edizione. Attraverso la finestra di Canale 5, da sette anni l’allegra combriccola dell’Arma è entrata nelle case di tutti gli ascoltatori votanti d’Italia, assieme alle storie d’amore, i litigi, le incomprensioni, le risate e le battute: una sorta di Caserma del Grande Fratello, con belloni, buontemponi e maggiorate a rotazione seriale.
Maurizio Costanzo, il 12 maggio del 2002, la definiva come «fiction domestica, frugale, utile ad avvicinare il pubblico ai carabinieri, da sempre in mezzo alla gente»: a dieci mesi dalla morte di Carlo Giuliani, se ne sentiva il bisogno. Non dico sia stata ideata e realizzata appositamente, ma come operazione di restyling d’immagine dei cento carabinieri che girano una caserma mentre uno tiene ferma la lampadina, è stata un’operazione senza dubbio di successo.
Ricordo che da piccolo le barzellette sui carabinieri andavano per la maggiore: un corpo dell’esercito vessato dallo sfottò, imbecille per antonomasia, fucina inesauribile di materiale per la produzione cinematografica trash.
Poi, in coincidenza con gli impegni di esportazione democratica, prima scemi del villaggio, poi simpatici e frugali intrattenitori del focolare domestico, i carabinieri hanno acquisito lo status di eroi. Eroi in un sacco di plastica nero, ma eroi. Ed intoccabili.
Guai a criticare i carabinieri, i “nostri eroi quotidiani” (Ignazio la Russa, 22 gennaio 2009), garanti della nostra sicurezza dentro e fuori i nostri confini.
Questo mito delle forze dell’ordine, dei corpi armati, malamente importato dagli Stati Uniti, ha un qualcosa di diabolicamente demagogico, di arma di distrazione di massa, come le epopee hollywoodiane della cavalleria di John Wayne: sangue di comanche sul teleschermo, sangue di coreano e vietcong in asia.
Anche per questo, quando le foto del cadavere di Stefano Cucchi, sfigurato come quello di Federico Aldrovandi, compaiono sulle pagine dei giornali, la versione ufficiale è “una caduta sulle scale” e Ignazio La Russa difende immediatamente a spada tratta la categoria delle forze dell’ordine.
Carlo Giuliani, Gabriele Sandri, Federico Aldrovandi,  Stefano Cucchi…tutte mele marce. Troppe mele marce per difendere a cuor leggero la categoria. Dove sono le dichiarazioni di condanna degli alti ufficiali delle nostre forze dell’ordine? Dove sono le scuse alle famiglie? Dove sono i colleghi di questi delinquenti in divisa? Dove sono le sentenze esemplari?
Le famiglie di questi morti accidentali, senza giustizia e senza pace, mentre l’ennesima fiction fa da sfondo alle loro cene, stanno ancora aspettando un segnale. E’ una serata come le altre: chiusi al sicuro nelle proprie case, con un figlio sepolto sotto tre metri di terra senza un perchè.

Ottobre 9, 2009

La Squadra di Berlusconi e quelli di sinistra

E’ da quindici anni che giochiamo su un campo di calcio. Erroneamente, ricordiamo il 1994 come la data della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, ma ci hanno mentito. Non è stato lui a scendere in campo: lui già c’era, gli serviva solo un’altra squadra contro la quale giocare. Noi.
Da quindici anni a questa parte, la linea di metà campo divide l’Italia in due squadre: i berlusconiani e i non berlusconiani, i comunisti, “quelli di sinistra”. E nel derby ininterrotto della politica dopo Berlusconi, comunista e sinistra sono parole completamente desemantizzate. Sono diventate delle parole vuote, senza significato, ma con accezione negativa affibiabile a chiunque: dire che “il capo dello Stato e la Consulta sono di sinistra”, non indica più un’appartenenza politica, ma è una frase pronunciata e percepita dal popolo dei berluscones come un insulto. Idem per i giornalisti, i maestri, i registi, gli studenti, i magistrati, i comici ecc.
Abbandonato il significato originale, la parola “sinistra” ha perso anche tutti i termini di paragone grazie ai quali poteva chiarire il suo scopo: senza la Democrazia Cristiana, senza i radicali, senza i repubblicani o i monarchici, senza i fascisti, che senso aveva dire che uno è “di sinistra”?
Tutte le vie di mezzo sono state cancellate: o sei con Berlusconi, o sei di sinistra.
Ecco un estratto di una conversazione in radio tra Fabio Volo e un ascoltatore che gli aveva appena dato del comunista.

Togliendoci il significato di “sinistra”, di “comunista”, e usandoli a mo’ di insulto, Berlusconi ha tolto a tutti noi la libertà di essere noi stessi e basta, la libertà di pensarla come ci pare e di non essere per forza parte di uno schieramento. Ci ha presi tutti e ci ha divisi a suo piacimento tra la sua Squadra e quella degli altri, dei comunisti, dei farabutti, dei fannulloni…
Era il 19 aprile del 1994 e Berlusconi festeggiava assieme ai suoi giocatori il terzo scudetto consecutivo del suo Milan.
“L’Italia sarà come il Milan”, ha detto il presidente. E così come lui ha voluto, è stato.

Si ringraziano micky78 e flickr per la foto

Ottobre 5, 2009

La manifestazione è bella perché è varia

Ottimisticamente, avevamo deciso di raggiungere piazza del Popolo col motorino, nel consueto slalom tra gli automobilisti romani incazzati cronici. Ma il 3 ottobre, per le strade di Roma, gli incazzati non erano solo seduti in macchina: ce n’erano in moto, motorino, metropolitana, autobus da tutta Italia, schiacciati all’inverosimile in una piazza del Popolo scelta preventivamente dalla FNSI per la manifestazione. “Metti che facciamo un flop clamoroso – avranno pensato – piazza del Popolo la riempiamo subito”.
Contro ogni aspettativa, credo, non solo la piazza era stracolma di gente, ma anche le limitrofe via di Ripetta, via del Corso, il piazzale antistante alla metropolitana, lo sbocco del Muro Torto…un fiume di gente ininterrotto.
Dal palco Vianello dava le cifre: 300.000 secondo gli organizzatori, 60.000 per la questura, che da anni ha problemi con la matematica e la fisica del dissenso.
Non so quantificare quanti saremmo stati, ma sicuramente in piazza c’era di tutto: ragazzi reduci dal corteo dei precari della scuola, coppie della sinistra freak-chic romana, elegantemente casual e sorridenti, plotoni di anziane agguerritissime nel raggiungere inizialmente il sottopalco; rendendosi poi conto della mission impossible, hanno ripiegato sulle ringhiere a metà piazza, da raggiungere senza lesinare nelle gomitate nei fianchi accompagnate dalle giustificazioni “spòstate che so’ piccola e nun ce vedo” e “daje che me fanno male ee gambe”. Universitari accompagnati dai genitori, turisti incazzati (temo non per la qualità della stampa in Italia), ciclisti rimasti imbottigliati nella fiumana, cinofili estremi che non hanno risparmiato al loro cane la presenza all’evento, bambini in spalla ai genitori, una coppia aveva addirittura programmato il battesimo del figlio nella chiesa a ridosso degli archi di piazza del Popolo, tempistica decisamente poco azzeccata per il traffico di passeggini ed invitati in mise elegante.
Sopra le nostre teste, bandiere del PD, IdV, comunisti di vario genere e stampo, cartelli contro Silvio Berlusconi e contro il PD, bandiere de “l’Unità” con slogan di Gramsci “Odio gli indifferenti”, lo striscione de “I farabutti di Raitre”, gruppi arci, bandiere della CGIL.
Se il popolo manifestante era largamente politicizzato, sul palco gli interventi sono stati invece molto apartitici, tutti i leader relegati o dietro le quinte o davanti al palco, evitata, per la gioia di molti, qualsiasi passerella propagandistica.
Senza i soliti arringatori di folla da palcosenico (Andrea Rivera, in contestazione con l’organizzazione della manifestazione, si prenderà il palco solo verso le 8 di sera), gli interventi sono stati molto misurati: sotto il palco, tutti incazzati; sopra il palco, tutti molto attenti a non far degenerare un dissenso sacrosanto nella solita bagarre di piazza.
Dalla nostra postazione, abbastanza lontana dai megafoni, siamo riusciti solo a sentire pochi degli interventi previsti: Saviano sicuramente il più acclamato dalla folla, coi suoi soliti toni miti ma efficaci, in un discorso diretto alla testa più che alla pancia, come lo stesso Neri Marcorè e la sua lettura de “La democrazia americana” di Toqueville, alla faccia di chi denuncia l’imbarbarimento della satira.
Memorabile l’annuncio dal palco di Simone Cristicchi: “C’è una Escort bionda targata Bari da spostare davanti a palazzo Grazioli”.
E’ da registrare un certo dissenso nella folla per l’assenza di interventi trascinanti, stile curva sud: “Ma uno che s’arza a dire un paio de bestemmie nun ce sta?”, si vociferava attorno a me. Nella fauna variopinta del 3 ottobre, purtroppo, c’è stato anche questo, ma in definitiva il bilancio complessivo è sicuramente positivo, almeno per due motivi:
Primo, come ha scritto Luca Telese per il Fatto Quotidiano, era da molto tempo che tutto il popolo dell’opposizione non si riuniva in una manifestazione unitaria: dai comunisti marxisti leninisti ai sostenitori de “l’Avvenire”, eravamo tutti là a sudare, applaudire ed indignarci assieme. E’ un segnale forte che deve farci riflettere sulla vastità dei malumori che aleggiano in Italia, a dispetto dei sondaggi degli esperti berlusconiani.
Secondo, anche solo per la scandalosa diretta del Tg4 di Emilio Fede che, mi dicono, ha cercato di minare e minimizzare tutta la manifestazione, per l’editoriale di Minzolini al Tg1 che, in sostanza, dava a noi tutti dei patetici visionari, ammassarsi in 300.000 a piazza del Popolo è stato giusto e doveroso.
Volevamo dimostrare che non ci arrendiamo, che nonostante tutto ci siamo. E nonostante tutto, per una volta, ci siamo stati davvero.

si ringraziano Lo spacciatore di lenti e Flickr per la bellissima foto.

Settembre 29, 2009

Primo ottobre 2009: la Cina festeggia la Repubblica Popolare

Quando quasi sessant’anni fa Mao Zedong, dalla balconata della Porta della Pace Celeste (Tian’anmen) di Pechino, proclamava trionfalmente la nascita della Repubblica Popolare Cinese, la Cina era uno dei paesi più poveri ed arretrati al mondo.
Era il I° ottobre del 1949 ed il popolo cinese usciva da una serie di conflitti combattuti sul proprio territorio da oltre cent’anni: le due guerre dell’oppio contro gli inglesi, la guerra sino-francese, la caduta dell’Impero e la Prima Repubblica di Sun Yat-sen, invasioni giapponesi, scontri al confine con la Russia, guerre civili. Una scia di sangue e fame che si sarebbe protratta ben oltre gli anni ‘50, vittima delle follie autoritarie di Mao Zedong e della rabbia cieca delle Guardie Rosse che avrebbero messo a ferro e fuoco gran parte dei resti di una cultura millenaria unica nella storia del mondo.
A vederla oggi la Cina, dopo sessant’anni, tra i grattacieli ultramoderni di Pechino e Shanghai, avvolta nelle nubi giallognole del progresso, si riesce ad avere una vaga idea del miracolo economico compiuto in così poco tempo.
Dal 1978, quando il reintegrato Deng Xiaoping promulgò la svolta delle riforme economiche, la Cina è passata da sovrappopolato paese del terzo mondo a prima potenza economica del pianeta; dalla fame e dalle carestie che falcidiavano il proletariato agricolo (ancora oggi la maggior parte del miliardo e trecento milioni di abitanti censiti), al seggio al WTO per guidare i grandi della terra attraverso le insidie dell’economia globale.
E’ un miracolo che ha il sapore del riscatto, e il Partito Comunista Cinese, che nell’ordinamento dittatoriale della Repubblica coincide perfettamente col governo, ha deciso di fare le cose in grande.
Da settimane Pechino è in stato di fibrillazione pre-cerimonia: le principali arterie stradali della capitale sono presidiate da 10.000 soldati dell’Esercito di Liberazione, ai quali si aggiungono altri 800.000 volontari civili col compito di salvaguardare la sicurezza dei festeggiamenti.
In Piazza Tian’anmen, dove si svolgerà la parata dei corpi militari cinesi “oramai all’avanguardia col resto dei paesi del mondo” secondo il ministro della Difesa, è in vigore il divieto di volo: vietato qualsiasi oggetto volante non previsto dalle autorità, dagli aquiloni ai pochi piccioni non ancora catturati e rinchiusi temporaneamente in apposite gabbie (se ne contano a decine di migliaia), tenuti alla larga dal centro della capitale da 14 falchi addestrati ad hoc dai corpi speciali dell’aviazione cinese.
La follia maniacale del cerimonialismo orientale imporrà anche ai 5000 soldati coinvolti nella sfilata delle regole al limite del disumano: suddivisi in gruppi rispetto alla loro altezza (la disparità non dovrà superare i 6 cm), oltre a muoversi in perfetta sincronia, dovranno stare attenti a sbattere le ciglia precisamente ogni 40 secondi. Dopo le innumerevoli ore di addestramento per le tre ore di parata, non sono ammessi errori. Tutto dovrà essere perfetto, come alle Olimpiadi dello scorso anno.
Nemmeno alla natura sarà permesso di fare il suo regolare corso . L’aviazione cinese, pratica già in uso prima di Pechino 2008, ha già provveduto a disinnescare nell’aria degli ordigni speciali per raddensare le nuvole, causando dei temporali che assicureranno matematicamente per la giornata del primo ottobre cielo terso e sole raggiante.
Onde evitare spiacevoli inconvenienti, ai turisti occidentali è stato interdetto l’ingresso nel Tibet, mentre i 187.000 spettatori che avranno l’onore di presenziare alle celebrazioni di Pechino sono stati selezionati dopo un’ispezione politico-ideologica.
Mancano poche ore all’inizio dei festeggiamenti, e il mondo ha puntato i riflettori sul Gigante Asiatico.
Il futuro dell’economia mondiale, della libertà di opinione, dei diritti civili e di tutti noi, volenti o nolenti, non può che decidersi proprio in Cina.

Settembre 24, 2009

Il culto di Silvio

Ieri, 23 settembre Anno Silvii XV, l’epopea del culto della personalità del premier si è impreziosita di un nuovo tassello.  E’ comparso infatti su Youtube il trailer de “La Pace Può”, inno ufficiale per la candidatura al prossimo Premio Nobel per la Pace del presidente del Milan.
Dopo “Meno male che Silvio c’è” e “Silvio Forever”, al canzoniere del Popolo delle Libertà si è aggiunta l’opera di Loriana Lana, già autrice di liriche per Iva Zanicchi, Tony Esposito e Mariano Apicella (con “Tempo di rumba”, scritta a quattro mani con Silvio Berlusconi).
Al coro di “Silvio grande è”, la canzone pone l’accento sulle gesta salvifiche dell’Unto del Signore in terra d’Abruzzo, sul “Presidente sempre presente che ci accompagnerà”, incastonando il tutto nell’ambientazione bucolica della campagna abruzzese, dove “la neve e il sole che si incontrano” anticipano l’apparizione del premier.
La nascita spontanea di queste esaltazioni del potere incarnato, di queste professioni di fede profonda verso la figura oramai mitizzata del leader, ha avuto nella storia precedenti illustri.

Anni ‘60, Cina, Rivoluzione Culturale. Uno degli avvenimenti più tragici e sanguinosi della storia mondiale ha avuto come sottofondo sonoro, trasmesso all’alba ed al tramonto da ogni apparecchio radio della Repubblica Popolare, l’inno “Dongfang Hong”, L’Oriente è Rosso, elogio accorato al comunismo, al maoismo ed alla figura di Mao Zedong.

“Egli lavora per il bene del popolo,
Hurrà, lui è il grande salvatore del popolo!
Il Presidente Mao ama il popolo,
è la nostra guida,
per costruire una nuova Cina.
Hurrà, ci guida verso il futuro!”

Nel frattempo, in Corea del Nord, i soldati di Kim Il-sung componevano assieme agli alleati cinesi della Guerra di Corea un inno simile dedicato al loro condottiero, scomparso nel 1994. “La canzone del Generale Kim Il-sung”, molto nota anche in Cina, è sopravvissuta al conflitto tra Corea e Stati Uniti, rimanendo ancora oggi un tema molto in voga a Pyongyang.

Egli è il benefattore che ha liberato i lavoratori,
Egli è il grande Sole della nuova Corea democratica

Oh che dolce nome, Generale Kim Il Sung!
Oh che nome glorioso, Generale Kim Il Sung!”

Se la tradizione celebrativa dei grandi uomini è stata pratica comune durante le peggiori dittature asiatiche, in Europa abbiamo ragione di pensare che l’esempio degli inni dedicati a Silvio Berlusconi rappresentino un unicum nella storia del Vecchio continente.
Nonostante le ricerche effettuate, sembra che né Francisco Franco, né Benito Mussolini, né Adolf Hitler possano vantare degli omaggi canori del calibro di “Meno male che Silvio c’è” o “La Pace Può”.
Questo tipo di inni, come già aveva notato Roberto Cotroneo, mirano ad esaltare non un’idea o un principio, bensì la viva persona in carne ed ossa che, con le sue azioni eccezionali, trascende il gruppo di appartenenza (PdL) o la categoria di riferimento (politici? statisti?), trasferendosi su un piano di divinità, nuovo Messia.
Il fenomeno, che potremmo snobbare come espressione della deficienza più becera, racchiude invece una serie di particolari agghiaccianti: l’adulazione smodata per la persona di Silvio Berlusconi, o per il feticcio mitologico creato dai suoi media, nasconde in realtà il vuoto più totale di un ideale di vita, di un progetto per il proprio futuro condiviso con il leader che, temporaneamente, si impegna a promuovere nella società. E’ la prova dell’assuefazione che gli elettori provano per il loro leader.
Un leader che, gongolandosi nella veste di Dio Adorato, ha già previsto e realizzato da tempo un mausoleo nella propria tenuta di Arcore, imitando i compagni Mao e Kim: una fine eccezionale per un uomo eccezionale.


Settembre 21, 2009

Martiri della democrazia

Sul sito web di Daniela Garnero in Santanchè, il post del 16 settembre recita: “Per onorare la memoria di Sanaa impediamo che le donne musulmane entrino con il burqa, uno degli strumenti piu’ vergognosi del fondamentalismo islamico, al Vigorelli e in altri luoghi domenica prossima in occasione dei festeggiamenti per la fine del ‘Ramadan’”.
In difesa della dignità femminile e con i pacifici presupposti di quattro giorni prima, la leader di Movimento per l’Italia ha mantenuto ieri la promessa, mobilitandosi assieme ad un manipolo di crociati dei diritti del gentil sesso. Scarpetta da ginnastica rosa e jeans attillati, ha raggiunto viale Jenner a Milano nell’ultimo giorno del Ramadan per far valere, in quanto socia Billionaire, i suoi diritti sugli usi e costumi della comunità musulmana, raccolta a festa davanti al luogo di preghiera.
Inspiegabilmente, l’accoglienza riservata non è stata calorosa come prospettato: nel tentativo di togliere il burka ad alcune partecipanti, la Santanchè è stata colpita da un non meglio identificato “maschiointegralistaislamicoingessato”, procurandosi contusioni al petto e risentimenti al nervo sciatico: 20 giorni di prognosi.
A Daniela, strenua combattente per la dignità femminile, indomita paladina del diritto al velinismo ed al calendario sexy per tutte, ennesima vittima dell’import-export di democrazia, va tutta la nostra solidarietà.

Settembre 19, 2009

18 settembre 2009: prima Ronda Nera a Roma

“I hate Illinois nazis…”

Jake Blues

Settembre 18, 2009

Morire di dignità

Morire in Afghanistan è evidentemente un’impresa eroica. Le salme dei sei militari italiani uccisi ieri a Kabul sono già cumuli di ossa sacre, eroiche spoglie di martiri della democrazia: così le descriveranno i politicanti in questi giorni.
Le descriverà così Silvio Berlusconi, che sul Corriere della Sera ha ricordato che “come gli altri alleati siamo impegnati per difendere la democrazia che si sta affermando in questo paese e che, comunque, è ancora molto lontano dall’essere civile e moderno”, una modernità e civiltà da misurarsi, secondo il demiurgo di Milano 2 e Milano 3, in chilometri di asfalto: “Io ho detto per esempio che un’idea potrebbe essere quella di asfaltare le strade perché lì ci sono discariche continue e questo dà proprio un senso dell’abbandono e del Medio Evo”.

Le descriverà così Ignazio La Russa, ministro della Difesa, quello del “Vili, non ci fermeranno”, lui sì di una violenza verbale e di una barbarie davvero medievale.
Mentre ogni giorno qui in Italia muoiono 4 operai sul posto di lavoro e in Afghanistan muoiono decine, centinaia di ci-Vili, noi dobbiamo piangere i nostri eroi di Kabul. Morti lontano da casa, in uno stato così lontano dalla Sardegna o dalla Campania che è difficile addirittura pronunciarne il nome per le loro famiglie.
Diranno ai parenti che sono morti con onore, per difendere la democrazia, senza avere rispetto per quei militari tornati in un sacco di plastica, né per quelli in Afghanistan, né tantomeno per le loro famiglie.
Le nostre truppe, come ha ricordato su PeaceReporter Fabio Mini, ex comandante del contingente Nato in Kosovo, sono in guerra per salvare l’immagine internazionale della Nato, per un’operazione di marketing pagata col sangue.
Muoiono in Afghanistan per la dignità del loro Paese.
Quella dignità che, come i nostri soldati, qui in Italia muore ogni giorno di più.

Settembre 16, 2009

Il bello dello schifo

A fatica, non lo nascondo, ho appena finito di vedere online lo speciale di Porta a Porta sulla ricostruzione in Abruzzo di ieri sera.
Ho faticato per la noia di due ore e mezzo di programma di piattume, di propaganda e mercificazione di disperati, non per lo schifo: vedere lo schifo valorizza il bello.
Non sono d’accordo con chi ieri sul web incitava al boicottaggio di Porta a Porta, battuta nello share dalla fiction di Gabriel Garko in onda su Mediaset. Basta con questa puzza sotto il naso da intellettualoidi “contro”, come il caro Sansonetti che nel pomeriggio non vuole fare l’ospite di Vespa, ma la sera è lì “anche se non volevo, ma siccome non sono d’accordo con le ritirate sull’Aventino” alla fine c’è andato, facendo la misera figura dell’uomo-contro-tutti: contro Berlusconi, contro Mediaset, contro RCS, contro Vespa, contro il PD, contro Ballarò, contro De Benedetti, contro gli allarmisti per la libertà di stampa…avversione totale sfociata nel nulla. Nessuna domanda scomoda e polemica con Floris e con Vespa fine a se stessa fortemente cercata, nel tentativo di dare almeno una parvenza di senso alla sua presenza, differenziandosi dagli altri giornalisti zombi evocati da Vespa per la gran cerimonia. Tentativo comunque fallito.
Vespa dal canto suo si è comportato come suo solito: scabroso manipolatore del dolore altrui, pessimo interprete di una velato e fasullo contradditorio, spalla bonaria nelle gag del nostro Premier, che in un paio di passaggi finge addirittura di rimproverarlo.
Senza entrare nel merito delle menzogne spiattellate da Berlusconi (nessun problema con Fini, nessun problema coi cattolici, nessun problema di dibattito nel PdL, televisioni contro di lui, comunisti e cattocomunisti farabutti, paragone con De Gasperi, paragone con la ricostruzione dell’Irpinia senza citare una cifra) e degli scivoloni matematici e linguistici nei quali è incappato, il presidente del Milan ha utilizzato per tutta la puntata un linguaggio sempre accentratore e comprensivo (ben diverso da comprensibile). E’ stato un fiorire di “noi abbiamo, noi siamo, il nostro record…”, una sequela di inclusioni perverse: il valore delle azioni, secondo il premier, non dipende dalla bontà oggettiva di queste, ma dalla sua partecipazione. E’ lui il dispensatore di merito, la fonte d’orgoglio per la Protezione Civile, la Croce Rossa, gli operai e tutti i volontari, non il contrario.
La convinzione, o meglio arroganza, con la quale accentra nella sua persona tutti i meriti, semplifica in maniera eccezionale il processo di gratitudine del suo elettorato, o meglio pubblico. Instaura un legame personale talmente vincolante da non accettare la critica, ma solo cieca professione di fede.
Se l’obiettivo è combattere il berlusconismo, è necessario capire di cosa il berlusconismo si nutre. Liquidare sempre Berlusconi come un pagliaccio, un mafioso, un bastardo (usando l’appellativo più in voga negli ambienti di dissenso studentesco), Vespa come uno schiavo, un viscido servo del potere, è il miglior metodo per mantenere la tendenza al peggio della nostra informazione e del nostro Paese. Berlusconi e Vespa sono due cecchini della comunicazione di massa. Porta a Porta è la bomba intelligente diretta all’elettorato medio che non ha il tempo e la voglia di leggere certi giornali, fare ricerche su internet o informarsi a dovere.
Se l’obiettivo è il cambiamento, è importante avere ben presente quale sia la situazione attuale, in tutta la sua gravità e la sua maniacale precisione. Al contrario, possiamo continuare a schifare tutti e continuare ad essere “contro”.
A testa alta sul nostro piedistallo in mezzo ad un mare di merda.

Settembre 10, 2009

La brutalità delle prime impressioni

Bacia sua figlia di otto anni e finisce in carcere con l’accusa di pedofilia. Nella brutta storia dell’imprenditore di Guidonia, sposato con una brasiliana di Fortaleza, che in vacanza con la famiglia in Brasile si è visto arrestare grazie ad una coppia di arzilli ex impiegati statali di Brasilia, c’è tutta la superficialità e l’avventatezza del popolo giudice di oggi: che sia brasiliano o brianzolo, a conti fatti, fa poca differenza.
La denuncia dei due ultrasettantenni, indignati dai comportamenti secondo loro ambigui dell’italiano nei confronti della figlioletta, che ha negato qualsiasi tipo di atteggiamento sconveniente da parte del padre, ha sbattuto l’imprenditore sulle prime pagine dei giornali e sui tg nazionali, con tanto di video ed interviste ai presenti.
Lo conoscevano tutti allo stabilimento di Fortaleza, località dove da 12 anni si recava ogni estate a passare le vacanze con la famiglia, e tutti lo hanno difeso e scagionato.
Qui in Italia, come una meteora, è apparsa la notizia del malinteso e nulla più.
Assodato che il tutto si esaurirà in un grave abbaglio da parte delle autorità brasiliane, è lecito ragionare sulla fama che noi italiani ci siamo costruiti negli anni.
Non è difficile immaginare le frotte di bavosi ed impomatati signorotti delle nostre province regalarsi di tanto in tanto una bella scampagnata sesso-gastronomica nelle spiagge bianche dello stato di Ceara, uno dei più poveri del Brasile. Immaginarseli sprofondare nelle poltrone della businness class, martini in mano ed occhi sul culo della hostess, a discorrere che là, in Brasile, il confine tra bambina e donna è sfumato dai morsi della fame e che, in fondo, sono un po’ dei benefattori a portare denaro in questo posto baciato dal Signore ma troppo presto dimenticato.
E per lo sventurato imprenditore di Guidonia, stavolta, è stato troppo tardi per fare una buona prima impressione.
“Vengono qui a fare i loro porci comodi” avranno pensato i due anziani impiegati di Brasilia prima di chiamare la polizia. “Vengono qui a molestare le nostre donne e le nostre bambine”; fossero stati due pensionati in un bar di Monza, li avremmo visti sentenziare al telegiornale come contorno al servizio sul rumeno o albanese di turno. Da Fortaleza alla Brianza, le prime impressioni sono diventate letali.

Aggiornamento dell’11 settembre: Alla fine l’hanno liberato.