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Safar Masala – Mostra fotografica

Gli articoli e le foto del nostro ultimo viaggio in India e Bangladesh sono diventati una mostra!
Da oggi per due settimane potete visitarla (e magari appuntarvi le ricette) presso la Facoltà di Studi Orientali de La Sapienza, Via Principe Amedeo 182b (ex Caserma Sani, zona piazza Vittorio).
Quando la mostrà si sposterà, ve lo faremo sapere.

Carola Erika Lorea e Matteo Miavaldi

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Alunni stranieri? Per la Gelmini non oltre il 30% per classe

scritto per Rivist@

Il ministro Gelmini ha proposto di istituire un tetto massimo del 30% per gli alunni stranieri nelle classi degli istituti scolastici italiani. Cosa ne pensano gli stranieri? Lo abbiamo chiesto a Marco Wong, presidente onorario di Associna, che giovedì 28 gennaio parteciperà ad un’audizione parlamentare dedicata all’istruzione ed all’integrazione, due concetti che il signor Wong incarna perfettamente: nato a Bologna da genitori cinesi nel 1963, ha completato il suo percorso di studi con una laurea in Telecomunazioni al Politecnico di Milano; ha lavorato per Pirelli, TIM, Huawei Technolgies Italia. Oggi vive a Roma e ricopre la carica di presidente di Associna, l’associazione dei cinesi delle seconde generazioni.

R@: Cosa ne pensa della proposta del ministro Gelmini, che assegna alle presenze di alunni immigrati nelle classi un tetto massimo del 30%?
MW: La difficoltà nel realizzare un obiettivo come quello della Gelmini sta nel fatto che la maggioranza degli stranieri si concentrano in alcune aree della città, non sono omogeneamente distribuiti nel territorio. Ci sono quindi alcune scuole dove in effetti questo obiettivo del 30% è più facilmente raggiungibile, ma ci sono altre aree in cui c’è una forte concentrazione non per una particolare volontà, ma anche solo per motivi economici o sociali, in presenza di un centro consistente di immigrati oppure di prezzi più bassi. In queste aree, il rispetto delle percentuali suggerite dal ministro Gelmini sarebbe decisamente più problematico.

R@: Sempre secondo il ministro Gelmini, coloro che dimostreranno una competenza linguistica sufficiente non rientreranno nel conteggio. Ma questo livello, da chi è determinato? Chi decide se un immigrato raggiunge o meno la sufficienza linguistica?
MW: Infatti questo è uno dei punti deboli della proposta. Diciamo che l’obiettivo generale potrebbe essere condivisibile, essendo più facile per una classe più varia raggiungere l’obiettivo dell’integrazione. Purtroppo, la bontà di una legge si valuta in base al modo in cui si applica, ai mezzi che ci sono per poterla applicare. Altrimenti, si tratta solamente di un sogno, o di un proclama. Come poter realizzare questo obiettivo? E’ un interrogativo al quale ancora non è stata data una risposta. Nel contempo però, si verificano continui tagli su quei capitoli di spesa che dovrebbero proprio concorrere alla realizzazione di queste quote. E’ tutto molto contraddittorio: da un lato si pone un obiettivo, e dall’altro si tagliano i mezzi per raggiungerlo.

R@: Quali sarebbero secondo lei gli strumenti per facilitare il processo di integrazione?
MW: Sicuramente andrebbero supportate tutte quelle iniziative che tendono a superare il gap linguistico, che è l’ostacolo principale all’integrazione. E attualmente gli istituti scolastici non sono nelle condizioni per affrontare questo genere di problematica. All’interno della comunità cinese, ad esempio, è molto frequente il caso di ragazzi nati in Italia che, non potendo essere seguiti adeguatamente dai genitori per motivi di lavoro e non riuscendo a superare le difficoltà linguistiche nella scuola italiana, vengono mandati a crescere in Cina: lontani dai genitori e viziati dai nonni, abituati ad uno stile di vita medio-alto grazie ai soldi che ricevono dai propri genitori in Italia. Poi, quando i genitori in Italia raggiungono un certo grado di stabilità, magari in età adolescenziale, vengono fatti tornare in Italia, soffrendo di un gap linguistico-culturale ancora maggiore, in aggiunta alla differenza nello stile di vita: qui in Italia non appartengono più al ceto medio-alto cinese, ma al ceto attualmente più basso nella scala sociale italiana: l’immigrato. Inoltre le cosiddette seconde generazioni, in questo contesto legislativo, nonostante siano nate in Italia oggi si ritrovano ad essere stranieri nel loro paese natale.

R@: Secondo lei, per quale motivo il diritto alla cittadinanza è così difficile da far valere per un immigrato in Italia?
MW: Per certe fasce della popolazione, verso le quali addirittura si cerca di creare un clima di ostilità nei loro confronti, la burocrazia italiana, generalmente inefficiente, per alcuni lo è ancora di più. Ad esempio, io dico sempre che il primo contravventore della legge Bossi-Fini è lo Stato stesso. La legge prescrive che il permesso di soggiorno deve essere rilasciato in venti giorni: secondo le ultime statistiche, risulta che il documento arrivi a destinazione dopo 200 giorni, con picchi di 280 giorni. C’è gente che si vede arrivare il permesso di soggiorno già scaduto. Questo indica la scarsa volontà di applicare la legge stessa. Con la criminalizzazione della clandestinità poi, l’applicazione attuale della legge Bossi-Fini finisce per alimentare se stessa. I criteri stessi per ottenere la cittadinanza esistono, ma non sono assolutamente trasparenti. Per questo il diritto alla cittadinanza non è più un diritto, sembra oramai una sorta di concessione.

R@: Tornando alla scuola, secondo lei gli insegnanti sono preparati adeguatamente dallo Stato ad affrontare la sfida dell’immigrazione? Esistono corsi di aggiornamento o, specie nelle grandi città, reti comunali che mettano gli istituti scolastici in contatto con gli studenti universitari di lingue orientali o mediatori di altro tipo per aiutarli nelle classi?
MW: Come spesso succede, molto è lasciato alla buona volontà degli insegnanti. Ci sono lodevoli esempi che, grazie alla volontà del singolo, riescono ad ovviare ai deficit del sistema. Come al solito è un problema di fondi, e quel poco che viene dato viene usato maggiormente per far fronte a situazioni di emergenza, piuttosto che investirlo in programmi di integrazione. Nel quadro generale direi che manca un po’ questa volontà di cercare di dare una vera risposta a queste tematiche.

R@: Nel processo decisionale dei provvedimenti diretti a regolare la vita delle comunità migranti, come questo dell’istruzione, le comunità stesse si sentono coinvolte? Chi porta la voce degli immigrati nelle sedi istituzionali? I partiti si sono aperti alle minoranze del nostro paese?
MW: La migrazione, si dice, è un problema recente. Non è vero: nell’Italia del boom economico, la migrazione dal sud al nord del paese aveva le stesse caratteristiche dell’immigrazione odierna. All’epoca, si potevano trovare per le città gli stessi cartelli che oggi insultano le minoranze, c’era chi non voleva affittare la casa ai terùn…la differenza principale è che nella migrazione interna, i migranti erano anche elettori, ciò che i migranti di oggi non sono. Per cui, un calabrese che negli anni ’50 si trasferiva al nord, pur affrontando un gap linguistico-culturale simile ad un migrante di oggi, rappresentava per le istituzioni un potenziale elettore, e come tale doveva essere tutelato e coinvolto. Questo non si verifica con gli stranieri. Dal punto di vista politico è molto più vantaggioso escludere dagli aventi diritto di voto gli stranieri e anzi usarli come un argomento di campagna elettorale. Finché non ci sarà la possibilità di esprimere il voto per i cittadini stranieri, il problema dell’integrazione resterà irrisolto. La rappresentatività dei cittadini è uno dei fondamenti della democrazia: “no taxation without representation” dicevano i coloni americani prima della rivoluzione americana. La maggior parte degli ex-stranieri eletti in parlamento vengono eletti perché giustificano determinate politiche nei confronti degli stranieri stessi. Chi viene eletto? L’ex musulmano, ad esempio, che maggiormente da contro alla propria comunità di origine, con relativa eco mediatica ed appeal politico. Si tende a considerare l’immigrato come un problema, non come un cittadino con esigenze da risolvere. Quello che io vedo è che, purtroppo, molti degli sforzi fatti oggi in Italia non sono incanalati verso il cambiamento, ma nel tentativo di fermare il cambiamento. Molti dei ragazzi che sono oggi nelle scuole, saranno i cittadini del domani, ed è nell’interesse dello Stato che diventino dei buoni cittadini. L’investimento che si fa nell’educazione è sicuramente qualcosa che ritorna amplificato tantissime volte, quindi bisogna cercare di fare questo investimento nella società del domani.

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La nuova guerra fredda

 

 

Ora è tutto più chiaro. La redenzione di Google, la minaccia di abbandonare il mercato cinese e la voce grossa sulla libertà d’ informazione e la privacy degli utenti erano tutti elementi di un solo grande piano, architettato agli inizi di quest’anno.
Smistando le migliaia di reazioni al post dell’11 gennaio di David Drummond, A new approach to China, accolto a ragion veduta come una ferma condanna alla censura ed allo spionaggio industriale cinese, la Reuters segnalava che, solo una settimana prima, il Segretario di stato Hillary Clinton aveva incontrato i top manager delle corporation americane, tra le quali spiccavano i nomi di Google, Twitter, Cisco e Microsoft.
Degli esperti di marketing come i dirigenti di Google non si sarebbero mai esposti così nettamente, ed apparentemente senza un ritorno economico consistente, se non avessero incassato delle garanzie dalle istituzioni. Noi ci mettiamo la faccia, ma voi ci dovete appoggiare. Detto, fatto.
Il 22 gennaio Hillary Clinton pronuncia al Newseum journalism museum di Washington un discorso sulla libertà di internet che in molti hanno definito epocale. Wen Yunchao, un blogger di Guangzhou, l’ha paragonato al discorso della Cortina di Ferro di Churchill.
Invitando a più riprese i Paesi che attuano un controllo del flusso di informazioni online a rinunciare alla censura e preannunciando una nuova campagna per la libertà di internet ne mondo,  la Clinton ha fatto espressamente riferimento al caso Google-Cina, auspicando una maggiore efficacia di Pechino nell’arginare l’azione illegale degli hacker cinesi.
Accuse rispedite immediatamente al mittente: Ma Zhaoxu, portavoce del ministero degli Esteri, ha bollato le accuse del segretario di stato americano come “molto distanti dalla realtà dei fatti”. “La costituzione cinese – ha dichiarato Ma – protegge il diritto di espressione dei suoi cittadini, ed è intenzione del governo promuovere lo sviluppo di internet nella nazione”. Sono dichiarazioni assurde per chi conosce lo stato dell’informazione all’interno dei confini della Repubblica Popolare, ma tanto basta per ribadire un concetto particolarmente caro alle autorità cinesi: la non interferenza negli affari interni.
Quello degli americani è un attacco retorico pianificato ed accurato, frutto di un’amministrazione Obama che conosce bene i cinesi, e sa dove e come attaccarli: oltre all’interferenza nella politica interna, i cinesi malsopportano anche perdere pubblicamente la faccia. La politica, come le relazioni umane, in Cina è fortemente regolata da un codice comportamentale mite e moderato, inteso interamente a preservare l’immagine che diamo agli altri, a non perdere la faccia (diu mianzi, in cinese). Più che l’essere, il politico cinese punta all’apparire sempre calmo, riflessivo, paziente, umile e rispettoso.
L’accusa lanciata sul web da David Drummond, e rimbalzata nel giro di pochi minuti sui giornali di tutto il mondo, aveva precisamente quell’obiettivo: innervosire Pechino facendogli perdere la faccia davanti all’opinione pubblica mondiale.
Non a caso Eric Schmidt, direttore generale di Google, si è affrettato a chiarire al Financial Times che Google non vuole ritirarsi dal mercato cinese.
Google ha solo avuto ruolo di  preparare il campo per la nuova guerra fredda: la Cina, che ha saputo registrare un incremento dell’8,7% del PIL in un 2009 catastrofico per l’economia mondiale, è una potenza mondiale immune alle moderne armi del mercato globale.
La speranza degli Stati Uniti è che, sbriciolando dall’interno il Great Firewall cinese, si riesca ad aprire un potenziale mercato interno alla Repubblica Popolare dove poter registrare profitti non più frenati dalle leggi dittatoriali cinesi, e magari fomentare un dissenso organizzato per far incespicare il gigante.
Un gigante che esce quasi indenne dalla crisi economica, continua ad assicurarsi il controllo delle risorse energetiche (la scorsa settimana si è aggiudicato il controllo di un bacino petrolifero in Nigeria) e naviga nelle dolci acque territoriali garantite dalla censura e dal regime.
Per questo sarebbe opportuno frenare facili euforie: gli Stati Uniti non stanno combattendo una guerra contro la censura, non vogliono salvare i cinesi.
Vogliono, semplicemente, salvare loro stessi.

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Google, Hollywood e la nuova esportazione di democrazia

 

Google, lamentando l’incompatibilità del proprio marchio a sottostare alle leggi della censura online, minaccia di abbandonare il mercato cinese. Avatar, kolossal di James Cameron già campione d’incassi nella Repubblica Popolare, verrà tolto dalle sale in 2D dal 23 gennaio.
A distanza di pochi giorni, in questo gennaio 2010, il governo cinese sembra messo alle strette dall’onda dirompente della cultura made in USA; un impulso che sta cercando abbattere le mura censorie del Partito Comunista Cinese a tutti i costi.
Stufi di agire entro il recinto concesso dalla dittatura cinese alle corporation internazionali, Google ha provato a forzare la mano adottando la logica del ricatto. Il mercato cinese è una miniera d’oro controllata stabilmente dal Partito Comunista Cinese che, con la politica dell’apertura promulgata da Deng Xiaoping alla fine degli anni ’70, ha progressivamente permesso la penetrazione di aziende internazionali nella spartizione della torta. Unica clausola, il rispetto delle regole dello stato, anche in materia economica.
A differenza del libero mercato occidentale, dove è l’egemonia americana a dettare le regole del mercato globale, in Cina la mediazione è affidata direttamente alle autorità governative che, in virtù del metodo dittatoriale di gestione dello stato, si riservano il diritto di fissare le regole dei giochi;
giusto o sbagliato che sia, l’accettazione delle leggi cinesi è la condizione primaria per poter agire nel mercato più vasto del mondo. Google, quando nel 2006 ha aperto l’omonimo motore di ricerca in lingua cinese, ha accettato e sottoscritto le condizioni imposte dal governo, salvo disattenderle arbitrariamente proprio nel gennaio 2010, anteponendo una presunta redenzione morale alla ragione di essere di una corporation: il profitto. O forse, visto il trattamento di favore riservato dal governo al motore di ricerca cinese Baidu, il colosso di Mountain View ha preferito far leva sulla crociata dei diritti umani per tentare di abbattere il Great Firewall cinese, che oltre a bloccare il flusso di informazioni “sensibili” blocca anche una gran quantità di quattrini.
La Cina è l’unico Paese dove le grosse aziende americane non agiscono secondo uno status di oligopolio: entro i confini della Repubblica Popolare, Google, Microsoft, Yahoo, Cisco, Yahoo non sono le prime della classe, e non riescono a farsene una ragione.
Anche per la distribuzione di Avatar, affidata come il resto dei film occidentali importati in Cina (non più di 20 all’anno) alla China Film Group, vale lo stesso discorso.
La monumentale pellicola di James Cameron, che pregna di messaggi ambientalisti e pacifisti dovrebbe ispirare alla rivolta tutta la varietà di assoggettati cinesi (tibetani, uighuri, braccianti delle campagne e sfrattati delle metropoli), il 23 gennaio sarà tolta dalle 4500 sale in 2D sparse per tutto il territorio della Repubblica Popolare in concomitanza con l’uscita di Kongzi: una produzione nazionale che ripercorrerà la vita di uno dei massimi filosofi nella storia cinese, Confucio, recentemente riabilitato dopo le purghe culturali maoiste. In altre parole, la distribuzione cinese ha legittimamente preferito togliere dal cartellone una pellicola che trasuda americanità ad ogni fotogramma (dalle teste rasate dei marines, passando per la spettacolarizzazione del tribalismo fino all’ambientalismo new age) per non intralciare un prodotto cinese che parla ai cinesi della loro storia e delle loro radici, proprio a ridosso del capodanno cinese.
Il caso Google ed il caso Avatar, impacchettati e fagocitati dall’opinione pubblica come lotte per la libertà e per i diritti umani, sembrano in realtà molto meno nobili questioni di egemonia.
Da un lato, la cultura americana vuole espandersi oltre i picchetti cinesi, esportando la propria democrazia e permettendo ai cinesi di “armonizzarsi” alla popolazione mondiale e godere delle loro libertà: la libertà di vedere i loro film, di usare i loro motori di ricerca, di comprare i loro prodotti e di consumare come loro. Dall’altra, l’ala conservatrice del Partito Comunista si arrocca sulla censura per ritardare il più possibile un inevitabile processo di riforme sociali, la fase due della politica di apertura teorizzata dallo stesso Deng trent’anni fa. In mezzo, ingannati dalle corporation americane, censurati e controllati dal Partito Comunista, ci sono sempre loro: i cinesi.

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Parole grosse…

David Drummond, capo dei legali di Google, lo scorso 12 gennaio ha postato sul blog ufficiale del colosso di Mountain View una dichiarazione che, qualsiasi saranno i risvolti, rimarrà storica.
In sintesi, Google ha deciso di non spalleggiare più la censura del governo cinese e per la prima volta dal 2006, quando appariva online google.cn, le ricerche effettuate hanno aggirato il Great Firewall, offrendo agli internauti della Repubblica Popolare immagini fino a quel momento tabù: la fila di carri armati fermi davanti all’ormai mitico manifestante di piazza Tian’anmen, le foto delle migliaia di esecuzioni capitali (in Cina coperte dal segreto di stato), la figura del Dalai Lama.
Secondo Drummond, a metà dicembre si sono registrati attacchi di hacking provenienti dalla Cina alle infrastrutture di google e di altre grosse aziende americane attive nel campo delle telecomuncazioni, tecnologia, chimica e finanza; inoltre, gli account email di almeno due dissidenti cinesi sarebbero stati violati. Per questo, la dirigenza statunitense di Google, senza interpellare la filiale cinese, ha deciso unilateralmente di venire meno all’accordo che dal 2006 imponeva i filtri censori al motore di ricerca, minacciando di ritirarsi dal mercato del web cinese e di chiudere gli uffici di Pechino se non si troverà un nuovo accordo con le autorità governative.
Le reazioni entusiastiche delle organizzazioni umanitarie, della stampa occidentale e dei twitterer cinesi, che vedono nella presa di posizione di Google un primo spiraglio nel muro della libertà di informazione ed espressione, non sono ancora state controbattute da dichiarazioni ufficiali del governo cinese.
In seguito all’annuncio di Google, alcuni abitanti di Pechino si sono ritrovati davanti alla sede cinese del motore di ricerca per esprimere la loro solidarietà lasciando dei mazzi di fiori davanti al logo: immediatamente sono stati allontanati dalle guardie, rei di “deposito illegale di fiori”.
Gli esperti interpellati dai maggiori siti web cinesi, come sina.com, concordano sulla teoria del passo più lungo della gamba: “La decisione non rappresenta un grosso problema per gli utenti cinesi, ma sarebbe il provvedimento più stupido della storia di Google – ha commentato Tang Jun, ex presidente di Microsoft Cina – rinunciare alla Cina significa rinunciare a mezzo mondo.”
Cercando di interpretare tra le righe il senso profondo della dichiarazione di Drummond, ed accantonando la teoria del suicidio economico per mancanza di buon senso, l’uscita di Google ad un mese dagli attacchi suona abbastanza strana.
Perché aspettare così tanto? Perché citare altri importanti gruppi americani coinvolti nell’attacco da parte degli hacker senza farne i nomi? Perché, dopo 4 anni di pacifica convivenza col governo cinese e censura annessa, ora si minaccia una decisione così drastica apparentemente per il bene superiore dei diritti umani?
Secondo la Reuters, questa sortita potrebbe essere l’inizio di un piano più organico da parte degli Stati Uniti per una campagna a favore dei diritti umani: sembra infatti che Hillary Clinton, segretario di stato americano, abbia incontrato la scorsa settimana i dirigenti delle maggiori compagnie statunitensi, tra le quali spiccano Google, Microsoft e Twitter.
Inoltre, un’eventuale uscita dal mercato del web cinese da parte di Google, consegnerebbe il monopolio dei motori di ricerca cinesi a baidu.com, che attualmente detiene oltre il 60% del traffico totale, contro quasi il 30% di Google.
Da questa vicenda, seppur ancora fumosa e chissà per quanto ancora, si può assodare un fatto certo: in Cina, da 48 ore, uno spiffero di aria fresca penetra dai mattoni del Grande Firewall.

Copyright immagine: CBS

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Buone Vacanze

Salvo accadimenti eccezionali, il blog si prende una decina di giorni di vacanza.
Buone feste a tutti.

Matteo

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