Aggiornamento

Luglio 2, 2008 by majunteo

Causa ritorno in Italia e conseguente ricerca di una casa stabile a Roma, l’aggiornamento di questo blog sarà saltuario quanto la probabilità di svegliarmi in queste settimane due giorni consecutivi nella stessa stanza.

 

Scusate.

Cina: un solo pugno chiuso

Maggio 17, 2008 by majunteo

Alla mensa della Beijing Waiguoyu Daxue, pochi metri sopra la testa della fiumana di studenti curvi su ciotole di spaghetti in brodo o riso bianco variamente assortito, sono appesi una serie di schermi televisivi che trasmettono, ad ore pasti cinesi (pranzo dalle 11 a mezzogiorno e mezza, cena dall 5 fino alle 7 e mezza) il Campus Channel, rigorosamente in cinese: solitamente il pranzo era allietato dalle 10 migliori azioni a campo aperto dell’NBA, da una monografia con foto di repertorio di Beppe Signori alla scuola calcio, programmi musicali coreani e rari sprazzi di telegiornali internazionali, ma dal 13 Maggio, un giorno dopo il cataclisma nel Sichuan, il palinsesto è cambiato.

Seguendo lo stile nostrano, e con nostrano intendo occidentale, di portare la tragedia dal luogo dell’avvenimento al luogo del compimento, vengono trasmesse a rotazione una serie di immagini agghiaccianti di distruzione, mani che spuntano dalle macerie, urla e pianti alternate dal presidente  Hu Jintao alla testa di un gruppo di militari intento a dare direttive di soccorso, oppure col premier Wen Jiabao in mezzo ai sopravvissuti, tra strette di mano e sorrisi.

Già, perché se la tragedia si è consumata nel Sichuan, che con i suoi 90 milioni di abitanti è una delle regioni più povere della repubblica popolare, il canale CCTV, nelle veci del Governo Cinese, la sta portando a compimento nelle case di ogni cinese possessore di apparecchio televisivo; le decine di migliaia di morti diventano così lo sfondo per esaltare l’unità del popolo cinese, personificato nell’imponente mobilitazione militare organizzata a tempo di record per aiutare i terremotati.

Hanno appena trasmesso un’intervista di una donna poliziotto che, trattenendo a stento le lacrime, diceva di aver perso tutta la famiglia compresa sua figlia di due anni, ma che imperterrita stava continuando a scavare tra le macerie perché “anche chi sta ancora là sotto è parte della mia famiglia”, ovvero il popolo: questa scena, così lontana dalla Cina pudica dove le emozioni, positive o negative che esse siano, vengono mascherate con misurata compostezza, è la manifestazione del cambiamento in corso.

Il dolore non è più privato ed intimo, ma viene collettivizzato per educare la popolazione e calcificarne il senso di appartenenza: ogni cinese commosso davanti allo schermo, da Pechino a Shanghai, dalle gelide regioni del nord alle tropicali del sud, sente in cuor suo di far parte di un unico grande popolo, protetto e seguito dal Partito Comunista, unito di fronte alla tragedia del Sichuan come nella gioia delle Olimpiadi; non esistono più separatisti Xingjianesi o Tibetani (ironia della sorte, etnia di maggioranza proprio nel Sichuan devastato dal terremoto), non esistono più minoranze e diversità economiche o sociali. Esistono un miliardo e trecento milioni di persone che unite sono più forti della povertà, più forti dei separatismi, più forti dei boicottaggi e più forti dei cataclismi: davanti ad un sentimento come questo, giusto o sbagliato che sia, possiamo solo esserne spettatori ammirati, proprio come davanti ad una calamità naturale.

Ancora Vivo

Aprile 18, 2008 by majunteo

Un aggiornamento veloce: dopo il primo e unico pezzo finora sono sparito, causa preparazione esami (passati tutti più che dignitosamente). Mentre Berlusconi e la Lega vincono le elezioni, io sono vivo, sto bene, mi sono fatto un tatuaggio e son anche ingrassato. Alla faccia del PdL.

Indignazione ad orologeria

Marzo 17, 2008 by majunteo

copyright matteo miavaldi 

In Cina la distanza tra il potere stabile del Partito Comunista e i confini turbolenti del Tibet la si potrebbe percorrere ogni giorno partendo dalla stazione di Beijing Ovest, destinazione Lasha: 48 ore e mezzo per tagliare da parte a parte tutta la nazione, dai grattacieli della capitale in fremito pre-olimpico alle vette più alte del mondo.
La macchina della censura si è attivata con precisione chirurgica; già da venerdì sera molte testate giornalistiche online non erano raggiungibili, Youtube è stata oscurata, i telegiornali nazionali hanno  dato all’argomento rilevanza minima e il Renmin Ribao di Domenica, primo quotidiano cartaceo cinese come tiratura, su dodici pagine non ha dedicato nemmeno un trafiletto alla sommossa tibetana, mentre un articolo a tutta pagina testimoniava la presenza di Hu Jintao ad una sorta di “giornata della natura”, immortalando lo stesso Presidente della Repubblica Popolare nell’atto di innaffiare un albero appena piantato assieme ad alcuni studenti sorridenti : da tre giorni per il resto della Cina, Lasha è ancora più distante.
Addirittura al Tempio dei Lama di Pechino, presunta sede pechinese della fede lamaista, domenica mattina la situazione era assolutamente normale: i monaci passeggiavano tranquilli vicino all’enorme statua di Buddha della sala principale, circondati da fiotte di turisti tedeschi ed americani sbarcati da decine di pullman dei tour organizzati: the show must go on.

La gravità della situazione è nota a tutti, molto più nota a chi legge dall’Italia dove, mi dicono, la notizia è stata riproposta in toni martellanti per giorni, tanto che si inizia a pensare seriamente ad un boicottaggio della delegazione Italiana alle prossime Olimpiadi.
Come giustamente ha scritto Venturini sul Corriere nel suo brillante commento, sarebbe l’ennesima vittoria dell’ipocrisia più schifosamente occidentale che, da decenni, il monolite democratico del quale ci fregiamo orgogliosamente parte integrante, attua nei confronti dei fuori casta del resto del mondo, di coloro che dovrebbero imparare da noi la democrazia e il rispetto dei diritti umani.
Se fino a 20 giorni fa potevo solo immaginare l’entità dell’ipocrisia, oggi passeggiando in città la posso vedere coi miei occhi.

A Wangfujin, la Via del Corso di Pechino, le guide indirizzano i turisti verso un paio di viuzze dove si vendono chincaglierie d’ogni genere, bettole molto poco igieniche dove si possono mangiare spiedini di shanzha caramellati, spiedini di scorpione ed insetti vari creati appositamente per noi waiguoren (come vengono chiamate in Cina gli stranieri): in una decina di minuti le hai visitate tutte e puoi tornare sul viale principale dove, davanti ad un MacDonald mastodontico, George Clooney ti guarda pubblicizzando un orologio di lusso che un cinese medio non si potrebbe permettere nemmeno con anni di lavoro, il primatista mondiale dei 100 metri piani è immortalato in posa plastica, sottotitolato da “impossible is nothing”, rigorosamente tradotto in cinese e decorato dal bollino ufficiale dei Giochi Olimpici.
Poco più avanti un gruppo di cinesi fa la fila per prendersi un gelato da Baskin-Robbins, arcinota quanto pessima catena di gelati statunitense: hanno tutti scarpe nike, jeans, capigliature post-punk, alcuni addirittura si cotonano i capelli.

Poi c’è l’onnipresente Yao Ming, cestista ambasciatore della Cina nell’NBA, che pubblicizza qualsiasi oggetto commercialmente rilevante, per la gioia di Mike Stern, Presidente della National Basketball Association, e di tutti i ragazzi di Pechino che indossano canotte da basket extralarge, atteggiandosi nelle discoteche come se fossero nati ad Harlem, non nel Sichuan, dove oggi i loro conterranei hanno assaltato una stazione di polizia e sono morti in 8.

Chi oggi urla allo scandalo tibetano, nel 2001 ha votato a favore dei Giochi Olimpici in Cina, ha chiuso gli occhi di fronte alle contraddizioni agghiaccianti di una nazione grande come un continente e ha fatto affari d’oro pubblicizzando il mondo delle favole del vecchio continente, dove “impossible is nothing”, mentre qui grazie anche a Microsoft e Google è davvero impossible avere un briciolo di informazione: la democrazia alla cinese è andata in onda tutto il giorno sulle reti nazionali, quando più di duemila delegati dell’Assemblea del Popolo si sono riuniti a Pechino per ratificare le scelte politiche già prese dal Comitato Permanente, con tanto di farsa di voto infilato nell’urna a suon di applausi, con sottofondo di musica classica stile concerto di capodanno viennese.
Se davvero alla comunità internazionale sta a cuore la sorte del popolo cinese, presenziare alle Olimpiadi è un obbligo morale: per ora abbiamo mostrato alla Cina la nostra facciata più bieca ed opportunista. Entro Agosto, riusciremo a mascherarci da Paesi Modello?
 

Terra di mezzo

Marzo 10, 2008 by majunteo

La difficoltà dello scrivere di un paese come la Cina dopo soli dieci giorni non sta tanto nella mancanza di tempo e di esperienza, quanto nel bombardamento continuo di particolarità e contraddizioni che una popolazione così numerosa è in grado di sbatterti in viso.
Lo sgomento dei primi giorni, quando volenti o nolenti si prende coscienza che in Cina noi stranieri siamo una minoranza schiacciante (con tutti i nostri usi e lasciti culturali al seguito), è stato presto sostituito da una voglia smodata di osservare e cercare di capire quello che ci circonda: sembra di essere tornati bambini in un certo senso, quando ci si regge in piedi per la prima volta e si capisce che “si può fare”.

La filosofia del “si può fare” è probabilmente l’unica via sicura per vivere bene, in particolare in Cina, dove è importante togliersi da davanti gli occhi lo spettro europeo col quale filtriamo tutto ciò che viviamo e immedesimarsi il più possibile.
Quando camminando per gli Hutong (originariamente quartieri adiacenti alle residenze imperiali destinati ai funzionari di corte, oggi fatiscenti casupole abitate dagli strati sociali più bassi) si vede una signora sulla settantina togliersi pantaloni e mutande e pisciare in mezzo al marciapede, mentre tu passi a pochi metri di distanza, non è facile, ma la Cina è questo: una donna piscia per strada e cento metri più avanti si visita la Residenza del Principe Gong; un gruppo di vecchietti sdentati con un vago odore di alcol gioca a carte in mezzo al marciapiede, ma parlandoci citano a memoria le massime di Mao Tse Tung; al ristorante si spendono in media il corrispettivo di due euro, ma i cocktail nei locali costano fino a 40 yuan…un’occidentale ci mangia fuori almeno due volte con quella cifra, un cinese probabilmente darebbe da mangiare alla sua famiglia per due o tre giorni.

I ritmi unversitari sono molto cinesi, quindi il tempo per scrivere non è molto, in più ho problemi di connessione quindi ogni mio intervento sarà pubblicato dall’Italia con l’ausilio di uno dei miei fratelli, abbiate pazienza.
Sto comunque prendendo appunti giornalieri e spero, una volta abituato alle giornate scandite dal nescafè annacquato e nuovi ideogrammi, di poter scrivere con costanza.
Sarà importante dividere tutto per argomenti, quindi si accettano richieste specifiche.

Darfur, non suona l’altra campana.

Febbraio 24, 2008 by majunteo

Siccome la Cina non ha un regista come Spielberg da poter sfoggiare ai media internazionali, al massimo un Zhang Yimou di Lanterne Rosse, la risposta alle accuse di Spielberg da parte del Partito Comunista Cinese non ha avuto alcuna eco.

Eppure è interessante leggere, tra le altre cose, che “una forza internazionale di pacificatori (Unamid) su mandato Onu e guida dell’Unione africana, che dovrebbe essere sul campo per impedire altre violenze da gennaio, non ha ancora visto arrivare che duemila dei 26mila soldati previsti, per mancanza di fondi che dovrebbero arrivare dai maggiori donors all’interno del sistema Onu.”

“Più in basso di così non si poteva andare, più in basso di così c’è solo da scavare”.

Febbraio 16, 2008 by majunteo

Quando Berlusconi dichiara che all’epoca dell’editto bulgaro non voleva Biagi lasciasse la Rai ma che il giornalista preferì abbandonare per ricevere un grosso compenso economico come liquidazione, giustificare il tutto con la mancanza di tatto, la predilezione alla falsità o le sparate folkloristiche del signorotto di Arcore non è abbastanza.

Berlusconi non è nuovo ad un certo tenore di uscite, ma se in passato le campagne elettorali erano imposte mediaticamente da lui, questa volta il Cavaliere è davvero in difficoltà; l’agenda politica dettata in anticipo da Veltroni ha scardinato completamente le possibilità di condurre un’ennesima campagna elettorale mandando a briglia sciolta i classici cavalli di battaglia del Silvio Nazionale: anti-comunismo, liberismo e libertà, toghe rosse…Veltroni ha spostato il dibattito sulla politica e sui problemi della gente, terreno scivoloso per l’imprenditore che si è fatto da solo (in tutte le accezioni del termine di “fatto”).

Quello che vediamo è un Berlusconi sbandato, senza punti di riferimento, che scoppia gli ultimi mortaretti facendo la voce grossa con gli ex CdL, perdendo la componente centro-religiosa di Casini, rimanendo ora senza Padri ma solo Padrini, affiancati da (ex?) fascisti e integralisti della polenta taragna, fondando una nuova corte pronta ad osannarlo.

I deliri di onnipotenza del Presidente, come lo chiamano i suoi eunuchi, sono il sintomo della sua verve perduta, piochè politicamente sostenere che Biagi abbia lasciato la Rai per soldi è un’operazione tanto inutile quanto suicida. Il motivo per dichiarare una falsità del genere è davvero difficilmente individuabile in un panorama ampio di campagna elettorale, ma nel capo del Capo è tutto lineare.
Per chi pensa solo al proprio capitale è normale ricondurre ogni tipo di questione al piano economico.
Per chi si gingilla nella sua vanità, per chi si autocelebra senza sosta, per chi pensa ad un inno di un partito dal titolo “Meno male che Silvio c’è”, per chi al pari dei comunisti peggiori della storia ha basato la sua vita politica sul culto della personalità, infangare la memoria di un morto non suscita nessuno slancio di dignità: in amore, in guerra e in politica tutto è lecito.
Abituato a misurarsi con morti politicamente come Prodi, il vecchio Silvio cerca disperatamente altri cadaveri coi quali interloquire, come a suo tempo fece parlando di Mao, Stalin ed altri spauracchi da favoletta del terrore.
Tirare in ballo Biagi in questo modo e in questo momento non è una caduta di stile, ma un’ennesima vangata nel terreno della decorosità e della dignità, cercando di toccare il baratro più profondo del tragico della nostra politica.

Pechino 2008 e Darfur; come se prima del 2000 non esistesse Storia.

Febbraio 15, 2008 by majunteo

Steven Spielberg era stato invitato dal Partito Comunista Cinese (o Governo Cinese, che in Cina concidono) a prendere parte all’organizzazione delle cerimonie per le Olimpiadi del 2008; due giorni fa ha disdetto l’impegno, siccome la Cina non si sta impegnando per porre fine al conflitto che da anni sta dilaniando il Darfur…anzi, ci sono prove che assieme alla Russia stia foraggiando le truppe africane di armamenti, mentre compagnie cinesi stanno colonizzando il Sudan appoggiate dal governo locale, facendo grossi affari petroliferi.
Il quadro quindi, oggi, è di una Cina sfruttatrice, opportunista, ambigua e fomenta-genocidi, perciò l’opinione pubblica demonizza il colosso orientale che non si sta impegnando a fermare i conflitti.

Se la storia del mondo e la geopolitica fossero partite di rubamazzetto o puntate di cartoni animati, senza cause pregresse o movimenti politici alle loro spalle, sarei tra coloro che accolgono il rifiuto di Spielberg come una vittoria. Ma, purtroppo, le cose non credo stiano in questo modo.

La regione del Darfur è situata nella parte sudovest del Senegal; nel 1916 la Gran Bretagna ha invaso il Darfur con l’aiuto dei già colonizzati egiziani, annettendolo al Sudan e usandone ogni risorsa per sviluppare la capitale Karthoum, lasciando la regione vittima dell’emarginazione economica tipica del colonialismo europeo dell’epoca, proseguita anche dopo il 1956, quando il Sudan conquistò l’indipendenza dalla madrepatria inglese.
Esasperata la situazione da carestie e calamità naturali, nelle elezioni del 1968 il partito Umma, maggioritario nel Sudan, per conquistare l’elettorato stanziale indicò gli arabi come responsabili della condizione penosa del Sudan, fomentando una campagna anti-islamica, ma allo stesso tempo invocando in altre zone l’appoggio agli arabi da parte delle popolazioni africane seminomadi, cercando di accaparrarsi anche il loro favore.
Nel 1966 tale Gaafar Nimeiry, sudanese, si laureò al United States Army Command College di Leavenworth, Kansas e, guarda caso, tre anni dopo guidò un commando per rovesciare il governo sudanese, diventandone subito Primo Ministro e nel 1971 Presidente, mentre un giovanissimo Steven Spielberg faceva uscire Duel, storia di un “duello” tra un camionista ed un comune automobilista, presto film di culto.

Tra il 1974 e il 1984 casualmente vengono stipulati accordi con la Chevron, americana, che inizia a prelevare petrolio dal Sudan imponendosi come monopolio energetico, mentre la popolazione muore di fame e sete a causa delle carestie e della siccità a cavallo tra il 1983 e l’84, mentre Steven Spielberg ultimava le riprese di Indiana Jones ed il Tempio Maledetto. Imponendo l’applicazione della sharia islamica (ma continuando a fare affari con la Chevron), Nimeiry si tira contro parte dell’esercito situato a sud del Sudan: inizia la guerra civile.
Si susseguono governi a suon di colpi di stato, mentre la situazione sociale ed economica diventa via via peggiore, e giustamente la comunità internazionale si fa sentire: la nomenklatura sudanese aveva partecipato all’attentato a Mubarak nel 1995, così nel 1996 l’ONU impose l’embargo aereo al Sudan mentre gli Stati Uniti, autonomamente, imposero un embargo totale, come curare un diabetico con le meringate; nel frattempo Spielberg, godendosi gli l’Oscar per Schindler’s List di tre anni prima (miglior film e miglior regista), preparava il sequel di Jurassik Park ed Amistad, struggente storia della deportazione di africani negli Stati Uniti.

Mentre in Darfur si massacravano a colpi di machete, l’ONU ha provato con la diplomazia a fermare il conflitto, senza effettivi riscontri, inviando anche contingenti di pace, in linea col pensiero a stelle e strisce dell’esportazione coatta di valori e democrazia, chiaramente previo risucchiamento totale di risorse una trentina di anni prima.

Da alcuni anni la Cina sta colonizzando l’Africa centrale, il Sudan in particolare, fornendo fondi economici per infrastrutture, ingegneri per guidare la manodopera locale da un lato e probabilmente vendendo armi e disinteressandosi del conflitto in corso dall’altro.
Ora, la Cina sicuramente potrebbe fare di più, ma qualcuno ha boicottato le olimpiadi di Los Angeles 84, mentre in Darfur morivano di fame e la Chevron faceva affari d’oro? E Atlanta 96, quando gli Stati Uniti hanno escluso il Sudan dal resto del mondo col loro embargo totale?

Se dobbiamo accreditare alla Cina anche la responsabiltà della risoluzione della questione Darfur, quando gli Stati Uniti, l’Onu e tutto il mondo Occidentale hanno usato il giardino africano come orto per raccogliere petrolio e materie prime senza curarsi assolutamente delle popolazioni indigene (che, per la cronaca, se si scannano ancora oggi è grazie al nostro aver diviso a tavolino l’africa postcoloniale in quadratini geometricamente ineccepibili), diventa tutto lecito.
Come prendersi due Oscar dal carnefice più spietato della storia recente e poi fare i sensibilizzatori in casa d’altri.

Menomale…

Febbraio 14, 2008 by majunteo
“A Silvio”
Testo e Musica: Andrea Vantini
Si è detto troppo
E anche di più
Si è usata pure la musica contro
Oggi canto anch’io
E dico che
Menomale che Silvio c’è
Non ho interessi politici
E non ho neanche immobili
Ho solo la musica
E penso che
Menomale che Silvio c’è
Ci hanno provato
scrittori e comici
Un gioco perverso
Di chi ha già perso
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
La musica suona senza colori
Ma i riferimenti sono reali
Viva l’Italia
L’Italia che ha scelto
Di crederci un po’ in questo sogno
Per questo dico che
Menomale che Silvio c’è
Per questo dico che
Menomale che Silvio c’è
Canto così
Con quella forza
Che ha solamente
Chi non conta niente
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
Viva l’Italia
L’Italia che ha scelto
Di crederci un po’ in questo sogno
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
Viva l’Italia
L’Italia che ha scelto
Di crederci un po’ in questo sogno
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
Viva l’Italia
L’Italia che ha scelto
Di crederci un po’ in questo sogno
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
Presidente questo è per te
Menomale che Silvio c’è
Non è una presa in giro e non è una buffonata, o almeno non lo doveva essere. E’ il testo dell’inno del PdL, scaricabile all’indirizzo www.menomalechesilvioce.it
Sono a corto di parole e valutazioni…l’unica cosa che mi è venuta in mente è una frase di Milan Kundera letta qualche settimana fa ne “l’immortalità”. Credo rispecchi pienamente il mio pensiero.

“L’umorismo può esistere solo là dove la gente distingue ancora il confine tra ciò che è importante e ciò che non lo è. E questo confine oggi non si distingue più.”

E intanto sono a meno 14 dalla partenza. E Silvio c’è.

Visto

Febbraio 4, 2008 by majunteo

La sede dell’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese a Roma è in via Bruxelles, quartiere Salario, uno dei più signorili della capitale, sede di avvocati (non i migliori, quelli stanno o ai Parioli o nel Partito delle Libertà), medici e dentisti.
Non ero mai stato di persona in un’ambasciata e chissà perchè me lo immaginavo un luogo sul serioso andante, con portineria ed uffici vari dove essere indirizzati da simpatiche cinesi in divisa da impiegata, magari con la bandierina della Cina cucita sul petto e riproduzioni di tele ed arazzi appesi ai muri; niente di tutto ciò.

L’ambasciata Cinese si trova in un palazzo meno bello degli altri, ad occhio e croce della triste architettura anni ‘60 che all’epoca faceva “moderno” ma oggi, in mezzo a palazzi ben più antichi, fa solo “triste architettura anni ‘60″, in cima ha un’enorme antenna e le mura che separano la strada dall’interno sono alte e senza aperture, il giardino dentro non si vede.
Si entra da una porticina in metallo integrata nel cancello (chiuso) e dopo un paio di metri di corridoio da percorrere in fila indiana si apre una stanza: la luce è debole, in parte per la pessima giornata, in parte per la scarsa illuminazione dovuta alle finestre situate nella parte alta della parete frontale.
Sul lato sinistro ci sono alcune seggioline di plastica, di quelle attaccate a gruppi di 4 o 5 alla base di metallo; di fronte ci sono due sportelli con vetro plastificato tra chi è in coda (alle 10 di mattina solo cinesi) e chi lavora: l’atmosfera ricorda molto la questura di Vigevano e, se ci fossero stati due schermi sfondo nero testo verde coi risultati di calcio e di ippica e una decina di vecchietti a fumare, l’effetto sarebbe stato identico a quello delle vecchie ricevitorie SNAI prima della legge Sirchia.

Un foglio stampato dal PC recita “Richiesta Visto” e una freccia indica un altro corridoio identico al primo a fianco degli sportelli che porta nell’altra stanza, speculare alla prima, dove fanno la coda solo non-cinesi: riconosco, origliando, un qualche tipo di diplomatico in avanscoperta per la delegazione olimpica, un trentenne beneventano copyrighter e un signore distinto sulla sessantina, ex impiegato al consolato cinese ed ora consulente, che per un urgenza deve andare a Shanghai quattro giorni; dice che a Shanghai causa neve sono saltate le comunicazioni telematiche, e noi studenti in quasi partenza ridacchiamo pensando al nostro soggiorno a Pechino, più vicina al parallelo di Vladivostok che a quello di Shanghai.

Consegnamo tutto il necessario alla giovane cinese oltre il vetro plastificato che, staccato un fogliettino da un blocchettino rosa, ci dice di tornare a riprendere tutto il 13 Febbraio.
Oggi sento davvero di aver iniziato i preparativi per il viaggio.
Rileggo la fotocopia della richiesta di visto che mi sono fatto prima di consegnarlo all’ambasciata (una di quelle cose che si fanno perchè “non si sa mai”):

3.1 La tua richiesta per il visto cinese è stata mai rifiutata? (No)
3.2 Hai avuto esperienza del rifiuto dell’entrata in Cina o dell’espulsione? (No)
3.3 Hai avuto qualche registrazione criminale in Cina o in altri paesi? (No)
3.4 Soffri una delle malattie seguenti? Malattia Mentale, Malattie Veneree, Lebbra, Open Tubercolosis, HIV Positive o AIDS, Altre Malattie infettive? (No)

La selezione “Si” sulle questioni dalla 3.1 alla 3.4 non significa che hai perso la eleggibilità della richiesta del visto. Si prega di offrire una spiegazione dettagliata

Penso che se mai avessi dovuto selezionare “Si” in una qualsiasi delle questioni, la Cina sarebbe stato l’ultimo paese sulla Terra dove avrei voluto trovarmi per dare “spiegazioni dettagliate”.