Novembre 17, 2009

Obama parla di libertà ai giovani cinesi: tecniche e stratagemmi per un dibattito velenoso

Molti speravano in un exploit storico come all’Università del Cairo, una prova oratoria trascinante, una di quelle che oramai da Obama non ci si aspettano più, ma si pretendono. Ma alla Fudan University di Shanghai, durante l’incontro del presidente americano coi giovani studenti cinesi, si è giocata una partita d’astuzia di una sottigliezza rara. Per capirlo, occorre leggere la trascrizione del discorso di Obama e del botta e risposta con gli studenti degli atenei di Shanghai, selezionati accuratamente tra i componenti della China Youth League, associazione studentesca (l’unica) emanazione diretta del PCC presente in ogni università cinese.
Qui trovate il testo in inglese, mentre questa è una delle moltissime pagine in cinese che riportano fedelmente il contenuto dell’incontro.
In concomitanza col “town hall meeting” all’americana, esperienza inedita per la popolazione cinese, solo alcuni canali locali hanno mandato in onda lo scambio di battute; nessun canale nazionale ha trasmesso la diretta dell’evento, mentre su internet solamente il sito della Casa Bianca dava la possibilità di seguire l’incontro all’università di Shanghai, disponibile addirittura su Facebook (che però, in Cina, è costantemente oscurato).
Dopo il discorso di apertura di Obama, alternanza di lodi al progresso ed alla storia millenaria cinese e riferimenti poco velati all’universalità dei diritti di libertà d’espressione e d’informazione, è iniziato il giro di domande: alcune fatte dagli studenti presenti, altre arrivate da internet e selezionate dalle autorità cinesi, una sola selezionata dal sito dell’ambasciata americana in Cina, che per l’occasione ha raccolto le domande degli internauti cinesi.
Le domande degli studenti, come prevedibile, spaziavano tra argomenti poco scottanti: i rapporti tra Chicago e Shanghai, le impressioni sulla Cina ed il Nobel per la pace. Ben diverse dalla domanda proveniente da “qualcuno da Taiwan”, selezionata dalle autorità cinesi:

“Vengo da Taiwan e faccio affari con l’entroterra (ndr, la Repubblica Popolare Cinese). Grazie al miglioramento dei rapporti tra le due parti dello stretto di Taiwan degli ultimi anni, i miei affari stanno andando molto bene. Ma quando sento che alcuni, in America, vorrebbero continuare a vendere armamenti a Taiwan, non posso non preoccuparmi. Ne risentirebbero molto le buone relazioni con l’entroterra. Lei supporta lo sforzo di migliorare i rapporti tra l’isola di Taiwan e l’entroterra? “(Applausi in sala)

Vicenda spinosa che però non ha sorpreso Obama, rifugiatosi sapientemente nell’appoggiare la politica di un’unica Cina fortemente voluta dalla Repubblica Popolare, che ancora considera lo stato di Taiwan come una regione integrante della Repubblica, temporaneamente ribelle.
Pochi minuti dopo, il presidente americano chiede all’ambasciatore Jon Huntsman, presente in sala, di leggere una delle domande dal sito dell’ambasciata: la famosa domanda sul firewall e sulla libertà di utilizzare twitter (che nel sondaggio sul sito dell’ambasciata ha raccolto oltre il 75% delle preferenze).
Obama si fa la domanda e si da la risposta, trovando lo stratagemma per parlare di libertà di informazione, di critica e di internet utilizzando la stessa tecnica adottata dall’establishment politico cinese: domanda anonima su argomento controverso.
Un piccolo gesto che non è passato inosservato. Così commenta infatti un twitterer cinese:
“I will not forget this morning, I heard, on my shaky Internet connection, a question about our own freedom which only a foreign leader can discuss.”

Forse, i giovani cinesi non allineati al partito da oggi si sentono un po’ meno soli. Sarà la luce alla fine del tunnel?

Novembre 13, 2009

L’importanza di chiamarsi…Oubama

La traduzione in ideogrammi del nome di Barak Obama ha sollevato un piccolo fraintendimento tra le autorità cinesi e l’ambasciata americana: sembrerà questione secondaria, ma la trascrizione dei nostri nomi occidentali è una pratica da non sottovalutare.
Il sistema di scrittura cinese, detto molto sinteticamente, è composto da ideogrammi che immediatamente esprimono due valori: suono e significato. E fin qui, nulla di terribile.
L’aspetto diabolico, incubo di ogni studente di cinese durante i primi mesi di apprendimento, consiste nel fatto che suono e significato sono completamente slegati. Mi spiego: se volessimo scrivere un ideogramma che corrisponde al nostro suono “ma”, la lingua cinese ci offre più di 30 possibilità, ognuna delle quali con un significato completamente diverso: da cavallo a madre, per capirsi.
La politica di trascrizione adottata dalle istituzioni cinesi per i nomi propri e i nomi di brand commerciali premia il suono a discapito del significato: si cercherà quindi di trovare la combinazione di ideogrammi che, letta in sequenza, possa avvicinarsi di più al suono del nome nella lingua di partenza.  Per questo, Clinton e Kissinger sono conosciuti in Cina, rispettivamente, come Kelindun (克林顿) e Jixinge (基辛格), mentre noi italiani viviamo, secondo i cinesi, nel paese dell’ingegno e dei grandi benefici, cioè in Yidali (意大利).
La scelta di un nome accattivante e positivo ha significato in passato il successo o il disastro delle multinazionali occidentali sbarcate sul mercato cinese. Non è un caso quindi che la Coca Cola in Cina sia la Kekoukele  (可口可乐 ovvero molto piacevole al gusto), o che la catena di supermercati più diffusa, la francese Carrefour, in realtà sia la casa della ricchezza e della felicità (traduzione di Jialefu, 家乐福).
L’agenzia di stampa Xinhua archivia ogni traslitterazione ufficiale in uso nella Repubblica Popolare, e Obama è sempre stato tradotto con Aobama (奥巴马), dove la prima sillaba Ao  significa misterioso, astruso, difficile da comprendere; non proprio il biglietto da visita che un grande comunicatore vorrebbe utilizzare.
L’ambasciata americana in Cina ha iniziato invece ad adottare, proprio a ridosso della visita cinese del presidente, la traslitterazione Oubama (欧巴马), sostituendo al senso di mistero e confusione espresso da Ao, il primo ideogramma di Ouzhou (欧洲), ovvero Europa: ufficialmente, il cambio di ideogramma è stato giustificato dalla maggiore somiglianza con la pronuncia americana di Obama, ma è certo che affibiare al cognome del presidente l’esotismo e il desiderio di libertà che ancora oggi il nostro continente suscita nei cinesi abbia comunque avuto nella piccola evoluzione linguistica il suo discreto peso.
Non sappiamo se la nuova dicitura sarà ufficializzata dalle istituzioni di Pechino, ma certamente Obama, già dal suo nuovo nome, vorrà parlare ai cinesi nel modo più chiaro possibile.

Novembre 12, 2009

Il compagno Oba-Mao

“Queste magliette non si devono vendere”. Il diktat da Pechino è arrivato forte e chiaro a tutte le miriadi di bancarelle sparse per il territorio cinese, e così le magliette culto di Oba-Mao sono temporaneamente finite in magazzino, evitando al presidente americano l’imbarazzo di essere additato tra le schiere dei comunisti dai soliti nostalgici del maccartismo repubblicano.
Barak Obama atterrerà a Shanghai il prossimo 15 novembre, iniziando la sua prima visita diplomatica nella Repubblica Popolare; una serie di incontri istituzionali da intraprendere con la massima prudenza. Si parlerà di crisi economica e ripresa, politica monetaria (dollaro troppo instabile per i cinesi, yuan troppo svalutato per gli americani), emissioni di Co2 e cambiamenti climatici, forse addirittura di un coinvolgimento maggiore dell’esercito cinese in Afghanistan; militarizzato dai marines ma economicamente colonizzato dalla lunga mano del CIC (China Investment Corporation, fondo di investimento statale controllato dal PCC), che si sta lentamente appropriando dei maggiori giacimenti di ferro e gas naturale della zona.
Con queste premesse, la scelta di non ricevere il Dalai Lama durante il suo recente viaggio negli USA assume dei tratti molto più responsabili di quelli che i detrattori di Obama dell’ultima ora hanno voluto sottolineare.
Lasciare alla porta Sua Santità  e strizzare l’occhiolino ai governanti cinesi ha trasformato l’attesa del presidente americano in un entusiastico countdown carico di speranza: mentre gli apparati delle due potenze cercheranno di risolvere le diatribe economiche e di carattere internazionale, l’opinione pubblica cinese vede in Obama la possibilità di un interlocutore che possa portare la Cina verso un’apertura democratica.
Una sorta di nuovo rivoluzionario, anche per questo declinato nella sua versione maoista sulle magliette: perchè ancora oggi la figura di Mao Zedong, per molti cinesi, rappresenta non il dittatore sanguinario della Rivoluzione Culturale o l’utopistico visionario del Grande Balzo in Avanti, ma il liberatore delle masse contadine della guerra civile, il leader della ciotola di riso per tutti.
A noi europei tutto ciò sembrerà strano, ma il riciclaggio storico attuato da Deng Xiaoping nei primi anni ottanta, quello del Mao al 70% buono ed al 30% cattivo per intendersi, ancora gode di parecchi consensi tra la popolazione. Il ritratto di Mao in piazza Tian an men, a 20 anni dalla strage, ne è la prova.
Non è da escludere infatti che Obama, cavalcando il consenso e l’entusiasmo popolare del quale gode in Cina, possa sollevare degli argomenti non previsti da Hu Jintao o Wen Jiabao: “Ci sono stati alcuni casi lampanti di violazione dei diritti umani – ha dichiarato Wen Yunchao dopo aver vinto il premio di Twitterer dell’anno assegnato durante la quinta conferenza dei blogger cinesi – e spero che Obama a questo riguardo dimostri le sue preoccupazioni. Inoltre, si ricordi di chiedere ad Hu Jintao di abbattere il Grande Firewall che ostacola la nostra libertà di opinione”.
Come i loro genitori riponevano le speranze in Gorbaciov, i giovani cinesi di oggi sperano in un nuovo rivoluzionario straniero che li possa aiutare.
Questa volta a stelle strisce. E nero.

Novembre 9, 2009

Africa: stelle gialle su campo rosso

Domenica 8 novembre, durante il quarto forum per la cooperazione tra Cina ed Africa (FOCAC) organizzato in Egitto, il premier cinese Wen Jiabao ha svelato nel suo discorso di benvenuto i nuovi provvedimenti che la Cina adotterà nei confronti del continente africano. Da anni ormai la Repubblica Popolare Cinese ha stretto accordi con gran parte dei paesi africani in via di sviluppo, in un’operazione di marketing internazionale spesso malvista dalla comunità dei paesi occidentali. A più riprese la Cina è stata accusata di  neo-colonialismo selvaggio.
In un’era di repentini cambiamenti globali come quella che stiamo vivendo, l’Africa rappresenta una sterminata riserva di materie prime, principale preoccupazione dei grandi della Terra; un El Dorado di metalli, oro, petrolio e nichel ciclicamente depredato da governi e multinazionali senza scrupoli. Oggi, con una crisi economica galoppante, il crollo dei mercati finanziari e lo spettro del protezionismo come salvagente per un capitalismo mai così moribondo, la Cina ha deciso di cambiare marcia: saranno infatti stanziati come aiuto economico per l’Africa ben 10 miliardi di dollari, erogati tramite mutui agevolati ai paesi in via di sviluppo, di cui cinque per incentivare gli investimenti di aziende cinesi nel continente nero.
Inoltre, ha proseguito il premier Wen Jiabao, saranno abbattuti i dazi commerciali sul 95% delle merci provenienti dai paesi più poveri, oltre all’annullamento dei debiti maturati da 33 paesi africani.
La storia recente ha dimostrato come il sodalizio sino-africano sia stato davvero, parafrasando una formula cara alla lingua cinese, una vincente mutua cooperazione: lo scorso anno, ad esempio, gli scambi tra Cina ed Africa hanno superato i 100 miliardi di dollari, con ben 53 paesi africani coinvolti in rapporti commerciali con la Repubblica Popolare; quasi 1600 aziende cinesi hanno iniziato ad investire in Africa, immettendo oltre 7,8 miliardi di dollari nel mercato africano; sono stati costruiti 30 ospedali e 30 centri specializzati per la cura della malaria in tutto il continente, completi di strumentazioni, medicinali e personale specializzato provenienti dalla Cina. A questo proposito, Wen Jiabao ha aggiunto che saranno addestrati in loco 3000 tra medici ed infermiere, oltre ai 2000 tecnici agricoli che, assieme alle 50 squadre speciali inviate da Pechino, cercheranno di affrancare la popolazione dalla cronica mancanza di cibo. Infine, per fronteggiare il cambiamento climatico, saranno realizzate 100 centrali energetiche di nuova generazione, sfruttando le tecnologie fotovoltaiche, eoliche ed idroelettriche.

La salute del sistema economico cinese, intaccato in minima parte dalla crisi finanziaria, permette alla Cina di mantenere gli impegni laddove erano state siglate promesse e firmati contratti, in larga parte stralciati dal resto dei paesi investitori non appena le ripercussioni della recessione hanno cominciato a farsi sentire nella madrepatria. “La Cina ha dimostrato di essere un vero amico dello Zambia – ha spiegato Rupiah Banda, presidente dello Zambia, all’agenzia cinese Xinhua – poichè proprio all’apice della recessione economica, mentre molti investitori ritiravano i loro capitali, le aziende cinesi hanno continuato a lavorare come se nulla fosse”.

I rapporti tra Cina ed Africa hanno radici più vecchie di quanto si creda. Era il 1955 e Zhou Enlai, allora primo ministro della neonata Repubblica Popolare, rappresentò la Cina alla Conferenza di Bandung, un vertice che raccoglieva le rappresentanze di gran parte dei paesi del terzo mondo, uniti nella volontà di sottrarsi alla politica dei due blocchi imposta dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica. Nasceva così il movimento dei paesi non allineati, con la Cina a guidare questo nuovo schieramento che vanta, oggi come allora, le maggiori ricchezze naturali e la maggioranza della popolazione mondiale.
L’antico timore di un’inaspettata ascesa degli ultimi, osteggiata da un attentato alla vita di Zhou Enlai proprio tre giorni prima della conferenza (dal quale il primo ministro, forse informato a tempo debito, uscì indenne), sta ora mostrando nuovamente il suo spettro: mentre la Russia sperimenta le nuove forme di capitalismo dispotico e gli Stati Uniti mantengono a fatica il primato di potenza mondiale, la Cina del 2009 ha dimostrato di avere le carte in regola per guidare i paesi del terzo mondo nelle nuove sfide dell’economia di mercato.
“C’è un antico detto africano – ha concluso Wen Jiabao – che dice: se vuoi andare veloce, vai da solo. Ma se vuoi andare lontano, vai con un amico. Anche in Cina abbiamo un detto simile: se la distanza può provare l’affidabilità di un cavallo, sarà il tempo a provare quella di un amico.”
E se entrambe avessero trovato il proprio cavallo vincente?

Ottobre 31, 2009

Carabinieri, la fiction continua

Carabinieri, la fiction, è arrivata alla settima edizione. Attraverso la finestra di Canale 5, da sette anni l’allegra combriccola dell’Arma è entrata nelle case di tutti gli ascoltatori votanti d’Italia, assieme alle storie d’amore, i litigi, le incomprensioni, le risate e le battute: una sorta di Caserma del Grande Fratello, con belloni, buontemponi e maggiorate a rotazione seriale.
Maurizio Costanzo, il 12 maggio del 2002, la definiva come «fiction domestica, frugale, utile ad avvicinare il pubblico ai carabinieri, da sempre in mezzo alla gente»: a dieci mesi dalla morte di Carlo Giuliani, se ne sentiva il bisogno. Non dico sia stata ideata e realizzata appositamente, ma come operazione di restyling d’immagine dei cento carabinieri che girano una caserma mentre uno tiene ferma la lampadina, è stata un’operazione senza dubbio di successo.
Ricordo che da piccolo le barzellette sui carabinieri andavano per la maggiore: un corpo dell’esercito vessato dallo sfottò, imbecille per antonomasia, fucina inesauribile di materiale per la produzione cinematografica trash.
Poi, in coincidenza con gli impegni di esportazione democratica, prima scemi del villaggio, poi simpatici e frugali intrattenitori del focolare domestico, i carabinieri hanno acquisito lo status di eroi. Eroi in un sacco di plastica nero, ma eroi. Ed intoccabili.
Guai a criticare i carabinieri, i “nostri eroi quotidiani” (Ignazio la Russa, 22 gennaio 2009), garanti della nostra sicurezza dentro e fuori i nostri confini.
Questo mito delle forze dell’ordine, dei corpi armati, malamente importato dagli Stati Uniti, ha un qualcosa di diabolicamente demagogico, di arma di distrazione di massa, come le epopee hollywoodiane della cavalleria di John Wayne: sangue di comanche sul teleschermo, sangue di coreano e vietcong in asia.
Anche per questo, quando le foto del cadavere di Stefano Cucchi, sfigurato come quello di Federico Aldrovandi, compaiono sulle pagine dei giornali, la versione ufficiale è “una caduta sulle scale” e Ignazio La Russa difende immediatamente a spada tratta la categoria delle forze dell’ordine.
Carlo Giuliani, Gabriele Sandri, Federico Aldrovandi,  Stefano Cucchi…tutte mele marce. Troppe mele marce per difendere a cuor leggero la categoria. Dove sono le dichiarazioni di condanna degli alti ufficiali delle nostre forze dell’ordine? Dove sono le scuse alle famiglie? Dove sono i colleghi di questi delinquenti in divisa? Dove sono le sentenze esemplari?
Le famiglie di questi morti accidentali, senza giustizia e senza pace, mentre l’ennesima fiction fa da sfondo alle loro cene, stanno ancora aspettando un segnale. E’ una serata come le altre: chiusi al sicuro nelle proprie case, con un figlio sepolto sotto tre metri di terra senza un perchè.

Ottobre 9, 2009

La Squadra di Berlusconi e quelli di sinistra

E’ da quindici anni che giochiamo su un campo di calcio. Erroneamente, ricordiamo il 1994 come la data della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, ma ci hanno mentito. Non è stato lui a scendere in campo: lui già c’era, gli serviva solo un’altra squadra contro la quale giocare. Noi.
Da quindici anni a questa parte, la linea di metà campo divide l’Italia in due squadre: i berlusconiani e i non berlusconiani, i comunisti, “quelli di sinistra”. E nel derby ininterrotto della politica dopo Berlusconi, comunista e sinistra sono parole completamente desemantizzate. Sono diventate delle parole vuote, senza significato, ma con accezione negativa affibiabile a chiunque: dire che “il capo dello Stato e la Consulta sono di sinistra”, non indica più un’appartenenza politica, ma è una frase pronunciata e percepita dal popolo dei berluscones come un insulto. Idem per i giornalisti, i maestri, i registi, gli studenti, i magistrati, i comici ecc.
Abbandonato il significato originale, la parola “sinistra” ha perso anche tutti i termini di paragone grazie ai quali poteva chiarire il suo scopo: senza la Democrazia Cristiana, senza i radicali, senza i repubblicani o i monarchici, senza i fascisti, che senso aveva dire che uno è “di sinistra”?
Tutte le vie di mezzo sono state cancellate: o sei con Berlusconi, o sei di sinistra.
Ecco un estratto di una conversazione in radio tra Fabio Volo e un ascoltatore che gli aveva appena dato del comunista.

Togliendoci il significato di “sinistra”, di “comunista”, e usandoli a mo’ di insulto, Berlusconi ha tolto a tutti noi la libertà di essere noi stessi e basta, la libertà di pensarla come ci pare e di non essere per forza parte di uno schieramento. Ci ha presi tutti e ci ha divisi a suo piacimento tra la sua Squadra e quella degli altri, dei comunisti, dei farabutti, dei fannulloni…
Era il 19 aprile del 1994 e Berlusconi festeggiava assieme ai suoi giocatori il terzo scudetto consecutivo del suo Milan.
“L’Italia sarà come il Milan”, ha detto il presidente. E così come lui ha voluto, è stato.

Si ringraziano micky78 e flickr per la foto

Ottobre 5, 2009

La manifestazione è bella perché è varia

Ottimisticamente, avevamo deciso di raggiungere piazza del Popolo col motorino, nel consueto slalom tra gli automobilisti romani incazzati cronici. Ma il 3 ottobre, per le strade di Roma, gli incazzati non erano solo seduti in macchina: ce n’erano in moto, motorino, metropolitana, autobus da tutta Italia, schiacciati all’inverosimile in una piazza del Popolo scelta preventivamente dalla FNSI per la manifestazione. “Metti che facciamo un flop clamoroso – avranno pensato – piazza del Popolo la riempiamo subito”.
Contro ogni aspettativa, credo, non solo la piazza era stracolma di gente, ma anche le limitrofe via di Ripetta, via del Corso, il piazzale antistante alla metropolitana, lo sbocco del Muro Torto…un fiume di gente ininterrotto.
Dal palco Vianello dava le cifre: 300.000 secondo gli organizzatori, 60.000 per la questura, che da anni ha problemi con la matematica e la fisica del dissenso.
Non so quantificare quanti saremmo stati, ma sicuramente in piazza c’era di tutto: ragazzi reduci dal corteo dei precari della scuola, coppie della sinistra freak-chic romana, elegantemente casual e sorridenti, plotoni di anziane agguerritissime nel raggiungere inizialmente il sottopalco; rendendosi poi conto della mission impossible, hanno ripiegato sulle ringhiere a metà piazza, da raggiungere senza lesinare nelle gomitate nei fianchi accompagnate dalle giustificazioni “spòstate che so’ piccola e nun ce vedo” e “daje che me fanno male ee gambe”. Universitari accompagnati dai genitori, turisti incazzati (temo non per la qualità della stampa in Italia), ciclisti rimasti imbottigliati nella fiumana, cinofili estremi che non hanno risparmiato al loro cane la presenza all’evento, bambini in spalla ai genitori, una coppia aveva addirittura programmato il battesimo del figlio nella chiesa a ridosso degli archi di piazza del Popolo, tempistica decisamente poco azzeccata per il traffico di passeggini ed invitati in mise elegante.
Sopra le nostre teste, bandiere del PD, IdV, comunisti di vario genere e stampo, cartelli contro Silvio Berlusconi e contro il PD, bandiere de “l’Unità” con slogan di Gramsci “Odio gli indifferenti”, lo striscione de “I farabutti di Raitre”, gruppi arci, bandiere della CGIL.
Se il popolo manifestante era largamente politicizzato, sul palco gli interventi sono stati invece molto apartitici, tutti i leader relegati o dietro le quinte o davanti al palco, evitata, per la gioia di molti, qualsiasi passerella propagandistica.
Senza i soliti arringatori di folla da palcosenico (Andrea Rivera, in contestazione con l’organizzazione della manifestazione, si prenderà il palco solo verso le 8 di sera), gli interventi sono stati molto misurati: sotto il palco, tutti incazzati; sopra il palco, tutti molto attenti a non far degenerare un dissenso sacrosanto nella solita bagarre di piazza.
Dalla nostra postazione, abbastanza lontana dai megafoni, siamo riusciti solo a sentire pochi degli interventi previsti: Saviano sicuramente il più acclamato dalla folla, coi suoi soliti toni miti ma efficaci, in un discorso diretto alla testa più che alla pancia, come lo stesso Neri Marcorè e la sua lettura de “La democrazia americana” di Toqueville, alla faccia di chi denuncia l’imbarbarimento della satira.
Memorabile l’annuncio dal palco di Simone Cristicchi: “C’è una Escort bionda targata Bari da spostare davanti a palazzo Grazioli”.
E’ da registrare un certo dissenso nella folla per l’assenza di interventi trascinanti, stile curva sud: “Ma uno che s’arza a dire un paio de bestemmie nun ce sta?”, si vociferava attorno a me. Nella fauna variopinta del 3 ottobre, purtroppo, c’è stato anche questo, ma in definitiva il bilancio complessivo è sicuramente positivo, almeno per due motivi:
Primo, come ha scritto Luca Telese per il Fatto Quotidiano, era da molto tempo che tutto il popolo dell’opposizione non si riuniva in una manifestazione unitaria: dai comunisti marxisti leninisti ai sostenitori de “l’Avvenire”, eravamo tutti là a sudare, applaudire ed indignarci assieme. E’ un segnale forte che deve farci riflettere sulla vastità dei malumori che aleggiano in Italia, a dispetto dei sondaggi degli esperti berlusconiani.
Secondo, anche solo per la scandalosa diretta del Tg4 di Emilio Fede che, mi dicono, ha cercato di minare e minimizzare tutta la manifestazione, per l’editoriale di Minzolini al Tg1 che, in sostanza, dava a noi tutti dei patetici visionari, ammassarsi in 300.000 a piazza del Popolo è stato giusto e doveroso.
Volevamo dimostrare che non ci arrendiamo, che nonostante tutto ci siamo. E nonostante tutto, per una volta, ci siamo stati davvero.

si ringraziano Lo spacciatore di lenti e Flickr per la bellissima foto.

Settembre 29, 2009

Primo ottobre 2009: la Cina festeggia la Repubblica Popolare

Quando quasi sessant’anni fa Mao Zedong, dalla balconata della Porta della Pace Celeste (Tian’anmen) di Pechino, proclamava trionfalmente la nascita della Repubblica Popolare Cinese, la Cina era uno dei paesi più poveri ed arretrati al mondo.
Era il I° ottobre del 1949 ed il popolo cinese usciva da una serie di conflitti combattuti sul proprio territorio da oltre cent’anni: le due guerre dell’oppio contro gli inglesi, la guerra sino-francese, la caduta dell’Impero e la Prima Repubblica di Sun Yat-sen, invasioni giapponesi, scontri al confine con la Russia, guerre civili. Una scia di sangue e fame che si sarebbe protratta ben oltre gli anni ‘50, vittima delle follie autoritarie di Mao Zedong e della rabbia cieca delle Guardie Rosse che avrebbero messo a ferro e fuoco gran parte dei resti di una cultura millenaria unica nella storia del mondo.
A vederla oggi la Cina, dopo sessant’anni, tra i grattacieli ultramoderni di Pechino e Shanghai, avvolta nelle nubi giallognole del progresso, si riesce ad avere una vaga idea del miracolo economico compiuto in così poco tempo.
Dal 1978, quando il reintegrato Deng Xiaoping promulgò la svolta delle riforme economiche, la Cina è passata da sovrappopolato paese del terzo mondo a prima potenza economica del pianeta; dalla fame e dalle carestie che falcidiavano il proletariato agricolo (ancora oggi la maggior parte del miliardo e trecento milioni di abitanti censiti), al seggio al WTO per guidare i grandi della terra attraverso le insidie dell’economia globale.
E’ un miracolo che ha il sapore del riscatto, e il Partito Comunista Cinese, che nell’ordinamento dittatoriale della Repubblica coincide perfettamente col governo, ha deciso di fare le cose in grande.
Da settimane Pechino è in stato di fibrillazione pre-cerimonia: le principali arterie stradali della capitale sono presidiate da 10.000 soldati dell’Esercito di Liberazione, ai quali si aggiungono altri 800.000 volontari civili col compito di salvaguardare la sicurezza dei festeggiamenti.
In Piazza Tian’anmen, dove si svolgerà la parata dei corpi militari cinesi “oramai all’avanguardia col resto dei paesi del mondo” secondo il ministro della Difesa, è in vigore il divieto di volo: vietato qualsiasi oggetto volante non previsto dalle autorità, dagli aquiloni ai pochi piccioni non ancora catturati e rinchiusi temporaneamente in apposite gabbie (se ne contano a decine di migliaia), tenuti alla larga dal centro della capitale da 14 falchi addestrati ad hoc dai corpi speciali dell’aviazione cinese.
La follia maniacale del cerimonialismo orientale imporrà anche ai 5000 soldati coinvolti nella sfilata delle regole al limite del disumano: suddivisi in gruppi rispetto alla loro altezza (la disparità non dovrà superare i 6 cm), oltre a muoversi in perfetta sincronia, dovranno stare attenti a sbattere le ciglia precisamente ogni 40 secondi. Dopo le innumerevoli ore di addestramento per le tre ore di parata, non sono ammessi errori. Tutto dovrà essere perfetto, come alle Olimpiadi dello scorso anno.
Nemmeno alla natura sarà permesso di fare il suo regolare corso . L’aviazione cinese, pratica già in uso prima di Pechino 2008, ha già provveduto a disinnescare nell’aria degli ordigni speciali per raddensare le nuvole, causando dei temporali che assicureranno matematicamente per la giornata del primo ottobre cielo terso e sole raggiante.
Onde evitare spiacevoli inconvenienti, ai turisti occidentali è stato interdetto l’ingresso nel Tibet, mentre i 187.000 spettatori che avranno l’onore di presenziare alle celebrazioni di Pechino sono stati selezionati dopo un’ispezione politico-ideologica.
Mancano poche ore all’inizio dei festeggiamenti, e il mondo ha puntato i riflettori sul Gigante Asiatico.
Il futuro dell’economia mondiale, della libertà di opinione, dei diritti civili e di tutti noi, volenti o nolenti, non può che decidersi proprio in Cina.

Settembre 24, 2009

Il culto di Silvio

Ieri, 23 settembre Anno Silvii XV, l’epopea del culto della personalità del premier si è impreziosita di un nuovo tassello.  E’ comparso infatti su Youtube il trailer de “La Pace Può”, inno ufficiale per la candidatura al prossimo Premio Nobel per la Pace del presidente del Milan.
Dopo “Meno male che Silvio c’è” e “Silvio Forever”, al canzoniere del Popolo delle Libertà si è aggiunta l’opera di Loriana Lana, già autrice di liriche per Iva Zanicchi, Tony Esposito e Mariano Apicella (con “Tempo di rumba”, scritta a quattro mani con Silvio Berlusconi).
Al coro di “Silvio grande è”, la canzone pone l’accento sulle gesta salvifiche dell’Unto del Signore in terra d’Abruzzo, sul “Presidente sempre presente che ci accompagnerà”, incastonando il tutto nell’ambientazione bucolica della campagna abruzzese, dove “la neve e il sole che si incontrano” anticipano l’apparizione del premier.
La nascita spontanea di queste esaltazioni del potere incarnato, di queste professioni di fede profonda verso la figura oramai mitizzata del leader, ha avuto nella storia precedenti illustri.

Anni ‘60, Cina, Rivoluzione Culturale. Uno degli avvenimenti più tragici e sanguinosi della storia mondiale ha avuto come sottofondo sonoro, trasmesso all’alba ed al tramonto da ogni apparecchio radio della Repubblica Popolare, l’inno “Dongfang Hong”, L’Oriente è Rosso, elogio accorato al comunismo, al maoismo ed alla figura di Mao Zedong.

“Egli lavora per il bene del popolo,
Hurrà, lui è il grande salvatore del popolo!
Il Presidente Mao ama il popolo,
è la nostra guida,
per costruire una nuova Cina.
Hurrà, ci guida verso il futuro!”

Nel frattempo, in Corea del Nord, i soldati di Kim Il-sung componevano assieme agli alleati cinesi della Guerra di Corea un inno simile dedicato al loro condottiero, scomparso nel 1994. “La canzone del Generale Kim Il-sung”, molto nota anche in Cina, è sopravvissuta al conflitto tra Corea e Stati Uniti, rimanendo ancora oggi un tema molto in voga a Pyongyang.

Egli è il benefattore che ha liberato i lavoratori,
Egli è il grande Sole della nuova Corea democratica

Oh che dolce nome, Generale Kim Il Sung!
Oh che nome glorioso, Generale Kim Il Sung!”

Se la tradizione celebrativa dei grandi uomini è stata pratica comune durante le peggiori dittature asiatiche, in Europa abbiamo ragione di pensare che l’esempio degli inni dedicati a Silvio Berlusconi rappresentino un unicum nella storia del Vecchio continente.
Nonostante le ricerche effettuate, sembra che né Francisco Franco, né Benito Mussolini, né Adolf Hitler possano vantare degli omaggi canori del calibro di “Meno male che Silvio c’è” o “La Pace Può”.
Questo tipo di inni, come già aveva notato Roberto Cotroneo, mirano ad esaltare non un’idea o un principio, bensì la viva persona in carne ed ossa che, con le sue azioni eccezionali, trascende il gruppo di appartenenza (PdL) o la categoria di riferimento (politici? statisti?), trasferendosi su un piano di divinità, nuovo Messia.
Il fenomeno, che potremmo snobbare come espressione della deficienza più becera, racchiude invece una serie di particolari agghiaccianti: l’adulazione smodata per la persona di Silvio Berlusconi, o per il feticcio mitologico creato dai suoi media, nasconde in realtà il vuoto più totale di un ideale di vita, di un progetto per il proprio futuro condiviso con il leader che, temporaneamente, si impegna a promuovere nella società. E’ la prova dell’assuefazione che gli elettori provano per il loro leader.
Un leader che, gongolandosi nella veste di Dio Adorato, ha già previsto e realizzato da tempo un mausoleo nella propria tenuta di Arcore, imitando i compagni Mao e Kim: una fine eccezionale per un uomo eccezionale.


Settembre 21, 2009

Martiri della democrazia

Sul sito web di Daniela Garnero in Santanchè, il post del 16 settembre recita: “Per onorare la memoria di Sanaa impediamo che le donne musulmane entrino con il burqa, uno degli strumenti piu’ vergognosi del fondamentalismo islamico, al Vigorelli e in altri luoghi domenica prossima in occasione dei festeggiamenti per la fine del ‘Ramadan’”.
In difesa della dignità femminile e con i pacifici presupposti di quattro giorni prima, la leader di Movimento per l’Italia ha mantenuto ieri la promessa, mobilitandosi assieme ad un manipolo di crociati dei diritti del gentil sesso. Scarpetta da ginnastica rosa e jeans attillati, ha raggiunto viale Jenner a Milano nell’ultimo giorno del Ramadan per far valere, in quanto socia Billionaire, i suoi diritti sugli usi e costumi della comunità musulmana, raccolta a festa davanti al luogo di preghiera.
Inspiegabilmente, l’accoglienza riservata non è stata calorosa come prospettato: nel tentativo di togliere il burka ad alcune partecipanti, la Santanchè è stata colpita da un non meglio identificato “maschiointegralistaislamicoingessato”, procurandosi contusioni al petto e risentimenti al nervo sciatico: 20 giorni di prognosi.
A Daniela, strenua combattente per la dignità femminile, indomita paladina del diritto al velinismo ed al calendario sexy per tutte, ennesima vittima dell’import-export di democrazia, va tutta la nostra solidarietà.